Emergenza casa: degrado, spese alle stelle e il progetto del “condono per i poveri”
Cuneo si racconta
Cara lettrice, caro lettore,
Mercoledì 18 febbraio alle ore 18 L’Unica organizza un evento dal vivo a Cuneo. Il programma prevede letture tratte dalle newsletter, dialogo con gli ospiti e un rinfresco.
Sul palco ci saranno Guido Tiberga (coordinatore editoriale L’Unica), Gimmi Basilotta (presidente Dispari teatro) e Mariano Laguzzi (presidente 1000miglia). Non mancare!
📍 Open Baladin Cuneo, piazza Foro Boario
🎟️ Ingresso gratuito – i posti sono limitati!
Il quartiere Praia, ad Asti, un tempo era una distesa di prati. Oggi è il simbolo di una città che fatica a dare risposte a chi resta indietro. È qui che L’Unica ha incontrato Michele Clemente e Luisa Rasero, anime del Coordinamento Asti Est, una realtà che da oltre trent’anni presidia il fronte caldo dell’emergenza abitativa. «Il coordinamento è nato per verificare la vivibilità nelle case popolari e contrastare un’ondata di sfratti che già negli anni Novanta mordeva la città», ha spiegato Clemente. Da allora, la lotta si è spostata dalle occupazioni simboliche di edifici abbandonati (come l’ex Mutua o via Allende) a una battaglia politica e burocratica quotidiana.
Il dato di partenza è impietoso: secondo il Coordinamento, ad Asti ci sono circa 700 nuclei familiari in lista d’attesa per un alloggio popolare. A fronte di questo bisogno, gli appartamenti disponibili ogni anno sono appena una decina, legati quasi esclusivamente al turnover naturale. Ma non è solo una questione di spazi che mancano, è una questione di criteri.
«L’Italia è uno dei Paesi europei con la minor percentuale di case popolari. E qui ad Asti il problema è aggravato da una soglia ISEE d’accesso che definirei distorta», ha detto Rasero. «Il limite massimo è circa 25 mila euro, ma con quei parametri non avrai mai un punteggio utile. Per sperare in un alloggio devi essere sotto i 7.500 euro. Questo trasforma le case popolari in ghetti di povertà estrema, mentre un tempo erano abitate da operai e piccoli impiegati. Si è creata una guerra tra poveri e uno stigma sociale pesante per chi vive qui».
Il degrado e la “progettite”
In giro per il quartiere il degrado è tangibile. In via Malta, gli edifici di edilizia popolare sono l’esempio di una manutenzione che non arriva o, quando lo fa, è tardiva. Per denunciare questa incuria, il Coordinamento ha organizzato mostre fotografiche che documentano cantine allagate, tetti fatiscenti e garage trasformati da esterni in discariche abusive.
Proprio per mettere le istituzioni davanti a questa realtà, il 5 dicembre 2025 il Coordinamento ha promosso un incontro pubblico a cui hanno partecipato i tecnici dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC). In quella sede, il direttore Gianluca Ghiglione ha tracciato un nesso diretto tra l’impennata dei costi energetici del biennio 2022/2023 e l’esplosione delle morosità: bollette insostenibili che hanno costretto molte famiglie a scegliere tra il riscaldamento e il canone.
Qualche giorno dopo, agli “Stati generali della casa” organizzati da Forza Italia, i servizi sociali del Comune di Asti hanno evidenziato un quadro allarmante e in costante peggioramento. «Cinque anni fa – ha detto il dirigente Roberto Giolitto – erano stati eseguiti 13 sfratti, lo scorso anno sono diventati 60. Nel 2020 le famiglie in cerca di casa erano 57, ora siamo passati a 93 mentre quelle sostenute economicamente da 168 sono diventate 863».
In questo scenario, Ghiglione ha ammesso le difficoltà croniche dell’ente, legate a una strutturale mancanza di fondi. Come ha spiegato il direttore, l’ATC è costretta ad affidarsi alla “caccia ai bandi” (come i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza o piccoli stanziamenti regionali, grazie ai quali si recupereranno appena cinque appartamenti vuoti ad Asti). Il problema, secondo il Coordinamento, risiede anche nella scomparsa di strumenti economici come la tassa GESCAL (Gestione case per i lavoratori), il fondo alimentato dai contributi dei lavoratori e destinato specificamente all’edilizia pubblica, scomparso negli anni Novanta.
Ora, senza più entrate certe, si vive pure nel paradosso dei fondi vincolati: l’ATC è spesso obbligata a “efficientare” palazzine in discrete condizioni solo perché i bandi riguardano, ad esempio, il cappotto termico, senza poter spendere un euro per interventi urgenti – come il ripristino di davanzali crollati o derattizzazioni – in stabili molto più degradati. È quello che Michele Clemente ha battezzato, con amara ironia, la «progettite».
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La proposta: un “condono dei poveri” per cancellare i debiti
Il nodo più intricato resta quello economico. Molte famiglie non riescono a pagare l’affitto – che pure mediamente si aggira su una cifra che non raggiunge i 100 euro – non per scelta, ma per una “morosità incolpevole” dettata dall’impossibilità materiale. Recentemente il Comune di Asti ha stanziato circa un milione di euro per coprire questi ammanchi nei confronti dell’ATC, ma si tratta di un paracadute contabile che non risolve il dramma individuale: i debiti restano sulle spalle dei cittadini, schiacciandoli in un limbo senza uscita.
