Le radici genovesi del cricket italiano che debutta in coppa del mondo

Le radici genovesi del cricket italiano che debutta in coppa del mondo

L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.

Abbiamo altre quattro edizioni: Alessandria, Asti, Cuneo e Torino.

Per riceverla, clicca qui

Aggiornamento 6 febbraio ore 15: Nella versione originale dell’articolo scrivevamo che il nome ufficiale della squadra – “Genoa cricket and football club” – era rimasto identico fino a oggi. In seguito alla segnalazione di un lettore abbiamo verificato che il nome originale era “Genoa cricket and athletic club”, poi cambiato in “Genoa cricket and football club” nel 1899, sei anni dopo la fondazione.


La pallina non è quella che si usa nelle partite. «Noi la chiamiamo tap tennis, perché per allenarci usiamo una palla da tennis avvolta nello scotch. La palla regolamentare è di legno, pesantissima, sfreccia anche a 150 chilometri all’ora. E senza protezioni rischi di farti male». Il campo è quello che si riesce a trovare, e non è facile: uno spazio pubblico sufficientemente ampio, lontano dalle case ma comodo da raggiungere. Anni fa, per giocare, i ragazzi immigrati dal Bagladesh, dal Pakistan e dallo Sri Lanka si davano appuntamento in piazzale Kennedy, alla Foce (per sospendere nei giorni del Salone nautico). Poi sono arrivati i lavori per il Waterfront di Levante. «Così ci siamo spostati in Darsena, a Ponte Parodi – ha raccontato uno di loro a L’Unica –. Quando non c’è il luna park».

È il paradosso del cricket: è il secondo sport più diffuso al mondo – le stime parlano di oltre due miliardi e mezzo di appassionati – ma in Italia lo conoscono in pochi. Eppure, proprio da Genova, la prima città italiana dove è stato introdotto a fine Ottocento dai marinai inglesi, è cominciata un’avventura che sembra un film e conduce fino in India, nel chiassoso stadio Eden Gardens di Calcutta. Qui, per la prima volta nella sua storia, la nazionale italiana maschile di cricket parteciperà alla coppa del mondo: il debutto, contro la Scozia, è per lunedì 9 febbraio.

L’Italia del cricket ha già battuto la Scozia nelle partite di qualificazione alla coppa, ma c’è un’altra partita che questa nazionale composta interamente da nuovi italiani (di origine pachistana, indiana e cingalese) e da oriundi australiani e sudafricani con i nonni italiani ha già vinto. Perché mentre il voto di giugno scorso ha affossato il referendum sulla cittadinanza, questo sport ha giocato d’anticipo. La Federazione cricket italiana, infatti, ha introdotto per prima, già nel 2002, quello che quattordici anni dopo sarebbe stato definito lo ius soli sportivo.

«Si decise di applicare buon senso e di trattare come italiani quelli che lo sarebbero diventati», ha spiegato a L’Unica Simone Gambino, presidente onorario della Federazione. «L’esigenza era di dare la possibilità a ragazzi ancora privi di cittadinanza, ma italiani di fatto, di poter giocare». Il risultato, oggi, è una nazionale senza italiani di nascita: un’Italia del futuro dalla potenza simbolica che – mentre la nazionale di calcio deve ancora conquistarsi i suoi mondiali – già sogna le olimpiadi. A Los Angeles, nel 2028: quando il cricket tornerà ai Giochi dopo 128 anni.

Genoa cricket and football club

Non lontano dalla Darsena, dove i giovani immigrati della comunità bengalese si danno periodicamente appuntamento per giocare, c’è il Museo del Genoa: la prima squadra di calcio italiana, fondata nel 1893. Era il “Genoa cricket and athletic club”, poi diventato nel 1899 “Genoa cricket and football club”. A crearla furono espatriati britannici: la formula era quella di una società polisportiva focalizzata inizialmente su cricket, atletica e – qualche anno più tardi – calcio. La sezione cricket originaria si sciolse nel 1900 per il predominio del calcio, ma il club ha mantenuto il nome rifondando la squadra nel 2007.

Il cricket, da Genova, non se n’è mai andato, come ha raccontato a L’Unica Rubel Molla: cittadino italiano di origine bengalese, è arrivato in Italia nel 2023 e qui si è diplomato in economia aziendale. Oggi lavora con la cooperativa Agorà e come mediatore culturale negli istituti comprensivi Sestri e Sestri Est. «Il cricket è uno sport molto sentito – ha detto – in ogni negozio bengalese senti le partite. E quasi tutti lo praticano». Durante l’ultimo torneo, i negozi della zona hanno fatto da sponsor. «Ne organizzeremo un altro a maggio – ha aggiunto Molla – giochiamo partite da sedici over, ogni over sono sei lanci. Qui in pochi conoscono il nostro sport. Ma il messaggio della nazionale italiana è estremamente potente. Tanto che in quel periodo ne parlerò con gli studenti nelle scuole: ordinerò su Amazon delle mazze di plastica, da lasciare nelle classi. Solo così questo sport potrà entrare a far parte di una cultura condivisa».

