La lunga storia dell’acqua pubblica nel Cuneese
A fine marzo è atteso l’accordo tra IREN e Cogesi Consorzio Gestori Servizi Idrici che escluderà totalmente i privati dalla gestione del servizio idrico
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Era il 2009. La provincia di Cuneo aveva già imboccato la strada della privatizzazione: per la gestione idrica si sarebbe dovuta tenere una gara pubblica europea entro il 2015, aperta per definizione solo a soggetti privati. L’acqua, in altre parole, stava per diventare merce.
Poi è arrivato il vento del referendum. Nel 2010, il Comitato acqua bene comune – nato già nel 2003 ma cresciuto impetuosamente in quegli anni – ha contribuito alla raccolta di 450 mila firme in tutta Italia per una legge di iniziativa popolare che non è mai andata avanti in Parlamento. Ma nel 2011 il tentativo è riuscito per altra via: il governo Berlusconi aveva imposto la privatizzazione del servizio idrico, quasi il 55 per cento degli aventi diritto è andato a votare e il 95,8 per cento ha detto sì all’abrogazione. Una vittoria netta.
«Da quel momento abbiamo cominciato a marcare molto più stretto i nostri amministratori», ha raccontato a L’Unica Oreste Delfino, referente del Comitato cuneese acqua bene comune. Manifestazioni a Cuneo, Bra, Alba, Savigliano. E soprattutto una presenza costante, seduta dopo seduta, all’interno della Conferenza d’ambito territoriale ottimale (ATO), l’ente che dal 2010 governa il ciclo idrico in provincia, con i rappresentanti dei sindaci e il presidente della provincia. «Prima le riunioni non erano aperte al pubblico. Siamo riusciti a cambiare la norma».
Il lavoro ha pagato. Nel 2015, un’assemblea di tutti i sindaci della Provincia ha approvato una mozione, sostenuta anche dall’allora presidente della provincia di Cuneo Federico Borgna, per una gestione «principalmente pubblica» dell’acqua. Nel 2017, una seconda assemblea ha alzato l’asticella: gestione «totalmente pubblica».
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Che cosa significa, davvero, gestione pubblica
La formula tecnica è semplice ma ha conseguenze concrete. Una società partecipata esclusivamente dai comuni – una SPA, non un ente pubblico – gestisce l’intero ciclo idrico: captazione, trasporto, distribuzione, fognature, depuratori. I sindaci siedono nell’assemblea dei soci che nomina il CDA. I cittadini possono fare pressione sui loro amministratori, che a loro volta possono entrare nella società e chiedere conto.
«I Comuni sono l’organizzazione amministrativa più vicina ai cittadini», ha sottolineato Delfino. «Con la gestione pubblica, quella vicinanza diventa uno strumento reale». E poi c’è la questione tariffe. Dal 2006, in base alla direttiva europea del full cost recovery, tutti i costi – compresi gli interessi sui capitali, le spese di pubblicità e persino il “rendimento del capitale”, una voce esplicita – vengono caricati in bolletta e generano ingenti utili. Se il gestore è privato, a questi utili vengono distribuiti ai soci sotto forma di dividendi. Con la gestione pubblica, quegli utili non possono essere distribuiti: devono essere reinvestiti nella rete. Il risultato? Bollette che aumentano comunque – perché le infrastrutture idriche si usurano e vanno sostituite – ma in misura meno pesante.
Il mosaico dei gestori: da dodici a uno
Nel 2010 la provincia di Cuneo contava dodici gestori idrici, alcuni talmente piccoli da coprire due o tre comuni. Troppo piccoli per fare investimenti, troppo piccoli per mantenere in efficienza reti e depuratori. «Acquedotti colabrodo», li ha descritti Delfino, «e depuratori che non funzionavano. Le tariffe erano più basse, è vero, ma il servizio faceva acqua da tutte le parti, letteralmente».
Da allora, il mosaico si è progressivamente ricomposto. COGESI – Consorzio gestori servizi idrici, che nonostante il nome è una società per azioni – è diventato il soggetto aggregatore. Ne fanno parte i gestori pubblici che via via si sono unificati: ACDA (Azienda cuneese dell’acqua), Mondo acqua (a Mondovì, ex mista con Iren), Alpi acque (Fossano-Savigliano-Saluzzo, ex 49 per cento EGEA, diventata pubblica tre anni fa), Calso (Langa Monregalese), Alse (Alta Langa, ex 45 per cento EGEA). Rimaneva fuori uno solo territorio, quello di Alba, Bra e Roero. Lì c’era EGEA.
Un crack da 800 milioni
EGEA, una società nata ad Alba nel 1956 per gestire la distribuzione del gas (l’acronimo significa “esercizio gas e affini”), è stata per decenni il gioiello del suo amministratore delegato, Pierpaolo Carini: albese, imprenditore, padrone di un gruppo che gestiva acqua, energia elettrica, metano e rifiuti in buona parte del Piemonte. Un gigante dai piedi d’argilla.