Per spezzare questo circolo vizioso, la proposta del Coordinamento è netta: un “condono dei poveri” ispirato alla legge sul sovra-indebitamento, nota come “salva suicidi”. «Se viene verificato che una persona non ha le risorse, perché continuare a caricarla di debiti e interessi che non potrà mai pagare?», ha incalzato Luisa Rasero. «Proponiamo di azzerare il debito e far ripartire la persona da zero. Trasformare una perdita di bilancio in un investimento sociale richiede una volontà politica forte».
Questa istanza, almeno sulla carta, è stata presa in carico dall’amministrazione comunale, che si è detta pronta a portarla sui tavoli regionali. «Invece di tanti condoni “strani”, il governo dovrebbe azzerare i debiti di chi non potrà mai pagarli», ha detto il sindaco Maurizio Rasero, con un affermazione quasi eretica per un esponente del centrodestra. «Il mio – ha precisato – non è un ragionamento ideologico, ma un discorso improntato alla concretezza».
Nel frattempo, anche dall’ATC è arrivata un’apertura significativa: sempre nell’incontro del 5 dicembre, il dirigente Ghiglione si è dichiarato favorevole all’innalzamento della soglia ISEE per l’accesso al fondo sociale. Attualmente, solo chi ha un indicatore inferiore ai 7.500 euro viene riconosciuto come “moroso incolpevole” e può accedere ai sussidi senza perdere il diritto alla casa. «Innalzare questo limite significherebbe prendere atto che la povertà ad Asti non è più un’eccezione, ma un fenomeno endemico che colpisce fette sempre più ampie di popolazione», ha concluso Rasero.
Un altro fronte caldo riguarda le spese accessorie, ad esempio le spese condominiali, che spesso superano il canone d’affitto. Il Coordinamento chiede da tempo che la gestione dei condomini costruiti in edilizia popolare torni integralmente in mano pubblica, ma l’incontro con i tecnici ha svelato un ginepraio burocratico. Ghiglione ha infatti chiarito che l’ATC può riprendere la gestione diretta solo negli immobili di cui è unica proprietaria. Nei condomini a proprietà mista, dove alcuni alloggi sono stati riscattati da privati (come in via Malta), le istituzioni impongono ancora l’affidamento a studi professionali esterni.
Tuttavia, è stata annunciata una prima svolta: l’ATC ha deciso che, nei palazzi interamente pubblici dove la morosità supera il 51 per cento, l’ente si riprenderà la gestione diretta. La prima palazzina a sperimentare questo ritorno al pubblico sarà quella di via Gancia. Si tratta di un processo che richiederà tempi tecnici per attrezzare gli uffici, ma la strada è tracciata, spiegano dal Coordinamento.
Questa mossa ha però già sollevato le barricate degli studi privati. Luisa Rasero rivela che il Coordinamento ha ricevuto una lettera formale dall’ordine degli amministratori, preoccupati per la possibile perdita di incarichi: «È una vera lobby. Un amministratore privato, gestendo le case popolari, non corre alcun rischio d’impresa: se l’inquilino non paga le spese, l’ATC è obbligata a rimborsare lo studio», ha detto. «Noi invece chiediamo con forza che si guardi al risparmio delle famiglie e alle economie di scala che solo l’ente pubblico può garantire, non alla tutela del profitto dei privati».
Un tetto senza cementificare: la via del riuso
C’è infine un punto su cui il Coordinamento non è disposto a trattare: la tutela del territorio. In una provincia che continua a vedere sparire ettari di verde, Michele Clemente e Luisa Rasero sposano con convinzione la proposta di legge popolare che era stata avanzata dal forum “Salviamo il Paesaggio”, sostenendo una strategia basata sul riuso dell’esistente anziché sull’edificazione selvaggia. La parola d’ordine è “consumo di suolo zero”: un impegno a non aggiungere nuovo cemento, ma a rigenerare gli alloggi già presenti per restituire dignità abitativa senza sacrificare ulteriore natura. «Non serve costruire nuovi palazzi, aggiungere cemento a un’aria già satura», ha spiegato Clemente. «Ad Asti ci sono centinaia di alloggi abbandonati, edifici pubblici e privati lasciati all’incuria che potrebbero essere trasformati in edilizia residenziale pubblica tramite ristrutturazioni intelligenti».
Il richiamo non è solo di buon senso, ma ha radici profonde nella nostra carta fondamentale. Il Coordinamento invoca l’articolo 42 della Costituzione, che sancisce come la proprietà privata debba avere una funzione sociale. «Se un edificio resta inutilizzato per decenni mentre fuori la gente dorme in strada o vive in condizioni disumane, la proprietà sta venendo meno al suo dovere sociale – hanno concluso gli attivisti –. Il Comune ha il dovere di intervenire, acquisire o chiedere il comodato d’uso di questi spazi per metterli a disposizione degli indigenti».
Insomma, la sfida per Asti è quella di smettere di considerare la casa popolare come un “limbo” punitivo per chi ha perso il lavoro o è straniero, e tornare a vederla come un pilastro del diritto alla città. Per Michele Clemente e Luisa Rasero, la lotta continua tra i palazzi del quartiere Praia: «Non abbiamo tolto niente a nessuno, abbiamo solo chiesto che edifici pubblici abbandonati tornassero a vivere. Perché il diritto a un tetto è il primo passo per sentirsi, di nuovo, cittadini».
Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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