Viaggio nel carcere di Marassi tra sovraffollamento e carenze di organico

Viaggio nel carcere di Marassi tra sovraffollamento e carenze di organico
Immagine di un carcere – Foto: Unsplash

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Cara lettrice, caro lettore,

L'Unica è presente in diverse province del Piemonte e, tra queste, c'è anche Cuneo. Proprio lì mercoledì 18 febbraio alle ore 18 L’Unica organizza un evento dal vivo. Ti va di incontrarci? Il programma prevede letture tratte dalle newsletter, dialogo con gli ospiti e un rinfresco.

Sul palco ci saranno Guido Tiberga (coordinatore editoriale L’Unica), Gimmi Basilotta (presidente Dispari teatro) e Mariano Laguzzi (presidente 1000miglia).

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Dentro il carcere di Marassi il tempo non scorre, si accumula. Gli agenti contano i turni, i detenuti contano i giorni, entrambi aspettano che qualcosa cambi. Ma non cambia nulla: le celle restano piene, i reparti restano scoperti, i muri si scrostano.

In Liguria il carcere è diventato un sistema che sopravvive solo grazie a chi ci lavora dentro, spesso con organici ridotti e in condizioni che nessuno definirebbe di sicurezza. Nel giugno scorso, a Marassi, un ragazzo appena diciottenne è stato torturato e violentato per giorni dai compagni di cella. Nessuno si è accorto di nulla, fino a quando la rabbia degli altri detenuti è esplosa in una rivolta.

«Tutti gli episodi più gravi degli ultimi anni sono avvenuti dentro la cella. È lì che il sistema implode», ha raccontato a L’Unica Doriano Saracino, garante dei detenuti della Liguria.

La mappa del sovraffollamento

Le carceri in Liguria sono sei. Due a Genova: Marassi per gli uomini, Pontedecimo per le donne, con un reparto “protetti”. Le altre a Chiavari, La Spezia, Imperia, Sanremo. La capienza regolamentare complessiva è di 1.111 posti ma il 7 gennaio scorso i detenuti erano 1.396. Vale a dire un sovraffollamento medio del 125 per cento. Guardando ogni carcere da vicino, sintetizza il garante che «Marassi ha 535 posti per 687 detenuti; Pontedecimo 96 per 147; Chiavari 52 per 61; La Spezia 152 per 194; Imperia 53 per 59; Sanremo 223 per 248».

Ma il sovraffollamento nelle carceri liguri non è solo un numero su un foglio. «Il problema – ha chiarito il garante – non è solo quante persone stanno in una cella ma quante ne può gestire un carcere. Nei piccoli istituti, come Chiavari o Imperia, il direttore conosce tutti, i rapporti sono diretti e la tensione un po’ si stempera. In quelli grandi, i fallimenti diventano sistemici. Più l’istituto è grande, più è difficile mantenere l’ordine e garantire la sicurezza».

E a raccontare quest’altra faccia della realtà carceraria c’è Vincenzo Tristaino, della segreteria regionale SAPPE Liguria, il Sindacato autonomo polizia penitenziaria. Intervistato da L’Unica, ha spiegato come la chiusura del carcere di Savona, avvenuta nel 2016, abbia concentrato l’utenza su pochi istituti, aumentando il carico di lavoro del personale e la complessità della gestione quotidiana. «Tutti gli arrestati della provincia vengono assegnati principalmente a Marassi – ha detto Tristaino –. Questo carico grava fortemente sulla Polizia penitenziaria, già ridotta negli organici e costretta a gestire un’utenza sempre più complessa».

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La mancanza di una legge su cosa sia il sovraffollamento

La Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha detto senza girarci intorno: stipare persone in celle troppo piene è un trattamento inumano e degradante. Viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Per questo l’Italia è stata condannata e da allora ha dovuto creare un sistema di risarcimenti, «in termini di denaro o di giorni in meno da scontare», per chi ha trascorso il tempo schiacciato in celle troppo piene.

Ma il punto, ha spiegato il garante, è un altro: «Il sovraffollamento non ha una misura fissata per legge. Provano a definirlo le sentenze: meno di tre metri quadrati calpestabili a persona, c’è; sopra i quattro, no; fra tre e quattro, dipende». Da cosa? «Dagli orari di apertura della cella, dall’acqua calda che c’è o non c’è, dal ventilatore che gira o si rompe. Guardare i metri quadri racconta solo metà della storia».

