Asti, tutti i nodi vengono al pettine

Per Rasero un’altra tegola che arriva dal passato: via Spandre presenta il conto dopo più di trent’anni

Asti, tutti i nodi vengono al pettine
Foto: L’Unica

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«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova». Lo diceva Agatha Christie, e dopo di lei l’hanno ripetuto in molti, tanto da trasformare una regola buona per scrivere gialli immortali in un’espressione di uso comune.

Ad Asti gli indizi sono ben più di tre e tutti portano a scagionare l’attuale sindaco Maurizio Rasero da alcuni disastri cittadini. Emersi adesso, ma con le radici affondate negli anni delle amministrazioni precedenti. L’ultima vicenda, che preoccupa centinaia di astigiani nasce nel 1992, quando la giunta guidata dall’allora sindaco Giorgio Galvagno (Forza Italia) decise di creare una nuova via per alleggerire il traffico di corso Casale. Per realizzare l’opera furono espropriati diversi terreni privati, tra cui tre cascine con i relativi appezzamenti agricoli. Una commissione comunale stabilì il valore degli immobili e dei terreni, ma i proprietari non accettarono la valutazione e avviarono una causa.

Dopo oltre trent’anni è arrivata la sentenza definitiva: le stime effettuate all’epoca erano troppo basse e i proprietari avevano ragione. La Corte d’Appello ha quindi condannato il Comune a pagare oltre due milioni di euro, con la Corte dei Conti che chiede che il Comune si rivalga sui residenti per non rischiare il danno erariale. «Dopo il Covid, questa è la grana più grossa che mi sono trovato a gestire come sindaco», ha detto Rasero. E dire che ne aveva già affrontate parecchie, non tutte nate dalla sua esuberante gestione della cosa pubblica.

I precedenti

Partiamo dalla chiusura della casa di riposo “Città di Asti-Maina” avvenuta a dicembre del 2022, ma nata almeno dieci anni prima. Fu nel 2016 che l’ultimo CDA della struttura diede in blocco le dimissioni perché la struttura non reggeva più sul piano economico, aprendo la porta al commissariamento. L’ultimo commissario straordinario Mario Pasino, in un Consiglio comunale aperto al Teatro Alfieri, nel settembre del 2022, aveva detto a chiare lettere: «Qualsiasi azienda privata, al posto del Maina, avrebbe già avviato le procedure di fallimento». Poi sono saltati fuori 10 milioni di euro di debiti e la struttura aveva chiuso, e ora la magistratura sta cercando di capire come si sia giunti a questo punto. Un “bubbone” nato decenni prima ma esploso sotto l’amministrazione Rasero, con la perdita di 110 posti di lavoro e un’immensa struttura abbandonata in centro città.

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Passiamo ad aprile del 2023, neanche quattro mesi dopo, quando, un ancora anonimo funzionario della questura di Asti si era accorto che il Palazzetto dello sport era privo di agibilità dal 2005. Diciotto anni trascorsi senza Certificato di prevenzione incendio e con cinque giunte comunali che si sono succedute senza accorgersene. Dopo i lavori per la messa in sicurezza del Palazzetto arriva anche il guaio della piscina comunale, la cui contro-soffittatura è crollata il 12 febbraio del 2025. Un caso arrivato all’attenzione nazionale per un video in cui Rasero tentava di dimostrare la lievità dei fatti rompendosi in testa il materiale caduto dal tetto.

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Il perché sia successo è al vaglio degli inquirenti. Una delle ipotesi è che il materiale con cui i “quadrotti” erano stati applicati al soffitto non abbia retto all’impatto del tempo e soprattutto al cloro e all’umidità, due sostanze che abbondano in una piscina coperta. Il progetto era stato messo in atto dalla ditta SAPI che aveva lavorato su progetti dell’ingegnere Renato Morra, tra il 2014 e il 2015, cioè ben prima che Rasero indossasse la fascia tricolore. Il costo totale delle operazioni dell’epoca era stato di 600 mila euro finanziato dal PISU, Piano investimenti strutture urbane. Il Comune ha aperto un procedimento legale nei confronti dei passati costruttori e ha rimesso a posto la piscina, riaperta dopo poco meno di un anno.

L’esproprio sotto costo

Arriviamo ai giorni nostri e ai soldi dovuti ai vecchi proprietari dei terreni e delle cascine che sorgevano dove oggi ci sono i palazzi di via Spandre. Come spesso accade in questo Paese, la strada per arrivare al terzo e definitivo grado di giudizio è stata lunghissima. La sentenza della Cassazione è arrivata nel gennaio scorso, ed è stata piuttosto chiara: ai proprietari – più spesso ai loro eredi visto il tempo passato – vanno un milione e 700 mila euro per bilanciare la cifra troppo bassa con cui erano stati risarciti all’epoca. A questi bisogna aggiungere gli interessi (circa un milione), le spese legali (poco meno di 200 mila euro) e altri 74 mila euro per l’occupazione abusiva di tutti questi anni. La quota va ripartita, in millesimi, tra gli attuali proprietari.

