O a Torino o a casa: i licenziamenti mascherati della Konecta

O a Torino o a casa: i licenziamenti mascherati della Konecta
Foto: Unsplash

L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.

Abbiamo altre quattro edizioni: Alessandria, Cuneo, Torino e Genova.

Per riceverla, clicca qui

Non è la ricchezza a fare gli uomini, sono gli uomini a fare la ricchezza. Una verità antica che torna d’attualità ogni volta che un imprenditore illuminato viene sostituito da manager o proprietari incapaci di reggere l’eredità (industriale e sociale) ricevuta.

Succede spesso che chi subentra al fondatore di un’azienda di successo – non importa se il rampollo di famiglia o un colosso del settore – non ne comprenda fino in fondo la visione. È quanto sta accadendo tra Asti e Ivrea con il caso Konecta, una multinazionale spagnola con oltre 120 mila dipendenti in ventisei Paesi attiva nel settore del business process outsourcing, cioè gestisce servizi di assistenza ai clienti, amministrazione, recupero crediti, assistenza tecnica, strategie digitali e persino soluzioni basate su intelligenza artificiale.

Il 5 dicembre, durante un incontro sindacale di presentazione del piano industriale, è emerso che su tre sedi piemontesi due sarebbero state chiuse. Asti e Ivrea, cancellate con un tratto di penna. A partire da giugno, saranno accorpate a Torino, negli uffici di strada del Drosso. Per i 1.100 dipendenti due sole alternative: trasferirsi o andarsene. «Un vero terremoto economico, occupazionale, sociale e personale», hanno scritto i lavoratori in una lettera aperta alle istituzioni. Gli stipendi di molti dipendenti, hanno spiegato, rendono impraticabile l’ipotesi di andare a lavorare nel capoluogo: «Un part time terzo livello a quattro ore porta a casa un salario che si aggira sui 750 euro, 1.100 euro un tempo pieno. In parole povere, ma estremamente chiare e concrete, questi “trasferimenti” significano in concreto lasciare a casa le persone».

Un epilogo tutt’altro che imprevisto, figlio di scelte che hanno privilegiato il risparmio agli investimenti, il taglio dei costi alla creazione di valore. Non più il lavoro come motore della ricchezza, ma la compressione delle spese come unico orizzonte strategico.

Se questa newsletter ti è stata inoltrata, puoi iscriverti cliccando qui:

📨 Iscriviti

La storia dell’azienda

Konecta non nasce ieri, ma è figlia di un processo lontano nel tempo. Nel 1987 Fiorenzo Codognotto aveva fondato a Ivrea una ditta e l’aveva chiamata Comdata, un progetto allora innovativo che offriva alle aziende un servizio complesso: non semplicemente rispondere al telefono, ma gestire pratiche, reclami, rimborsi, conti correnti, variazioni contrattuali: quello che in sintesi si definisce back office.

Banche, assicurazioni e colossi dell’energia avevano subito compreso il valore di quel modello: Codognotto e la sua squadra avevano costruito un’azienda che non faceva telemarketing, ma risolveva problemi reali. Per intenderci, non erano loro che telefonavano alla gente come i tanti call center che ci sono in giro oggi, ma erano i clienti dei colossi bancari, assicurativi o energetici che chiamavano. La gente telefonava a Generali, TIM o Edison e rispondeva Comdata.

Gli affari crebbero e nei primi anni Duemila Codognotto decide di ampliarsi e mette gli occhi su una cooperativa che, più o meno, faceva lo stesso lavoro ad Asti. «Sono stato assunto nel 2002 da una piccola cooperativa poi diventata Comdata e infine Konecta», ha raccontato a L’Unica Fabio Aquilino, sindacalista UILCOM e dipendente dell’azienda. «All’inizio eravamo pochi, poi siamo diventati centinaia. Il ringraziamento per vent’anni di impegno è stato questo: neppure il rispetto di lasciarci passare le feste in pace».

L’inizio della crisi

Dopo la fusione con Comdata nel 2022 e il cambio di nome del 2024, l’azienda ha iniziato a perdere commesse strategiche come TIM, Generali, FiberCop e IREN, entrando in una crisi annunciata. Nel giugno 2025, per tamponarla, venne firmato un accordo di solidarietà che ha coinvolto 2.748 dipendenti in undici siti italiani, con tagli pesanti – fino al 25 per cento – all’orario e al salario.

