Cremazione, un monopolio che non dovrebbe più esistere

Socrem è l’unico gestore da 140 anni, la gara decisa dal Comune nel 2014 non è mai stata fatta

Cremazione, un monopolio che non dovrebbe più esistere
Foto: Pexels

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Ci sono provvedimenti della politica che arrivano dopo dure battaglie dentro e fuori le aule della democrazia, ma che poi restano sulla carta: decisioni che non diventano fatti ma rimangono lì, scritte negli atti e nei documenti, mentre tutto continua come prima.

A Torino uno di questi atti riguarda un argomento delicato come i servizi di cremazione, affidati allo stesso soggetto dai tempi in cui l’Italia muoveva i primi passi e la città rimpiangeva gli anni in cui era capitale del Regno. Oltre un secolo di attività senza concorrenza, in assenza di una gara d’appalto che pure è stata deliberata oltre undici anni fa, per opera di un assessore comunale che nel frattempo è diventato sindaco.

Sul tema è tornata recentemente la Regione Piemonte, un po’ a sorpresa, con un emendamento della maggioranza inserito all’ultimo nel decreto omnibus, quello che in politichese si chiama “legge di riordino” e che ogni anno mette insieme gli argomenti più disparati, dai testimoni di giustizia agli alpini, dai pozzi per uso agricolo ai funerali.

Le norme sulla cremazione sono state approvate all’unanimità, ma hanno fatto registrare le prime prese di distanza soltanto pochi giorni dopo la loro approvazione. «La cremazione sta diventando una scelta che riguarda molte famiglie – ha detto a L’Unica il promotore dell’emendamento, il consigliere leghista Andrea Cerutti – E non ha senso che la politica ponga dei limiti alle attività dei privati. Nessuno vuole una liberalizzazione totale, ma c’erano vincoli troppo stretti: abbiamo soltanto abbassato l’asticella».

La nuova legge regionale ha modificato i requisiti per realizzare nuovi impianti, portando l’efficienza minima a duecento cremazioni all’anno per linea e riducendo il bacino d’utenza minimo a 30 mila abitanti. Questo ha suscitato molte polemiche. Particolarmente critica Alleanza verdi-sinistra: un comunicato delle consigliere Alice Ravinale, Giulia Marro e Valentina Cera  accusa la riforma di voler «cambiare le regole per aprire nuovi forni crematori, abbassando le tutele, scardinando la pianificazione pubblica e creando un far west in un settore che tocca il momento più delicato della vita delle persone, quello dell’ultimo saluto ai propri cari. Una deregolamentazione che può aprire la strada a improvvisazione, fallimenti, malagestione e perfino malaffare».

«A volte mi sembra che la politica abbia una narrazione in prosa per quello che succede in aula e una in poesia per quello che si dice fuori – commenta Cerutti a L’Unica – Il mio emendamento è stato approvato all’unanimità, quindi mi stupiscono le frenate del giorno dopo. La mia era una questione di principio: non so neppure se ci sono società pronte ad aprire nuovi impianti. So che mi è capitato di vedere una scena incresciosa al cimitero di Mappano, con i carri funebri che attendevano il loro turno, in coda come al casello dell’autostrada».

I numeri, stando agli addetti ai lavori sembrerebbero smentire il racconto di Cerutti. In un’audizione presso la IX commissione della Regione, i responsabili della Società per la cremazione di Novara hanno detto che gli impianti già attivi in Piemonte «sono in grado di coprire fino a 75 mila cremazioni l’anno, contro le 32 mila di oggi». A prescindere dalle cifre, tuttavia, decidere un provvedimento e poi fare di tutto per non metterlo in atto sembra una costante quando si parla di cremazione. Basta vedere che cosa è successo a Torino.

Il bando che non c’è mai stato

La storia, a questo punto, deve fare un passo indietro. Pochi anni, ma sufficienti per vedere in campo alcuni dei protagonisti della politica non solo cittadina di oggi, ma con ruoli diversi da quelli attuali. Il 22 dicembre 2014, il Consiglio comunale di Torino approvò una delibera proposta da Michele Curto, esponente di SEL (Sinistra ecologia libertà), il partito che due anni dopo sarebbe confluito in SI (Sinistra italiana) e da qui in AVS (Alleanza verdi-sinistra).

Curto, qualche mese prima, in vista della scadenza della concessione del servizio alla società SOCREM, aveva contestato la situazione di monopolio che si era instaurata a Torino fin dalle origini, proponendo di espropriare il forno crematorio del Monumentale e di affidarne la gestione ad AFC, la società che dal 2006 gestisce i servizi cimiteriali in città.