A fare infuriare questi ultimi, che la settimana scorsa hanno dato l’assalto al consiglio comunale, è soprattutto la questione degli interessi. «In fondo la causa legale era fra chi ha venduto e il Comune. Noi non siamo mai stati una “parte” del processo e dunque non abbiamo mai potuto dire la nostra nei vari gradi di giudizio», hanno detto. Le storie sono molte, tutte in fondo molto simili. 

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«Nel 2017 avevo ricevuto una richiesta di conguaglio di 7.400 euro», ha raccontato a La Stampa Dino Brondolo, residente di via Spandre. «Avevo chiesto che non mi venisse conteggiata anche la strada, cioè via Spandre, che serve a tutti, e mi avevano dato ragione: così il mio conto era sceso a 4.400 euro». Brondolo era pronto a pagare subito, ma dagli uffici comunali gli era stato consigliato di attendere perché era in corso una causa legale. «Ora la causa è finita e mi chiedono 29 mila euro», conclude. «Nel 2016 avevamo ricevuto la prima richiesta, dopo aver acquistato la casa nel 1993, e ci chiesero 6 mila euro. Poi, parlando con il Comune, l’allora giunta Brignolo riconobbe che l’importo non era corretto. Così da 6 mila siamo scesi a 4 mila euro, ma ci dissero anche di non preoccuparci perché c’era una causa in corso. Oggi ci chiedono 28 mila euro», ha aggiunto Paolo Gamba, anche lui residente nella strada. «Io ho comprato la casa sette anni fa – ha agg iunto un’altra residente al settimanale La Nuova Provincia – perché devo pagare occupazione e interessi di 34 anni? Se proprio venisse fuori che vanno pagati, lo dividano fra i vari proprietari che si sono succeduti nel tempo». 

Il passato e il presente

Nel 1992, lo abbiamo detto, il sindaco era Giorgio Galvagno che, per chi non ricorda, terminò il suo mandato in anticipo, nel 1994, quando il Comune per la prima volta nella sua secolare storia, venne commissariato. Il sindaco, infatti, era entrato come indagato nella vicenda della discarica abusiva di Valle Manina, una brutta questione che coinvolse all’epoca parecchi notabili cittadini facendo parlare di una sorta di “tangentasti”.  Dopo Galvagno e il commissario straordinario Elio Priore, a indossare la fascia tricolore fu Alberto Bianchino (PDS) dal 1994 al 1998, poi Luigi Florio (Forza Italia) dal 1998 al 2002, Vittorio Voglino (Margherita) 2002-2007, di nuovo Giorgio Galvagno (Forza Italia) dal 2007 al 2012, Fabrizio Brignolo (PD) dal 2012 al 2017, fino ad arrivare all’era Rasero.

In tutti questi anni la causa è andata avanti e ogni sindaco ha passato il testimone al suo successore, fino a che, ancora una volta il cerino acceso è rimasto tra le mani di Rasero. Ci sono volute cinque udienze tra primo grado, appello, e Cassazione che rimanda alla Corte d’Appello per poi confermare la seconda sentenza, per dirimere la questione.

Tutti sapevano e nessuno parlava, nella speranza che il tempo trascorresse velocemente per arrivare a fine mandato e passare la patata bollente al successore. Nessuno ha interrotto la causa, nessuno ha convocato conferenze stampa per spiegare perché centinaia di cittadini stavano rischiando di pagare decine di migliaia di euro a testa.

Adesso sorgono comitati che se la prendono con l’ultimo della lunga fila di sindaci, cioè Rasero, amministratore contro cui la nostra testata non è mai stata tenera. Arrivano pareri di avvocati risalenti al 2017 e delibere di giunta che le approvano in cui si dice che i cittadini non devono pagare gli interessi maturati. I cittadini, giustamente infuriati, irrompono al Consiglio comunale di lunedì scorso.

Ma siamo sicuri che se la prendano con quello giusto o con chi ha avuto l’unica colpa di essere l’ultimo? Chi è che ha sbagliato i conti nel 1992? Chi è che ha deciso di proseguire una causa per 34 anni filati per poi farne pagare le conseguenze a ignari cittadini? La vicenda ha del paradossale ma, come detto, non è la prima ad Asti. Luogo dove “lavorare in silenzio” è visto come una virtù e non come una mancanza di trasparenza e comunicazione o una delega in bianco pretesa da chi ha in mano le leve del comando.

Una vicenda che ricorda da vicino le azioni della Banca di Asti, emesse a 16 euro per patrimonializzare una banca che ora si vanta della sua patrimonializzazione ma che adesso valgono la metà. Acquistate da decine di migliaia di cittadini che per anni non hanno dato dividendi (anche di questo si è parlato a lungo su L’Unica). Quest’anno, dopo le polemiche sui giornali tacciati di “disfattismo” perché hanno portato alla luce la vicenda, verranno assegnati 50 centesimi per azione a ogni proprietario.

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