Altro che «fulmine a ciel sereno», come ha dichiarato il sindaco Maurizio Rasero: il piano industriale presentato il 5 dicembre era solo l’ennesimo tuono di un temporale che durava da anni. Il tuono più forte.

Eppure Comdata, fino a pochi anni fa, ad Asti era considerata un modello di innovazione. Dava lavoro a oltre 700 dipendenti, con un picco di oltre mille nel periodo migliore, distribuiti in due sedi, una di fronte all’altra in via Guerra. Con il tempo – e dopo la fusione – il “capitale umano” ha smesso di essere centrale. Dei 400 dipendenti rimasti ad Asti, 42 erano in staff leasing, assunti da agenzie interinali, meno costosi e con meno diritti. Nell’aprile scorso, per tenere un’assemblea sindacale, questi lavoratori furono costretti a sistemare le sedie sul marciapiede davanti all’azienda. All’interno non c’erano locali disponibili, ha spiegato l’azienda, che però non ha mai risposto alle richieste di chiarimento. L’area break dentro la sede, utilizzata per le assemblee dei dipendenti diretti, era vuota. I giornalisti erano stati fermati all’ingresso, i documenti trattenuti, il responsabile del personale, Alessio Di Cianni, aveva annunciato il suo arrivo nella sede astigiana. Non si è mai presentato.

Ma anche i lavoratori assunti da Konecta hanno poco di che essere contenti: in gran parte si tratta di personale femminile, impiegato con part-time da quattro o sei ore per 700 euro al mese, e ora costrette a scegliere tra il trasferimento a Torino, difficilmente raggiungibile, e le dimissioni. Veri e propri licenziamenti mascherati, quindi, denunciati tardivamente da istituzioni e politica, dopo anni di silenzio.

Giovedì 18 dicembre, ad Asti e a Ivrea, i dipendenti si sono riuniti in assemblea. Lunedì 22, a Torino, ci sarà un primo incontro con l’azienda. I sindacati non escludono scioperi e altre forme di protesta. «Abbiamo un unico scopo: mantenere i livelli occupazionali attuali e i tre siti piemontesi», ha detto Alberto Revel, segretario regionale di SLC-CGIL. Sulla stessa linea Michela Gullo, della RSU FISTEL CISL. «Questo non è un piano di ristrutturazione, ma un piano di distruzione, e come tale va contrastato. Come dipendenti finora siamo stati molto disponibili, basti pensare che dallo scorso luglio sono in vigore i contratti di solidarietà, ma questo trasferimento che non può essere sostenuto costringerà le persone a licenziarsi. I tempi e i costi del pendolarismo non potranno essere affrontati».

I ritardi della politica

Il sindaco Rasero ha parlato di «bomba atomica» e ha già preso contatto con il suo omologo di Ivrea per portare la questione davanti al presidente della Regione Alberto Cirio. La Regione ha già ricevuto due interrogazioni, una da parte della capogruppo di Alleanza Verdi-Sinistra Alice Ravinale e un’altra dal consigliere regionale del Partito Democratico Fabio Isnardi. Al Ministero del Lavoro e a quello del Made in Italy sono arrivate invece le interrogazioni dei parlamentari astigiani Andrea Giaccone (Lega) e Marcello Coppo (Fratelli d’Italia).

Nessuno però si era mosso quando i lavoratori facevano assemblee sindacali sui marciapiedi e i loro diritti venivano compressi giorno dopo giorno. Quando, cioè, si è tolto l’uomo dal centro del progetto per sostituirlo con l’euro. Adriano Olivetti, di fronte a richieste di licenziamenti, licenziava i dirigenti. Oggi Olivetti non c’è più, Codognotto – morto d’infarto nel 2020 – nemmeno. Restano gli uffici vuoti e i territori lasciati a pagare il conto.

🎄 Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. La prossima settimana L’Unica si prende una piccola pausa. Torneremo giovedì 1 gennaio. A tutti voi buone feste dalla redazione.

Ti consigliamo anche:

🧸 L’ultimo guaio del sindaco di Valenza, nell’Alessandrino, è un peluche irriverente (da L’Unica Alessandria)

🤝🏽 C’è un accordo tra i partiti per non usare i deepfake contro gli avversari (da Pagella Politica)

✍🏻 Tra presepi, sesso e banchi a rotelle, i parlamentari si sono sbizzarriti anche quest’anno (da Pagella Politica)