Celle buie, topi e tetti che perdono

Il carcere non può essere solo un contenitore. Dovrebbe accogliere socialità e progettualità. Ma se i tetti perdono e le celle diventano gabbie fatiscenti salta tutto.

Pensiamo a Marassi, inaugurato nel 1902 e ristrutturato negli anni Novanta: è un edificio vecchio e inadatto. Il garante non usa giri di parole: «Le celle sono buie, spesso per sei persone, senza frigorifero, senza bidet. Il sistema di aerazione e la ventilazione dei bagni funzionano male. Per chi conosce un po’ Genova, guardando non dal lato del Bisagno ma da corso De Stefanis, i muri hanno tracce di muffa significative».

Non è un caso isolato. In molti istituti ci sono volatili, ratti, muffe e infiltrazioni.  «A Pontedecimo i topi si aggirano nell’area dei rifiuti», ha raccontato ancora il garante. Si ferma un attimo, a fare mente locale perché i problemi che gli segnalano sono tanti, e riprende: «Sempre a Pontedecimo, i tetti orizzontali e incatramati tipici degli anni Ottanta, con i canali di scolo guasti portano umidità nelle celle. So che c’è in programma di ristrutturarli ma ancora non abbiamo visto niente».

A raccontare che cosa significhi lavorare in queste condizioni interviene Tristaino. Le sue parole pesano come un referto tecnico: «Le carceri liguri sono datate e inadeguate. Il carcere di Pontedecimo è in condizioni fatiscenti, con spazi angusti, impianti obsoleti e problemi strutturali diffusi che compromettono sicurezza e vivibilità. Anche Marassi ha bisogno di manutenzione urgente e aggiornamenti tecnologici, con investimenti concreti per infrastrutture, dotazioni e sicurezza».

Qualche progetto in effetti c’è ma è poca cosa. Lo ha spiegato il garante che conosce ogni angolo di queste strutture che monitora dal 2022. «I progetti di ampliamento si basano ancora su moduli prefabbricati: una logica emergenziale, non una visione». Poi ha aggiunto un dettaglio che racconta più di molte statistiche: «Non è detto che le strutture più recenti siano migliori. Molti istituti costruiti negli anni Ottanta portano addosso problemi strutturali enormi, mai davvero risolti. Erano gli anni delle “carceri d’oro”. Qualcuno ci fece fortuna e noi ne paghiamo il peso ancora oggi».

Il sovraffollamento non è solo mancanza di spazio

Celle da cinque o sei letti come quelle di Marassi non riducono solo i metri quadri a disposizione, annullano l’intimità. E se le sbarre restano chiuse lo spazio è niente. E così le risse e il caos delle sezioni comuni si spostano dentro le celle. Lo ha raccontato il garante: «Le violenze avvengono lì. A Marassi, l’omicidio di un clochard nel 2023 e l’aggressione al diciottenne l’estate scorsa; a Sanremo, il pestaggio di Alberto Scagni, seviziato per 4-5 ore con la polizia bloccata all’esterno. Tutto nel buio delle celle chiuse».

Tristaino ha confermato il quadro, sottolineando che «anche il rischio per gli agenti è molto elevato. Celle sovraffollate, un numero crescente di detenuti con problemi psichiatrici e la carenza di personale aumentano la possibilità di aggressioni, risse e atti di autolesionismo. Il personale opera in condizioni di emergenza costante, spesso con dotazioni minime e strutture inadeguate». E poi ha aggiunto dettagli concreti sul carico di lavoro: «Un solo agente si trova spesso a gestire da solo tra 60 e 80 detenuti per turno, in reparti sovraffollati e complessi come quelli di Marassi. I turni si allungano, i riposi saltano e lo stress psicofisico è altissimo. Si lavora al limite della sostenibilità».