Stefano Lo Russo, oggi sindaco della città e ai tempi assessore con delega ai cimiteri, decise di rivolgersi all’Antitrust, che in pieno agosto comunicò il suo parere: la cremazione, spiegò, è «un servizio pubblico locale di rilevanza economica». Pertanto, come prevede la legge, era necessario metterlo a gara oppure affidarlo a una società del Comune. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’authority, suggerì due possibili vie d’uscita. La prima: riscattare l’impianto da SOCREM e affidare il servizio con una gara aperta a tutti. La seconda: mettere al bando l’utilizzo del forno imponendo al nuovo gestore di pagare a SOCREM la struttura.

Il redde rationem arrivò in pieno clima natalizio, nella seduta in Sala rossa del 21 dicembre. Una seduta combattuta anche all’interno della maggioranza, tanto che Giusi La Ganga – vecchio esponente del PSI travolto da Tangentopoli, da poco rientrato in politica come consigliere comunale del Partito democratico – ebbe modo di compiacersi perché l’aula aveva dimostrato di «non essere un semplice votificio».

Gabriele Guccione, su La Repubblica, raccontò così quella serata: «Il lodo Curto –  una delibera di iniziativa di un consigliere e non della giunta, caso ormai raro – l’ha avuta vinta nonostante l’assessore ai Cimiteri, Stefano Lo Russo, avesse tentato una sua mediazione prevedendo la costruzione di un altro forno al Cimitero Parco, in modo da lasciare quello del Monumentale alla SOCREM. […] La delibera approvata prevede la gara per l’affidamento del servizio di cremazione e l’obbligo per chi subentrerà di indennizzare SOCREM per il forno del Monumentale. “È la strada percorsa da Renzi a Firenze nel 2011” ha specificato il capogruppo di SEL, che non ha rinunciato a richiamare l’argomento della genealogica massonica della società crematoria, tanto che il capogruppo di Forza Italia, Andrea Tronzano [l’attuale assessore regionale al Bilancio, ndr] si è sentito in dovere di specificare: “Io non sono massone”. Aggiungendo: “Le logge massoniche sono state surrettiziamente inserite in questo dibattito come uno spauracchio. La verità è che siamo di fronte a un esproprio proletario, un delitto”». Tronzano votò contro, e i maligni non mancarono di far notare che sua moglie era (ed è) dipendente SOCREM.

Della massoneria e dei suoi legami con questa storia parleremo tra poco. Il tempo di ricordare che quella sera, in aula, intervenne anche la futura sindaca Chiara Appendino, annunciando il voto favorevole dei Cinque stelle e invitando «l’aula a votare con un po’ di coraggio su un tema che è sempre stato eluso dal Consiglio comunale». Parole a loro modo profetiche, perché quel bando – oltre undici anni dopo il parere dell’Antitrust e il sì del Consiglio comunale – non è mai stato aperto.

Dal 2014 al 2024, infatti, si è consumata una lunga battaglia di diritto amministrativo, fatta di ricorsi, sentenze, proroghe e atti dirigenziali. Una vicenda che si è chiusa formalmente solo nel 2024, quando il Consiglio di Stato respinse l’ultimo ricorso, ribadendo la correttezza della decisione del Comune: la gara doveva essere fatta. Nonostante questo, però, nulla finora si è mosso. Nel frattempo, come vedremo, i movimenti societari di SOCREM avevano prodotto effetti molto concreti sui propri assetti patrimoniali.

Un solo gestore da 140 anni

Ripartiamo dall’inizio. SOCREM ha una storia lunga e a suo modo coraggiosa: fondata nel 1883, la società mosse i primi passi quando Torino – perso il ruolo di capitale ormai da quasi vent’anni – aveva conservato il primato culturale e scientifico sulle altre città del Paese. Qui un gruppo di intellettuali e di medici – in gran parte membri della massoneria – promosse la cremazione come soluzione razionale ai problemi sanitari legati alle sepolture tradizionali e come scelta etica e di libertà personale.

La Chiesa cattolica non tardò a occuparsene: nel 1886 vennero vietati i funerali religiosi a chi aveva scelto di far bruciare il suo corpo. Nel 1917 il Codice di diritto canonico stabilì senza possibilità di interpretazione che «i corpi dei fedeli defunti devono essere sepolti, essendo disapprovata la loro cremazione». Nel 1926, il Sant’Uffizio alzò il tiro, definendo la cremazione «un costume barbaro, che ripugna non solo alla pietà cristiana, ma anche alla pietà naturale verso i corpi dei defunti».

È in questo clima di sospetto che si costituì SOCREM, prima raccogliendo migliaia di firme di sostegno, poi ottenendo una convenzione con il Comune di Torino. Era il 1866, due anni più tardi sarebbe stato inaugurato il tempio crematorio nel cimitero Monumentale, uno dei primi in Italia. Nel 1892 la società ottiene il riconoscimento di ente morale senza scopo di lucro.

