Il delitto di Capodanno: trentatré anni senza un assassino

Il delitto di Capodanno: trentatré anni senza un assassino
Foto: Unsplash

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C’è una notte che nel Monferrato alessandrino non è mai finita davvero. Una notte di festa, di brindisi e promesse, che all’alba si è trasformata in silenzio. Il 1° gennaio 1993 era cominciato con una nebbia spessa, tagliente come il gelo, capace di inghiottire tutto: strade, colline, certezze. Ed è proprio in quel bianco immobile che una vita è stata portata via.

Antonella Guarnero aveva trent’anni e un futuro che sembrava già scritto nella normalità di un paese dove tutti si conoscono. Ma quella mattina, tra i campi ghiacciati del Piemonte profondo, il suo nome è diventato altro: una domanda senza risposta, un enigma che resiste ancora oggi, trentatré anni dopo. Il ritrovamento del suo corpo, abbandonato come un messaggio muto, ha aperto una ferita che dopo oltre trent’anni continua a sanguinare nella memoria collettiva. Perché in questa storia non c’è solo un delitto: c’è un segreto che qualcuno ha portato via con sé.

Quella mattina, mentre il termostato segnava meno 8 gradi, il corpo senza vita di Antonella Guarnero venne ritrovato in un campo gelato, in località Terfengo, da Nguyen Minh An, contadino vietnamita che intorno alle 10 stava camminando lungo la strada che costeggia i campi, diretto al lavoro anche se era il giorno di Capodanno. «Là c’è una ragazza morta», disse spaventato al vicino di casa cui era andato a bussare alla porta. «Distesa su un fianco c’era una giovane donna, senza vestiti», raccontò quest’ultimo, Rinaldo Galletto. «Siamo subito andati a chiamare un altro vicino: non sapevamo che fare, tanto eravamo impauriti».

È così che ebbe inizio un mistero, uno di quelli brutali, senza risposta, destinato a tormentare una piccola comunità per molto tempo, e chissà per quanto ancora.

La vittima

Antonella Guarnero, al momento dei fatti, aveva trent’anni e viveva a Sogliano, una piccola frazione di Castelletto Merli, in una prestigiosa casa di campagna di proprietà della sua famiglia. Suo padre Felice era un importante proprietario terriero e un noto esponente locale della Democrazia cristiana, una figura di spicco nel tessuto politico e sociale della zona. Antonella era diplomata al liceo linguistico e lavorava come centralinista presso la Cold Car, un’azienda di celle frigorifere per veicoli industriali, dove era stimata dai colleghi e dai dirigenti per la sua allegria e professionalità. Descritta come espansiva, solare e spiritosa era una giovane donna che amava la vita sociale. In quel periodo non aveva una relazione sentimentale stabile. «Ho tanti amici, è vero, ma nessuno con cui mi sento di costruire qualcosa di serio. Si scherza, si ride, ma nulla di più», aveva confidato a un ragazzo della sua compagnia. Qualche volta – aveva aggiunto un’amica ai giornalisti in cerca di notizie nei giorni successivi al delitto – «Antonella diceva: ci sono troppi cretini in giro per costruire un rapporto duraturo».

La sua vita era trasparente, priva di ombre, il che rese il suo omicidio ancora più inspiegabile per chi la conosceva. «Ho settantaquattro anni – raccontò ai giornali un altro vicino, Luigi Raftacco – e in tutta la mia vita non avevo mai visto niente di simile. Ancora adesso mi sembra incredibile. Conoscevo Antonella da quando era nata: era una brava ragazza, molto intelligente e apprezzata sul lavoro. Nessuno poteva volerle tanto male da ucciderla […] L’importante, ora, è che trovino chi è stato, perché chi si è macchiato di una colpa così orrenda deve pagare». Speranza vana: Raftacco se n’è andato senza conoscere la verità. E con lui l’intero paese: l’assassino di Antonella Guarnero, in tutti questi anni, non è mai stato scoperto.

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L’ultimo Capodanno

La serata del 31 dicembre 1992 era cominciata sotto i migliori auspici. Antonella si era unita a un gruppo di amici per festeggiare il veglione presso il ristorante “Sciapa Pum” a Roncaglia, nel cuore del Monferrato casalese. Indossava una minigonna rossa con strass, fatta appositamente dalla sarta per l’occasione, una lunga pelliccia e scarpe modello décolleté estive. Durante la cena, intorno alla mezzanotte, si era allontanata brevemente per accompagnare un’amica insieme ad altri partecipanti alla cena, ricevendo nel frattempo una telefonata al ristorante da parte di un collega di lavoro per gli auguri.

Finita la cena, verso le 3 del mattino, una parte del gruppo si era diretta al bar Borsani a Casale Monferrato, un locale che la comitiva frequentava abitualmente. «Una brava ragazza – raccontarono i gestori – non diceva mai una parola fuori posto, allegra e tranquilla nello stesso tempo. Anche la notte di Capodanno è stata qui: c’era molta confusione, ma l’abbiamo intravista». I giovani rimasero lì a chiacchierare al Borsani fin verso le 5 circa. È da quel momento che si interruppe il contatto con la sua comitiva storica. Tre amici la riaccompagnarono a San Germano, dove Antonella aveva parcheggiato la sua Y10 davanti alla chiesa. I testimoni la videro partire intorno alle 5 e 10; la giovane doveva percorrere alcuni chilometri su stradine ghiacciate e strette per tornare a Sogliano.