Il personale che non c’è

Alla carenza strutturale si somma quella umana. Mancano agenti e operatori. Senza personale, saltano i controlli, la sorveglianza si fa intermittente e i rischi aumentano. Tristaino ha aggiunto numeri e contesto: «L’età media del personale penitenziario in Liguria supera i 45 anni. Negli ultimi tempi ci sono state nuove assunzioni ma paghiamo ancora gli effetti dei precedenti tagli e oggi gli organici restano ridotti del 30 per cento rispetto alle reali esigenze operative». E a Marassi, come negli altri istituti liguri, il personale non si limita a sorvegliare i reparti. «Deve garantire la sicurezza durante colloqui con familiari e avvocati, seguire attività trattamentali, formative e lavorative, accompagnare le traduzioni, le visite mediche, le udienze».

«Il tema della carenza di personale è fondamentale», ha spiegato il garante. «A Sanremo, ad esempio, sono attesi nuovi agenti ma il numero di chi se ne va è quasi pari alle forze in arrivo». E chi parte da altre regioni ha vita dura. Il personale deve affrontare spostamenti lunghi, trasporti inadeguati e fare i conti con affitti troppo alti perché non sempre le assegnazioni coincidono con la disponibilità di alloggi di servizio. «Restando sempre all’esempio di Sanremo, il mercato immobiliare è drogato dal turismo. Chi deve entrare in servizio in concomitanza con il Festival paga molto caro».

Il numero dei suicidi in carcere

A settembre 2025, i suicidi nelle carceri italiane erano già 68, gli stessi di tutto il 2023. L’anno si è poi chiuso a 80, secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti, uscito a dicembre. In Liguria, invece, c’era stato un solo caso, a Marassi, contro i sei del 2024.

E non è un conto da macabra tabella, dice il garante: «Ė la voce di chi non trova altro modo per farsi sentire. Non è solo una questione psichiatrica. Dobbiamo smettere di ridurre tutto a una diagnosi. Il suicidio è anche un problema di vita in carcere».

Molti casi spariscono. Chi muore in ospedale dopo un tentativo di suicidio in cella resta invisibile. Moussa Ben Mahmoud, 28 anni. Fragile. Quando muore, è entrato a Marassi da meno di un mese. Esattamente un anno fa. Non compare negli elenchi dei suicidi del DAP, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. «È la prassi», ha ammesso il garante. Se non muori subito, dietro alle tue sbarre, sei cancellato dalle statistiche del ministero. «Smettiamo di fare questa guerra stupida sui conteggi – ha denunciato il garante –. Guardiamo in faccia la realtà e rendiamo migliore la vita dei detenuti».

Salute mentale e fragilità: una storia

In carcere non mancano solo gli agenti: mancano i medici, gli psichiatri, i protocolli che dovrebbero proteggere chi è fragile. In Italia, chi soffre di disturbi mentali spesso resta fuori dalle REMS, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza: strutture pensate per accogliere chi ha commesso reati ma ha bisogno di cure psichiatriche. E così la cella diventa una gabbia d’abbandono.

Moussa Ben Mahmoud, già seguito dai servizi di salute mentale, era entrato nella Casa circondariale di Marassi nell’ottobre del 2024 con una diagnosi di disturbo schizotipico. Lo racconta a L’Unica Piero Casciaro, che è stato il suo avvocato difensore e fa il punto sulla vicenda. «Arrestato in stato confusionale, all’udienza viene richiesta una perizia psichiatrica che però non verrà mai eseguita. Divide la cella con altri cinque. A volte urla, spacca qualcosa, si agita. È malato. Non sta prendendo le sue medicine ed è in astinenza da droghe. Il fratello Youssef, rinchiuso anch’egli a Marassi, chiede di stargli accanto. Ma i due sono in sezioni separate, a diversa pericolosità, e Moussa non può essere trasferito. Propongono allora a Youssef di spostarsi, ma rifiuta». Un giorno, mentre gli altri sono fuori per l’ora d’aria, annoda due lenzuola e le lega alle sbarre della finestra. Lo rianimano ma tre giorni dopo muore in ospedale.

Il caso di Moussa è estremo ma la fragilità non è un’eccezione. Oltre metà dei detenuti di Marassi è straniera, molti arrivano da marginalità, traumi, viaggi senza fine. Il carcere diventa un doppio isolamento: mura chiuse e muri culturali, che spingono dritti verso la recidiva.

Dopo il carcere: l’abbandono

Il “dopo”, spesso, è peggio del “dentro”.

