Asili nido con il PNRR: un’opportunità, ma anche una corsa a ostacoli

Asili nido con il PNRR: un’opportunità, ma anche una corsa a ostacoli
Foto: Unsplash

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Nel Cuneese, come nel resto d’Italia, i numeri della popolazione scolastica continuano a restringersi e i servizi per i bambini fanno spesso la differenza tra chi sceglie di restare e chi pensa di andarsene, soprattutto nei paesi delle vallate, dove l’attrattiva turistica non è così forte come in altre zone. Per mantenerli vivi bisogna puntare su altro. Non a caso la possibilità di finanziare gli asili nido con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è diventata un test che ha dato vita a cantieri e coinvolto personale, si è scontrata con la burocrazia ma ha regalato spazi di sostenibilità dopo i tagli del nastro.

Le cifre, aggiornate al gennaio 2025, dicono che in provincia di Cuneo i bambini tra 0 e 2 anni sono 11.867, con una quota di residenti stranieri intorno al 17,6 per cento: una situazione che pesa sulle scelte dei Comuni, piccoli e grandi. Il paradosso è noto anche a livello nazionale: sono arrivate risorse straordinarie per aumentare i posti nei nidi, gli obiettivi sono diventati ambiziosi ma hanno fatto i conti con la realtà di procedure al rallentatore e costi che lievitano. L’incremento degli asili nido è una delle voci più monitorate tra i progetti sostenuti dal PNRR. Nel 2002 il Consiglio europeo ha stabilito che entro il 2010 gli Stati membri dell’Unione europea avrebbero dovuto fornire un’assistenza all’infanzia per almeno il 33 per cento dei bambini di età inferiore ai 3 anni, obiettivo recepito nella legislazione italiana con un decreto del 2017. Poi, nel 2022 il target dell’Unione europea è stato aggiornato, passando al 45 per cento da raggiungere entro il 2030. Obiettivo da cui l’Italia, al momento, resta lontana.

Ma tra bandi, varianti e capacità amministrativa, non tutti i progetti riescono a correre allo stesso passo.

Lagnasco e Castelletto Stura, due esempi per il ministero

Nel Cuneese il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha acceso i riflettori, attraverso il progetto #NoiSiamoLeScuole, su due interventi simbolici: i nuovi asili nido di Lagnasco e di Castelletto Stura, raccontati come esempi di infrastrutture pensate per sostenere famiglie e lavoro.

L’amministrazione comunale di Lagnasco ha scelto di aderire al bando destinato agli asili perché mancava il servizio educativo 0-3 anni. Un servizio ritenuto fondamentale per l’intero territorio, come ha spiegato il vicesindaco Danilo Pairone: «Abbiamo fortemente creduto in questa nuova opportunità, perché riteniamo possa rappresentare un volano di attrazione per le famiglie che vogliano insediarsi nel nostro Comune». Per questo primo anno, il micronido ha programmato un “progetto sensoriale”: ogni giorno verrà proposta ai bambini un’attività diversa di pittura, lettura o musica. Tutta la comunità «è stata contentissima di questo asilo nido», è il commento di Lorenzo Sacchetto, presidente dell’Associazione asilo Tapparelli d’Azeglio. «Negli anni abbiamo integrato i servizi per l’infanzia con la mensa e il servizio doposcuola per la scuola primaria. Mancava solo questo tassello per completare la fascia di età da 0 a 6 anni».

A Castelletto Stura si è puntato sul nido ma anche sulla scuola materna come ha spiegato a L’Unica il sindaco Alessandro Dacomo. «La politica della famiglia era al centro del mio programma fin dal primo mandato nel 2019. Poi c’è stato il COVID-19, finalmente nel 2024 sono arrivati i fondi del PNRR, noi avevamo già il progetto pronto per il nido e la scuola materna e abbiamo fatto la richiesta», ha detto il sindaco. «Tra gennaio e maggio gli edifici sono stati costruiti: oggi abbiamo venti bimbi all’asilo nido e altrettanti alla materna. Le iscrizioni arrivano da Castelletto, da Montanera che è convenzionato, ma anche da Cuneo e da Fossano. Abbiamo sempre creduto nell’importanza di offrire servizi alle famiglie per evitare lo spopolarsi dei nostri paesini. Oggi posso dire che è la strada giusta: una famiglia si è trasferita in paese proprio per queste opportunità e un’altra è in procinto di farlo».

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Quando la burocrazia diventa un nemico

Ma la mappa reale è più complessa e fatta anche di differenze: Comune per Comune cambiano uffici, competenze tecniche, capacità di anticipare risorse e, spesso, anche la disponibilità di personale per gestire poi il servizio. Il caso di Narzole, paese di 3.500 abitanti, racconta bene cosa significa “fare un nido” fuori dai capoluoghi. La sindaca Paola Sguazzini, medica anestesista, eletta in una lista civica, ha raccontato a L’Unica la scelta di puntare sul nido come infrastruttura anti-spopolamento. «Il paese si stava lentamente spopolando perché non è più attrattivo se non ha servizi», ha spiegato Sguazzini. «L’idea è stata quella di creare infrastrutture che avvicinassero le famiglie. Non turismo, non grandi eventi, ma un servizio stabile, quotidiano, capace di cambiare la traiettoria di una comunità».