Antonella però non entrò mai in casa. Giunta ai piedi della collina dove abitava, avrebbe parcheggiato la sua auto per salire su quella di un’altra persona, un “X” con cui probabilmente aveva un appuntamento prestabilito. Secondo gli inquirenti, i due si sarebbero spostati in un’area isolata dove la situazione sarebbe degenerata in un violento litigio dall’esito fatale.

Il corpo

Antonella venne ritrovata senza vita intorno alle 10 del mattino, in un campo in aperta campagna con lesioni compatibili con uno strangolamento a mani nude. Le scarpe e l’orologio, invece, furono recuperati in un’area a pochi metri da casa sua: segnale che le indagini interpreteranno come risultato di una violenta colluttazione. Proprio questo dettaglio avrebbe permesso di ricostruire gli ultimi movimenti della vittima con il suo assassino, identificando come luogo del delitto un’area diversa da quella in cui il corpo sarebbe stato ritrovato la mattina seguente.

La vittima inoltre presentava un labbro tumefatto e un incisivo scheggiato, lesioni compatibili con l’urto violento del viso durante una lotta. Nonostante il corpo fosse stato ritrovato seminudo, le perizie esclusero segni di violenza carnale, lividi da stupro o tracce di sperma. Un dettaglio inquietante e a lungo rimasto inedito riguarda l’abbigliamento della vittima al momento del ritrovamento: Antonella aveva due paia di slip rossi, arrotolati alle caviglie. Gli investigatori ipotizzarono che il secondo paio potesse essere un regalo dell’assassino, forse indossato sopra l’altro proprio durante quell’incontro furtivo.

Secondo gli inquirenti, dopo l’omicidio compiuto a mani nude, l’assassino aveva caricato il cadavere sulla propria auto e aveva percorso tre chilometri fino a una cava dismessa a Terfengo. L’intenzione originaria del killer, secondo alcune ipotesi, era quella di gettare il corpo nel dirupo della cava, profondo circa quaranta metri e invaso dalla vegetazione, per impedirne il ritrovamento. Tuttavia, forse a causa del terreno accidentato o della fretta, l’assassino fu costretto ad abbandonare Antonella nel campo dove sarebbe stata ritrovata la mattina dopo.

Nel corso delle indagini è stato possibile dimostrare che l’assassino avesse una conoscenza perfetta dei luoghi e una fredda capacità di manovra. Oltre a essersi mosso, dopo aver commesso il fatto, con discreta agilità nei territori circostanti, infatti, si pensò che addirittura fosse tornato a casa Guarnero per spostare l’auto di Antonella e portarla nel cortile. A tradirlo alcuni piccoli dettagli che si dimostrarono decisivi al fine della ricostruzione delle ultime ore di Antonella:

  • Il sedile di guida: quando il fratello della vittima controllò l’auto, la mattina successiva, notò che il sedile era spinto tutto indietro, segno che era stata guidata da un uomo alto almeno 1,80-1,85. Antonella invece era conosciuta per guidare sempre molto vicina al volante.
  • L’assenza di brina: nonostante i -8 gradi, sul tettuccio della Y10 non c’era brina, a differenza di tutto il paesaggio circostante, indicando che la vettura era stata mossa e quindi riscaldata poco prima delle 7:00 del mattino.
  • i cani da guardia: verso le 6 e 40, sia i cani della famiglia Guarnero sia quelli degli zii iniziarono ad abbaiare furiosamente contro qualcuno presente all’interno del cortile.

Inoltre, un testimone, il casellante di un passaggio a livello nei pressi dell’abitazione, riferì di aver visto un’utilitaria FIAT sfrecciare ad alta velocità intorno alle 7. Le impronte degli pneumatici trovate sia nel pioppeto che nel luogo del ritrovamento del corpo corrispondevano esattamente al modello montato di serie su quelle vetture FIAT.

Un “cold case” con poche speranze

Nonostante questi indizi, e l’iniziale ottimismo degli inquirenti, le indagini furono archiviate il 15 settembre 1993, dopo soli nove mesi e mezzo. Diverse piste vennero battute senza successo, incluse alcune figure nella cerchia ristretta della vittima. Resta inoltre l’inquietante coincidenza con il caso di Silvana Biagetti, un’altra centralinista torinese uccisa sei mesi prima, la cui famiglia aveva una casa a soli due chilometri da quella di Antonella. Entrambe le ragazze furono strangolate e i loro funerali celebrati nella stessa chiesa.

Il caso di Antonella Guarnero è rimasto senza giustizia. Le speranze potrebbero essere riposte in nuove e più moderne analisi del DNA, ma una riapertura delle indagini sembra difficile: con la chiusura della procura di Casale, il fascicolo è finito negli archivi della procura di Vercelli e, secondo la RAI che qualche anno fa ha dedicato un servizio al cold case di Castelletto Merli, le casse che conservano i reperti dell’indagine sarebbero andate perdute. A ricordare Antonella – oltre alla famiglia che in tutto questo tempo non si è mai arresa – c’è solo il centralino antiviolenza di Casale che dal 2013 porta il suo nome. Troppo poco, dopo trentatré anni.

Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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