RSA, la start-up che si rivolge alle famiglie senza supporto della Regione
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Cara lettrice, caro lettore,
L’Unica è presente in diverse province del Piemonte e, tra queste, c’è anche Cuneo. Proprio lì mercoledì 18 febbraio alle ore 18 L’Unica organizza un evento dal vivo. Ti va di incontrarci? Il programma prevede letture tratte dalle newsletter, dialogo con gli ospiti e un rinfresco.
Sul palco ci saranno Guido Tiberga (coordinatore editoriale L’Unica), Gimmi Basilotta (presidente Dispari teatro) e Mariano Laguzzi (presidente 1000miglia). Non mancare!
📍 Open Baladin Cuneo, piazza Foro Boario
🎟️ Ingresso gratuito – i posti sono limitati!
Non è un caso se le prime società esperte in litigation funding siano entrate in scena a Torino e in Piemonte, partendo dalla battaglia che le famiglie stanno combattendo sulle liste d’attesa nelle RSA, le Residenze sanitarie assistite destinate ad anziani e lungodegenti. Il litigation funding – in italiano “finanziamento del contenzioso” – è uno strumento tipico del mondo anglosassone in cui la società, nel ruolo di finanziatore, investe in un contenzioso di un terzo, assumendone i costi (tutti o in parte) in cambio di una quota dei proventi ottenuti in caso di successo.
Non è un caso perché qui esistono associazioni che operano con efficacia nella tutela dei diritti dei familiari di persone non autosufficienti ricoverate nelle case di riposo, ma soprattutto perché il disagio di chi aspetta che a pagare la quota sanitaria sia la Regione (la parte sanitaria è il 50 per cento della tariffa; il restante 50 è la quota alberghiera assistenziale) è in costante aumento. I numeri di chi rischia di dilapidare un patrimonio per versare per anni l’intera retta di ricovero nelle case di riposo, pur avendo diritto alla compartecipazione, sono altissimi e non accennano a diminuire a dispetto delle dichiarazioni della politica. Una media indicativa che, secondo una verifica de L’Unica, è di circa 40 mila euro l’anno per un ricovero medio non certo lussuoso, una cifra ancora in crescita ora che le strutture hanno annunciato da gennaio 2026 un aumento del 10 per cento.
A Torino il primo caso in Italia
Lexcapital, un’ambiziosa start-up con sede legale a Pescara e sede operativa a Milano, è di recente sbarcata a Torino proprio per entrare nel mercato di chi offre tutela legale alle famiglie che hanno diritto a rimborsi consistenti dopo anni di esborsi sostenuti per l’assistenza ai propri cari. Un caso che non ha precedenti in Italia.
«Siamo operatori del contenzioso che supportano il soggetto più debole tra le parti – ha detto a L’Unica l’amministratore delegato Giuseppe Farchione –. Interveniamo a supporto del familiare che si costituisce in giudizio per aiutarlo e sostenerlo da un punto di vista organizzativo, giuridico e finanziario». Si tratta di una società, che si definisce “benefit”, che assiste imprese, associazioni, enti, ma anche singoli cittadini: «Con noi lavorano due laureati in giurisprudenza ma anche persone con esperienza diversa, ad esempio economisti o commercialisti», ha spiegato l’ad. «La tipologia di contenzioso che riguarda le rette delle RSA è nelle nostre corde perché riteniamo ci siano i presupposti in termini di contenuto e fondamento giuridico. Non intraprendiamo cause che possano essere considerate “temerarie”».
«Abbiamo contattato il Movimento consumatori che ha sede a Torino – ha continuato – e abbiamo proposto un affiancamento alla loro iniziativa di supporto per le famiglie che li contattano e che non possono (o non vogliono) affrontare le spese di un’azione legale per il riconoscimento dei loro diritti. Sono i soggetti danneggiati a scegliere che cosa fare: possono decidere un’azione in proprio, magari supportati dall’associazione, oppure delegare noi a seguire il loro caso. In gergo giuridico si chiama “cessione di diritto della res litigiosa”».
Come funziona
In che cosa consiste il “supporto” di Lexcapital? Facciamo un esempio concreto: la famiglia di un anziano che da tempo (mesi se non addirittura anni) è in lista d’attesa per ricevere dalla Regione il contributo per la quota sanitaria dopo essere già stato valutato idoneo – o chi non ha ottenuto l’idoneità ma ritiene di avere tutte le carte in regola per ottenere il riconoscimento che dà diritto al contributo regionale – firma un contratto in cui dà carta bianca alla società. Questa decide in totale autonomia quale sarà l’avvocato incaricato di seguire la pratica e la strategia da adottare, accollandosi responsabilità e costi.