«C’è una donna uscita da Pontedecimo che dorme in un appartamento grazie a un volontario. Lo Stato non c’è. Dopo due mesi è ancora disoccupata. Molti tornano in libertà senza casa, senza lavoro, senza reinserimento», ha raccontato il garante. Si ritrovano nel vuoto. Quel vuoto che richiama indietro.

La recidiva in Italia? Tra il 60 e il 70 per cento. Diminuisce solo per chi può lavorare. In Liguria, però, lavora meno dell’1 per cento dei detenuti. «Dieci su mille è come dire zero», ha commentato il garante. «A Sanremo c’è una piccola ditta che produce serramenti in pvc: quattro posti. A Marassi due o tre in falegnameria e forse sette o otto nel panificio che riaprirà dopo otto anni e mezzo di chiusura. Briciole di lavoro. Una decina di persone su più di 1.300 detenuti».

Eppure «quando gli si dà una prospettiva, si attivano – ha osservato il garante –. Molti, però, arrivano da un retroterra di povertà. Culturale. Criminale. Far capire a chi guadagnava duemila euro in un giorno con lo spaccio che il lavoro ha un valore in sé non è un’operazione che si fa dall’oggi al domani». Non è un dettaglio da trascurare visto che, nella sua ultima relazione, inviata al Consiglio regionale nel 2025, il garante sottolinea che quasi la metà dei condannati – il 49,4 per cento – «uscirà dal carcere al massimo entro due anni».

Anche chi sorveglia si ammala

Non solo i detenuti: anche gli agenti vivono in un ambiente tossico. «Durante uno dei miei sopralluoghi a Sanremo, ho visto un poliziotto lavorare in un locale senza termosifone – ha raccontato il garante –. Era quella la priorità da segnalare alla direzione». Agenti e detenuti pagano lo stesso prezzo: «Come può star bene chi lavora in ambienti freddi, senza riscaldamento, in spazi chiusi e grigi tutto il giorno? ».

Per molti agenti il carcere è anche casa: ci mangiano, dormono e vivono. Tutto questo aumenta lo stress. La polizia penitenziaria è allo stremo e Tristaino ne ha ricordato i rischi: «È stato avviato il progetto SPEM (Supporto psicologico emergenza ministero), un’iniziativa importante ma ancora con una copertura parziale e discontinua. Lo stress lavorativo e il rischio di burnout restano elevati. E al momento il supporto psicologico è parziale e discontinuo».

Non sono solo parole: nel 2024, in Italia, sette agenti della polizia penitenziaria hanno scelto di togliersi la vita. Un campanello d’allarme che attraversa celle, corridoi e alloggi di servizio. A farlo suonare è l’Osservatorio nazionale suicidi nelle forze dell’ordine.

Dati completi non esistono: i casi emergono a sprazzi da comunicati sindacali, articoli e database indipendenti, ma la cifra riportata da L’Unica trova conferma nei documenti ufficiali del Parlamento italiano.

Un sistema che si allarga ma non si svuota

Affidamento in prova, domiciliari, messa alla prova: sono le cosiddette pene alternative, nate per essere una strada diversa dalla cella. Sulla carta. Nella realtà non riducono l’affollamento.

«In Italia le persone detenute sono oltre 62 mila ma quelle in esecuzione penale esterna superano le 90 mila. Più altri 90 mila “liberi sospesi”, in attesa da anni che qualcuno decida se dovranno scontare una pena in carcere o all’esterno», ha detto il garante. «Il paradosso è che più misure alternative introduciamo, più cresce la popolazione sotto controllo penale. Continuiamo a creare nuovi reati, ad allargare il punibile, a trasformare infrazioni amministrative in violazioni penali».

È una nuova forma di affollamento, solo spostato fuori dalle sbarre. Il risultato? «È un Paese in cui quasi 250 mila persone vivono nel circuito dell’esecuzione penale, dove DASPO e sanzioni ibride trasformano comportamenti minori in reati a scoppio ritardato. Perché il divieto di accedere alle manifestazioni sportive, ad esempio, non sanziona un reato. Ma diventa reato se lo violi», ha spiegato il garante. «Forse dobbiamo fare i conti con questo, capire se ci serve continuare a inserire nuovi reati, a inasprire le pene, ad allargare il perimetro del punibile. Bisogna decidere se vogliamo punire di più o dare una possibilità».

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