La fine è cominciata nel settore dell’energia elettrica. Il gruppo aveva stipulato contratti di acquisto a prezzi alti dai fornitori nazionali, rivendendola ai grandi clienti – le imprese – a prezzi stracciati. Poi è arrivato il COVID, i prezzi all’ingrosso sono esplosi, ma EGEA non ha mai adeguato le tariffe al minuto. Il risultato è stato un buco da 800 milioni di euro.
A quel punto è scattato il concordato. Delle due cordate inizialmente in campo – A2A e IREN – è rimasta solo IREN, la multiutility partecipata dai Comuni di Torino, Genova, Reggio Emilia e Parma. Condizioni dure: le banche hanno accettato di ricevere circa il 50 per cento dei crediti, i fornitori il 30 per cento. Carini ha perso quasi tutto. IREN si è trovata in mano l’intero gruppo EGEA.
IREN ci prova: due anni di ricorsi, tutti persi
L’acquisizione ha creato un problema: IREN si è ritrovata in portafoglio anche EGEA Acque, la società che gestiva l’idrico nell’Albese. Un asset su cui l’ambito territoriale cuneese aveva già sancito la restituzione al pubblico ma contro il quale Carini aveva intentato numerosi ricorsi tutti persi. Ma anche IREN ora non ci stava.
Per circa un anno e mezzo, la multiutility ha tentato la stessa strada di Carini. IREN ha presentato nuovi ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Piemonte, contestando le delibere dell’ente di governo dell’ambito e i provvedimenti di COGESI. La tesi: la società aveva acquisito il diritto a gestire il servizio nel tempo e quel diritto doveva essere rispettato. Li ha persi tutti.
«A livello politico si è tenuto duro», ha raccontato Delfino. «Non si è ceduto di fronte alle loro prevaricazioni. E sul piano giuridico non hanno trovato appigli». Rimane in piedi un solo ricorso: quello sulla cifra di indennizzo. La legge prevede che il gestore subentrante debba rimborsare al precedente tutti gli investimenti non ancora ammortizzati in bolletta, un principio che vale indipendentemente che il nuovo gestore sia pubblico o privato. COGESI aveva calcolato 60 milioni. EGEA Acque ne voleva 80, ha impugnato anche quello, ha chiesto la sospensiva (negata). L’udienza nel merito è prevista per fine marzo 2026.
Marzo 2026, la firma che chiude undici anni
Ma la causa potrebbe non arrivare mai a sentenza. Secondo quanto riferisce Delfino, entro metà marzo è atteso un accordo: IREN cede il ramo d’azienda idrico di EGEA Acque a COGESI, firma davanti a un notaio, ritira il ricorso. In cambio, COGESI versa i 60 milioni, più una decina di milioni aggiuntivi per gli investimenti effettuati nel 2024 e 2025, al momento del ricalcolo.
Se l’accordo andrà in porto, la provincia di Cuneo avrà un unico gestore idrico interamente pubblico per la prima volta nella sua storia moderna. Undici anni dopo la delibera che sanciva la scelta della gestione pubblica. Cinque anni dopo il termine originariamente previsto.
«Non essendo sicura dell’esito dei tribunali, COGESI ha sempre tenuto i remi in barca», ha spiegato Delfino. «Investiva dove poteva, ma non di più». Ora, senza quella spada di Damocle, il piano investimenti potrà finalmente decollare.
Un monopolio? Sì, ma pubblico
C’è chi – un titolo su un giornale locale lo ha lasciato intendere – parla di “monopolio di COGESI” con tono preoccupato. Delfino non si scompone. «L’acqua è un monopolio naturale per definizione. Pensare di costruire due reti idriche parallele sullo stesso territorio non sta né in cielo né in terra. La domanda giusta non è se ci sia un monopolio, ma chi lo gestisce».
Dal 2012, per legge, ogni ambito territoriale ottimale non può essere più piccolo di una provincia e può avere un solo gestore. L’aggregazione è obbligatoria. E i Comuni, soci di COGESI in proporzione alla popolazione e alla superficie territoriale, hanno voce in capitolo su ogni decisione, a differenza di un privato che risponde solo ai propri azionisti.
«I piccoli Comuni», ha aggiunto Delfino, «sono proprio quelli che la gestione pubblica tutela di più. Un privato non ha interesse a investire in un villaggio di trecento abitanti in alta valle. Un’azienda di Comuni sì».
Intanto, il procedimento penale a carico di Carini – rinviato a giudizio per falso in bilancio presso il Tribunale di Asti – è ancora aperto. A quasi tre anni dalla firma del concordato, la storia di EGEA si avvia a una conclusione che il suo fondatore non aveva certo immaginato: l’acqua torna ai Comuni.
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