Se il ricorso non porta a un esito positivo, Lexcapital non pretende nulla dal cliente e si assume anche il rischio di una eventuale “soccombenza”. (Il principio di soccombenza è sancito dall’articolo 91 del Codice di procedura civile, e stabilisce che chi perde una causa paga le spese legali della parte vincitrice). Se, al contrario, il ricorso va a buon fine, l’importo incassato viene distribuito in una quota maggioritaria all’assistito e in minoranza alla società. Un’ipotesi potrebbe essere un rapporto 60-40 per cento, «anche se non va considerata una regola e nulla è stabilito a priori», ha chiarito Farchione. Ogni caso viene seguito singolarmente: «Ovviamente, prima di accendere la pratica, si fa una valutazione. È indispensabile verificare se esiste un fondamento giuridico e processuale, ovvero se ci sono i presupposti per vincere la causa».
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Il ricorso alle class action
Non saranno dunque class action (le azioni collettive previste dal Codice del consumo), una soluzione su cui invece sta lavorando la CGIL come ha annunciato di recente il segretario regionale Giorgio Airaudo di fronte alla situazione disastrosa dei numeri piemontesi. «Abbiamo incaricato due avvocati di studiare la possibilità di ricorrere alla class action – ha detto Airaudo – pensiamo che la solitudine delle famiglie piemontesi abbia toccato limiti ormai insostenibili. La misura è colma, la quota del 50 per cento per l’assistenza sanitaria è parte dei LEA [i Livelli essenziali di assistenza che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire ai cittadini, ndr] e deve essere rimborsata».
Lexcapital pare invece piuttosto scettica sulla possibilità di seguire la strada della class action: «Sono un grande appassionato del tema ma in Italia non sembra funzionare. Non mi permetto di dire che chi ha fatto la legge in Italia ha sbagliato, ma di fatto non funziona», ha spiegato Farchione. «Come si può riscontrare dalle notizie di stampa, di class action se ne fanno poche e ad andare a buon fine sono ancora meno. E proprio a Torino ad aprile si terrà un convegno dedicato alle cause collettive organizzato dalla facoltà di Giurisprudenza dell’università a cui sono stato invitato. A nostro giudizio si può invece pensare a un’azione coordinata, che viene avviata e a cui le persone possono aderire successivamente, addirittura attraverso il portale del Ministero della Giustizia. Si mettono insieme tante azioni simili, che vengono però seguite singolarmente».
C’è ancora un aspetto da non sottovalutare: «Il nostro approccio non è portare avanti la causa fino alla Cassazione per ragioni di principio. Si può anche arrivare a un accordo transattivo. Pertanto il nostro impatto è anche sul sistema giudiziario, perché essendo operatori professionali non abbiamo un atteggiamento di “rancore” o spirito di rivalsa. Non si deve arrivare ad aver ragione a tutti i costi. Insomma, transare si può».
Le azioni del Movimento consumatori
“Paga la quota giusta” è il titolo della campagna avviata dal Movimento consumatori (MC), associazione nazionale partita da Torino: un’iniziativa per ottenere il rimborso per costi illegittimi per le rette delle RSA. La campagna si propone di offrire ai familiari dei ricoverati non autosufficienti occasioni di incontro e informazione anche sugli strumenti di assistenza e di tutela. «Nel piano sociosanitario appena approvato la stessa Regione ha ammesso di non aver riconosciuto la convenzione ad almeno novemila malati gravissimi piemontesi», ha detto a L’Unica il presidente Alessandro Mostaccio.
«Da anni la Corte di Cassazione – ha aggiunto Paolo Fiorio, coordinatore del servizio legale nazionale di MC – riconosce che le prestazioni di livello essenziale sono a esclusivo carico del Servizio sanitario nazionale, con la conseguente nullità di contratti e degli impegni di pagamento dei ricoverati e dei familiari, i quali hanno diritto a ottenere l’accertamento della quota giusta e il rimborso di quanto illusoriamente versato nel corso degli anni».
Per questo l’associazione ha organizzato un ciclo di incontri (con distribuzione di moduli e volantini per segnalare i casi) per ascoltare le ragioni dei familiari. L’attenzione del Movimento per questo tema – ha aggiunto Mostaccio – nasce anche dalla sinergia con la Fondazione promozione sociale, un ente del Terzo settore che partendo da Torino conduce su tutto il territorio nazionale una lotta decennale per rivendicare i diritti dei più fragili. «Assistiamo coloro che non possono difendersi da sé», ha spiegato a L’Unica la presidente Maria Grazia Breda. «I più deboli della società: le persone con disabilità, malati cronici e non autosufficienti». La Fondazione ha anche promosso, insieme a molte altre organizzazioni, la petizione popolare nazionale per il finanziamento dei LEA e denunciato l’aumento recente delle rette che ha ulteriormente complicato la vita delle famiglie.
I numeri
I dati della Regione dicono che i posti letto attivi nelle RSA di Torino città, all’8 gennaio 2026, sono 5.977. La Fondazione promozione sociale ha precisato a L’Unica di non poter dire con esattezza quanti di questi posti siano occupati da malati con convenzione regionale e quanti da malati “privati puri” privi di qualsiasi sostegno pubblico. Per una stima, tuttavia, viene in soccorso una relazione dell’Università Bocconi: uno studio commissionato dalla Regione Piemonte come base per l’elaborazione del nuovo Piano socio sanitario approvato il 22 dicembre dello scorso anno. Secondo quello studio, il 60 per cento dei posti è occupato da privati puri. Pertanto, solo a Torino, sarebbero 3.600 le persone che pagano di tasca propria l’intera tariffa.