Il progetto, nelle intenzioni iniziali, era lineare: un asilo da quaranta posti con un investimento da 1,3 milioni di euro. Poi la prima difficoltà: la carenza di personale tecnico, necessario per seguire tutta la procedura. «C’è una crisi degli uffici tecnici e non si trovano più professionisti che vogliono venire a fare il tecnico comunale», ha aggiunto la sindaca. E quando il tecnico è part-time, ogni passaggio si traduce in settimane di attesa. Le piattaforme digitali – ReGIS e Futura – diventano un secondo cantiere: «Quando finisci di caricare il materiale richiesto per partecipare, se il sistema riconosce qualche parte incompleta ti butta fuori dal portale, quindi ogni volta devi ricominciare da capo». Per non restare indietro, Narzole ha dovuto chiamare un aiuto esterno, un’impiegata «particolarmente abile nel lavorare sui portali», pagata extra per reggere la componente digitale.

La burocrazia, nel racconto della sindaca, non è solo un muro ma un labirinto: «È stato un percorso faticosissimo, la burocrazia a tratti soverchiante». Sguazzini rivendica anche la necessità dei controlli, purché non siano duplicazioni inutili. «Un po’ di burocrazia la voglio, serve il controllo su quello che sta succedendo dei miei soldi di cittadino. Alle volte però è ridondante, sfinente». Poi arriva il capitolo “prezzi e gare”. Con l’inflazione e l’aumento dei costi di cantiere, la prima gara d’appalto era andata deserta: «Nessuno si presenta per fare un asilo a 1.300.000 euro». Un secondo giro, e la gara è stata aggiudicata. «Era la primavera del 2023, con l’obbligo di avviare il cantiere entro settembre».

In mezzo, un altro elemento spesso sottovalutato: i piccoli Comuni non possono partecipare direttamente a una gara di appalto, ma – per i lavori che richiedono un finanziamento superiore ai 500 mila euro – devono ricorrere a una CUC, una Centrale di committenza qualificata (nel caso di Narzole, la CUC di riferimento è Bra). Un’ulteriore catena di passaggi, necessaria per garanzie e procedure, ma che allunga i tempi.

Anche quando i lavori sono partiti, gli eventi che rallentano il progetto sono sempre in agguato: meteo, attese per autorizzazioni e possibili varianti. Sguazzini ha raccontato un blocco lungo «otto mesi» in una fase in cui il via libera a una variante «non arrivava mai». Nel frattempo, bisognava pagare i SAL, gli Stati di avanzamento lavori presentati dalle imprese, e attendere i rimborsi: «È arrivato un SAL da 340 mila euro. Per noi sono un sacco di soldi, abbiamo dovuto chiedere alla ditta di avere pazienza». È il punto meno visibile del PNRR: la liquidità. Anche quando lo Stato rimborsa in tempi rapidi, qualcuno deve anticipare.

Una corsa a ostacoli, ma con il lieto fine

L’asilo nido dovrebbe aprire nelle prossime settimane: per un Comune piccolo, oltre che un’opera pubblica, è la prova che si può stare dentro la macchina PNRR, ma a prezzo di un investimento enorme di energia amministrativa. «Portare a casa questi progetti è un esercizio di forza di volontà notevole», ha detto la sindaca, ammettendo di capire anche chi altrove ha rinunciato perché il percorso è «molto faticoso da onorare».

Resta l’ultimo nodo, quello che nei territori interessa più del cantiere: garantire il servizio nel tempo. Costruire è una cosa, tenere aperto è un’altra. Sguazzini ricorda l’esistenza di fondi statali di accompagnamento (nel periodo 2022-2026) per sostenere i costi per bambino e far partire il servizio, ma mette già sul tavolo le possibile soluzioni “di provincia”: consorziarsi con i Comuni vicini che non hanno nido, accordi con aziende del territorio per posti legati al welfare, integrazione con il tessuto locale. È lì che si misura la tenuta dell’investimento: se l’asilo diventa davvero un servizio “di rete” o resta un costo isolato.

Nel frattempo, guardando l’intera provincia, i numeri aiutano a capire perché ogni posto in più è una scelta politica oltre che educativa. Se i bambini con meno di due anni sono quasi dodicimila; quelli tra i 3 e 5 che dovrebbero frequentare la scuola dell’infanzia sono più di 13 mila. In molte aree interne o nei centri di collina, la sfida vale anche per loro, ed è una sfida doppia: garantire servizi minimi e contrastare il calo delle nascite, sapendo che l’attrattività non si gioca solo sul lavoro ma sulla qualità della vita quotidiana.

È anche per questo che, nel racconto istituzionale, il Cuneese finisce spesso per essere visto come un ideale laboratorio: Lagnasco e Castelletto Stura, citati nella narrazione ministeriale, diventano due esempi di come i nidi finanziati dal PNRR possano essere usati per colmare buchi storici nell’offerta 0-3. Ma la testimonianza di Narzole ricorda l’altra faccia della medaglia: senza uffici tecnici strutturati, senza personale formato, senza una filiera digitale più semplice, i fondi rischiano di trasformarsi in una corsa a ostacoli.

E forse la sintesi sta proprio in una frase della sindaca: il PNRR, per i piccoli Comuni, «è stato una sbornia con tanti bandi, tante possibilità tutte insieme ma realizzare l’idea non è altrettanto semplice». La domanda, ora, non riguarda solo quanti asili si costruiscono, ma quanti diventano davvero servizi stabili, aperti e accessibili. Nel Cuneese, dove la montagna e la collina impongono distanze reali, la differenza tra un nido attivo e un cantiere incompiuto può diventare la differenza tra un Paese che sostiene le giovani famiglie e uno che le perde per sempre.

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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