La forza dei simboli: la favola degli Azzurri

«La mia eredità italiana arriva attraverso mia nonna. Morì quando mio padre, Paddy, era ancora molto giovane, così purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerla», ha raccontato a L’Unica Wayne Madsen, il capitano della nazionale: sudafricano con il doppio passaporto grazie alla nonna paterna originaria di Avigliana, in provincia di Torino. «Ma la presenza della nonna è sempre stata percepita nella nostra famiglia. Indossare la maglia azzurra mi fa sentire di onorare qualcosa che è cominciato prima di me – ha continuato –. Questa squadra rappresenta un’Italia moderna: proveniamo da diverse culture e percorsi di vita, ma quando indossiamo la maglia azzurra niente ci divide. La nostra diversità è la nostra più grande forza».

E la diversità è il messaggio potente di una squadra composta esclusivamente da oriundi e immigrati: giocatori che hanno iniziato ad allenarsi nei parcheggi e nei parchi delle province, e che per partecipare ai tornei spesso si sono dovuti licenziare. «Non ci davano i permessi – hanno raccontano – la risposta era: ma che sport è il cricket?». Ecco: è lo sport che ha portato gli azzurri in India a sfidare le squadre più forti del mondo. Dopo la Scozia, il 12 febbraio toccherà al Nepal e il 19 all’Inghilterra, l’imperatrice di questo sport, che è stato prima simbolo della colonizzazione e poi strumento di riscatto. Ultima partita il 19, contro quelle che nel cricket chiamano ancora Indie Occidentali, una selezione di giocatori delle isole caraibiche, tra cui Giamaica, Trinidad e Barbados.

Sono quindici i giocatori convocati: le partite si disputano in undici, come nel calcio. Tra questi, dieci sono oriundi australiani e sudafricani con il doppio passaporto, cinque sono nuovi italiani: tre sono nati in Pakistan, uno in Sri Lanka e uno in India. Il paradosso è che in tre (due giocatori pachistani e uno cingalese) non sono ancora riusciti a ottenere la cittadinanza italiana, a causa del lungo iter che comporta.

Tra questi c’è Syed Zain Abbas Naqvi, 24 anni, primo battitore: originario del Pakistan, brianzolo da quando ha dodici anni, lavora come operaio chimico farmaceutico e si è diplomato alla scuola Artwood academy a Camnago Lentate, in provincia di Monza e Brianza. «Nelle classi organizziamo incontri con gli studenti», ha raccontato a L’Unica. «Solo così questo sport può diffondersi. In pochi lo conoscono. Per giocare, infatti, ho dovuto licenziarmi cinque volte».

«Per allenarsi, qui in Italia uno dei problemi riguarda gli spazi», ha spiegato Ali Hasan, cittadino italiano di origine pachistana e un lavoro come corriere. «In Inghilterra e in Australia ci sono campi enormi, qui sono rari. Spesso vado a lanciare in un piccolo giardino pubblico vicino a casa mia, a Brescia. Mi è capitato che arrivasse la polizia a dirmi che non si può. Spero che i mondiali aiutino a diffondere la cultura del cricket».

In Pakistan, il padre di Zain Ali – 24 anni, battitore – faceva il medico: «Ha deciso di venire in Italia per darci un futuro migliore e ha trovato lavoro come corriere. Io, mia mamma e i miei fratelli lo abbiamo raggiunto nel 2016». Ali, a Trescore Balneario in provincia di Bergamo, ha scoperto che i ragazzi della comunità indiana e pakistana praticavano quello sport che lui conosceva fin da piccolissimo. Entra così nel Cividate cricket club. Durante un raduno viene notato dall’allenatore Kevin O’Brien: «Indossare la maglia della nazionale è un’emozione che non posso descrivere – ha spiegato –. Mio nonno Rehmat Ali, che è rimasto in Pakistan ed è mancato l’anno scorso, mi diceva sempre di mandargli il link: guardava in diretta tutte le mie partite».

Zain si è diplomato in meccatronica alle scuole serali, oggi lavora al DM industrial a Colonio Alserio. Il prossimo sogno è la cittadinanza italiana: «Potrò chiederla dall’anno prossimo, ma l’Italia è già casa mia».

Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

Ti consigliamo anche:

💧 Il lungo declino delle terme di Acqui (da L’Unica Alessandria)

✍🏻 Remigrazione: che cosa prevede la proposta di legge di iniziativa popolare (da Pagella Politica)

⚠️ Sei un genitore? Abbiamo bisogno di te per un progetto europeo destinato alle famiglie! Compila questo breve questionario e lasciaci la tua e-mail, riceverai un regalo da parte nostra.