Durante il fascismo e i primi anni del dopoguerra la cremazione continuò a essere guardata con sospetto – per l’opposizione della Chiesa e per l’insofferenza che il regime nutriva per le logge massoniche – ma SOCREM mantenne attivi la struttura associativa e gli impianti nel cimitero torinese. La ripresa coincise con un cambio di atteggiamento della Chiesa: nel 1962 – sulla scia del Concilio Vaticano II che favorì un clima di dialogo con il mondo moderno – si aprì un ampio dibattito all’interno del mondo cattolico: non esistevano argomenti teologici contrari, la pratica era già diffusa nei Paesi protestanti, e i sostenitori presentavano motivi igienici, economici o sociali che difficilmente potevano essere confutati. Nel 1963, con uno dei suoi primi atti, papa Paolo VI revocò il divieto.

A partire dagli anni Settanta-Ottanta del Novecento fino a oggi, con il mutare della sensibilità sociale, la secolarizzazione e le nuove esigenze ambientali, le cremazioni hanno conosciuto una crescita esponenziale: in Italia nel 2000 erano poco più di 30 mila, nel 2020 erano salite a oltre 247 mila. Un boom che non poteva non portare a un parallelo sviluppo di SOCREM, gestore unico del mercato.

L’espansione della società

Dal punto di vista giuridico, SOCREM è una APS (Associazione di promozione sociale). In quanto APS, pur svolgendo attività di vendita al pubblico di servizi di natura economica, non ha l’obbligo di depositare il proprio bilancio presso la Camera di commercio, ma deve soltanto pubblicare sul web i propri dati economici patrimoniali.

Ed è proprio dal sito che L’Unica ha tratto le cifre relative alla società: nel 2024, la sola gestione caratteristica dei servizi di cremazione genera oltre 5 milioni di euro di ricavi, con un costo del lavoro pari a circa 1,6 milioni di euro. SOCREM non ha sostanzialmente debiti verso le banche, opera interamente con mezzi propri (i ricavi dei servizi di cremazione e vendita cellette e altri accessori, in forza di anni e anni di proroghe in assenza di gara); dispone di un patrimonio netto pari a 6.543.381 euro (quote sociali e utili accumulati negli anni) e di disponibilità liquide sui conti correnti bancari superiori a 1,5 milioni di euro.

La società gestisce direttamente anche l’impianto di cremazione di Mappano, nell’hinterland torinese. Inoltre, controlla integralmente due società di capitali: “Servizi per la cremazione SRL”, posseduta al 100 per cento e COINCRE SRL, attiva nel tempio crematorio di Bra (Cuneo), controllata al 50 per cento in modo diretto e al 50 per cento tramite “Servizi per la cremazione”.

Le scatole cinesi

Le visure camerali, cui L’Unica ha avuto accesso, raccontano una storia di continuità organica e di sovrapposizioni degli organi di governo. Una storia forse pignola, ma importante.

In “Servizi per la cremazione” troviamo Fabrizio Gombia, presidente del Consiglio di amministrazione, che è anche direttore generale e amministratore di SOCREM e consigliere di COINCRE. Lo stesso vale per Roberto Ferrari e Matteo Sciarra che ricorrono in più società della galassia. Più facile ancora il caso degli organi di controllo societario: il collegio sindacale è lo stesso sia per SOCREM sia per “Servizi per la cremazione”.

Quest’ultima utilizza capitale prestato da SOCREM e beneficia di un contratto di servizi da 1,3 milioni di euro all’anno, stipulato tra soggetti che, di fatto, coincidono totalmente. Però due cose “Servizi per la cremazione SRL” le ha fatte: prima ha acquistato Tyche, una società che gestisce in lungodora Colletta a Torino un impianto per la cremazione di animali domestici. Poi, nel 2025, ha dato vita a una nuova società interamente controllata: la “Acacia impresa funebre” che, pur risultando formalmente inattiva, nel luglio scorso ha partecipato all’aumento di capitale di un colosso del settore come “Astra” per la cifra non indifferente di 350 mila euro.

Un sistema societario complesso, che farebbe pensare a una holding finanziaria che si allarga e fa investimenti più che a un ente di promozione sociale. Tutto alla luce del sole, ovviamente, ma favorito da un monopolio che non avrebbe più ragione di esistere e in attesa di una gara che, pur decisa in un’infuocata serata in Consiglio comunale ormai undici anni fa, non è mai stata bandita.

Viene da chiedersi se e quanto il Comune avrebbe potuto risparmiare, dando concretezza alle lontane decisioni del 22 dicembre 2014. Decisioni che – vale la pena ricordare – nonostante i reiterati ricorsi non sono mai state oggetto di un provvedimento di sospensiva da parte del Tribunale amministrativo regionale (TAR).

I vertici di SOCREM, contattati da L’Unica, hanno replicato alle richieste di intervista con queste parole: «Grazie, vi faremo sapere». Al momento della pubblicazione non abbiamo avuto altre risposte.

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