Per quanto riguarda l’intera regione, sempre applicando la previsione della Bocconi, sui 33 mila posti attivi nelle RSA sarebbero circa 20 mila i ricoverati che pagano l’intera retta in proprio: tenendo conto di una tariffa mensile di 3.000-3.500 euro, peraltro ora ulteriormente aumentata, la quota che avrebbe dovuto essere coperta dalle ASL supera i 350 milioni di euro. In ogni caso, sono sicuramente oltre 9 mila le persone che la stessa Regione nel Piano socio sanitario dichiara inserite nella lista d’attesa per vedersi riconosciuta la quota sanitaria (la tabella a pagina 181 del Piano, aggiornata al 7 febbraio 2025, parla di 9.347 casi).
Una cifra che, secondo la Fondazione promozione sociale, risulta approssimata per difetto. «Ci sono famiglie – ha spiegato la presidente Breda – che hanno presentato la domanda in anni passati, continuano a non vedere riconosciuti i loro diritti e si sono scoraggiate al punto da non aver più presentato la domanda. Queste famiglie escono dai calcoli».
L’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, parlando con i giornali dopo le polemiche, ha contestato i numeri che, in ogni caso, sono riportati nero su bianco nel Piano socio sanitario. «Il decreto sui LEA non è cambiato», ha detto. «È sempre prevista la compartecipazione degli assistiti al 50 per cento, quindi non neghiamo nessuna quota. La valutazione dà un punteggio; se è sufficiente si riceve la convenzione in novanta giorni». «Un minimo di lista d’attesa c’è – ha poi ammesso – ma non di 9.700 persone come viene detto. In quel numero ci sono tutti i valutati, anche quelli che al momento non hanno diritto alla convenzione e quelli che, per la normativa, hanno dodici mesi di tempo per riceverla».
«Il punto è proprio questo – ha puntualizzato Maria Grazia Breda –. La norma nazionale prevede che tutti i ricoveri in RSA siano compartecipati dalle ASL al 50 per cento senza distinzione di condizioni individuali, economiche o tempi di attesa. Le Regioni, invece, negano le convenzioni per anni, violando le loro stesse norme: ogni anno facciamo consulenza a centinaia di casi valutati “non urgenti” che non ricevono la quota sanitaria nemmeno dopo un anno di attesa, come sarebbe garantito dalle delibere nazionali».
Un caso tipo
Nel Libro bianco redatto sul tema dalla Fondazione, è riportata la via Crucis di una torinese che dopo un primo rifiuto ha sollecitato l’attivazione della convenzione per la suocera ottantenne. Colpita da ictus, la donna è ora una malata cronica non autosufficiente, con 100 per 100 di invalidità riconosciuta e indennità di accompagnamento. Viene seguita a casa dal marito con l’aiuto dei familiari e di una badante assunta privatamente. Dal 2021, dopo una caduta, non è più in grado di camminare, e di alimentarsi da sola. Non restava che la strada di un ricovero privato in RSA. La sua valutazione UVG – l’Unità di valutazione geriatrica indispensabile per il ricovero in convenzione con la Regione – ha definito la sua situazione “differibile”, senza alcuna tempistica certa per la presa in carico.
Dopo cinque anni durante i quali la famiglia si è fatta carico di tutto, per la commissione UVG non è ancora abbastanza per avere il diritto alla quota sanitaria a carico dell’ASL prevista dai Livelli di emergenza assistenziale che dovrebbero essere garantiti. Secondo la Commissione, la valutazione sanitaria della signora è di 11 punti su 14 che, sulla base delle definizioni contenute nel decreto 45/2012, corrisponde a «polipatologie di diversa natura e gravità, con elevato livello di non autosufficienza, ad alto rischio di scompenso e/o complicazioni». Un anno e mezzo dopo il ricovero privato in RSA – con 54 mila euro di spesa – i familiari hanno sollecitato la convenzione all’ASL. Nella risposta l’azienda si è limitata a comunicare che: «la signora risulta (…) differibile (…) Si fa riferimento normativo alla DGR 14-5999 del 25 giugno 2013, la quale definisce i criteri per individuare il grado di priorità all’ingresso in struttura residenziale. (…) In caso di punteggio compreso tra 19 e 23, il caso è definito “non urgente”, o “differibile”». Per i progetti per i quali è stato riconosciuto un grado di priorità “non urgente” viene individuato un tempo standard di risposta di un anno dalla valutazione. Per quelli definiti “differibili”, si prevede soltanto un “monitoraggio socio-sanitario” per cui non si ipotizza neppure una scadenza. Solo una vaga speranza. Nel frattempo quanto avrà dovuto spendere ancora la famiglia?
Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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