Lo chiamano tartufo “d’Alba” ma è di Asti: Report riapre il dibattito

Lo chiamano tartufo “d’Alba” ma è di Asti: Report riapre il dibattito
Foto: Unsplash

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«Vale più un grammo di immagine che un chilo di fatica».  Alessandro Romanelli, trifolau astigiano, ha riassunto così la polemica sui tartufi “taroccati”, sollevata dalla puntata di Report andata in onda domenica 1° febbraio su Rai 3. In sintesi: vendere un tartufo bianco trovato in qualsiasi parte del mondo come tartufo d’Alba è molto meglio che venderlo come tartufo di Moncalvo, o magari della Slovenia o della Romania. Si incassa di più, l’acquirente è più felice.

La trasmissione di Sigfrido Ranucci ha buttato sul tavolo, con cifre e testimonianze, una realtà che nell’ambiente conoscevano in molti: il tartufo bianco di Alba, in parte non indifferente, viene (anche) dal Monferrato astigiano. «La produzione locale non è sufficiente», ha ammesso davanti alle telecamere il commerciante Giancarlo Marini. «Ma ad Alba sanno selezionare bene: ad Alba entrano i migliori tartufi, non tutti i tartufi». Il secondo problema è che distinguere il tartufo albese da quelli di altra provenienza è praticamente impossibile: «Non c’è differenza, la verità è una sola», ha detto ancora Marini.

«È un prodotto spontaneo della terra, non un prodotto coltivato – ha aggiunto Mauro Carbone, direttore del Centro nazionale per gli studi sul tartufo –. È molto difficile stabilirne la provenienza, ma questo avviene anche per molti altri prodotti alimentari, a partire dal pesce pescato e non allevato». Anche perché, come hanno mostrato le immagini di Report, i commercianti meno affidabili hanno sviluppato metodi quasi scientifici per “truccare” i tartufi: dal passaggio nella sabbia mischiata con lo zafferano per ravvivarne il colore, all’uso del bismetiltiometano, un aroma sintetico estratto dal petrolio che ravviva il profumo che inevitabilmente si attenua quando il trasporto affronta viaggi troppo lunghi.

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Per Alba il tartufo – la cui ricerca (in linguaggio tecnico “cerca e cavatura”) è stata riconosciuta come patrimonio immateriale dell’Unesco dal 2021 – vale quanto le miniere d’oro per il Klondike. La leggenda è nata grazie a un precursore del marketing come Giacomo Morra, che negli anni Venti del secolo scorso si inventò la Fiera di Alba, promuovendo il tartufo nel mondo grazie all’idea di regalare il migliore esemplare dell’anno a celebrità internazionali come Marilyn Monroe, Alfred Hitchcock o il presidente americano Harry Truman, che nel 1951 si vide omaggiare un enorme esemplare da 2.520 grammi. Che dalle parti della Casa Bianca i tartufi piacciano molto lo hanno confermato le recenti parole di J.D. Vance, il numero due di Trump, che ha lodato il tartufo nella cena ufficiale che ha preceduto l’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina. A raccontarlo è stato Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte e albese DOC. Cirio ha spiegato di aver ricevuto una chiamata del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani: «Mi ha detto: “Ma lo sai che il vicepresidente degli Stati Uniti adora il tartufo bianco e conosce bene la tua città, essendo già venuto a visitarla in vacanza?”. Sono caduto dalle nuvole. Ancora una volta, il tartufo si è rivelato il miglior ambasciatore delle nostre terre». 

Tartufi astigiani, ma targati Alba

Ma veniamo ad Asti: si narra che già negli anni Sessanta, quando alla Fiera internazionale di Alba non c’erano abbastanza tartufi, bastava che gli uomini di Morra facessero un giro nell’Astigiano per invertire la rotta. E il giorno dopo in città non si trovavano più tartufi. Erano tutti ad Alba, comprati a uno e venduti a cento.

Da qualche tempo, Asti celebra i suoi tartufi con la fiera “I gioielli del territorio” (l’ultima edizione nel novembre scorso in piazza Alfieri), ma altre tradizioni sono andate perdute: fino agli anni Novanta, ad esempio, le trattative tra i trifolau e i commercianti di Asti si svolgevano al Caffè san Carlo, in piazza Statuto. La rivista Astigiani ha ricostruito così quei momenti: «Prima dell’alba, i cercatori di tartufi incontravano i commercianti: molti arrivavano con il loro cani tabui, direttamente dai boschi dove avevano trascorso la nottata. Avevano il loro profumato tesoro avvolto nei fazzoletti e lo mostravano con circospezione ai compratori più fidati. Il san Carlo ospitava questa sorta di borsa autunnale fatta di trattative in dialetto, che a volte finivano con litigi e urla, per portarsi a casa il migliore esemplare di tuber magnatum pico, il pregiato tartufo bianco». Una consuetudine spazzata via con il tempo dai maggiori prezzi che si spuntavano ad Alba, anche con i tartufi trovati da questa parte delle colline.

Con il passare degli anni, il problema si è accentuato. Sia per la crescita del mercato, legato alla “moda” del cibo gourmet, sia per la riduzione del prodotto albese, legata ai cambiamenti climatici ma non solo. «Un tempo a ottobre nevicava, oggi non più – ha spiegato Alessandro Romanelli –. Il tartufo ha bisogno del gelo per essere eccellente: per garantire prodotti di qualità bisognerebbe spostare la stagione delle fiere di almeno quindici giorni». Inoltre, ha aggiunto Luca Bannò, presidente dell’Associazione tartufai di Torino, «nell’Albese mancano i terreni dedicati con vigneti e noccioleti che hanno sottratto spazio alle zone vocate al tartufo».

Nel Monferrato i boschi ci sono e i tartufi trovano un habitat ideale nelle colline morbide e nel suolo calcareo-argilloso. I terreni giusti esistono ancora, ha puntualizzato Bannò, in particolare nella zona Nord al confine con Torino e Casale. «Il prossimo decennio dovrà essere dedicato alla piantumazione di piante tartufigene, per ricreare le condizioni necessarie a produrre il tartufo e trattarlo con il rispetto e la serietà che meritano gli acquirenti».

La produzione locale

Un recente studio della Regione Piemonte – condotto in collaborazione con l’IPLA, l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente – ha stabilito che oltre il 70 per cento del territorio astigiano è idoneo per la crescita del tartufo. Dopo un’analisi basata su conformazione geologica, altitudine e composizione dei terreno, sui 117 Comuni della provincia ben 115 sono stati riconosciuti come idonei per il tartufo bianco pregiato. Rispetto all’elenco precedente, sono stati inseriti anche Buttigliera, Dusino San Michele, San Paolo Solbrito e Villanova.

La qualità del tartufo monferrino è più che buona, e non è vero che quelli monferrini siano più piccoli, ha precisato Romanelli, «ricordo un esemplare da un chilo e 270 grammi trovato a Salabue», una piccola frazione del Comune di Ponzano Monferrato. A essere più “piccoli”, rispetto ad Alba, sono i prezzi, che raramente superano i 400 euro all’etto. «Ogni mattina aggiorniamo i prezzi sul borsino della Camera di Commercio», ha spiegato a La Stampa Piero Botto, presidente di ATAM, l’Associazione trifulau astigiani e monferrini. «Acquistando invece direttamente dal cercatore il prezzo è minore, un esemplare sotto i 50 grammi viene venduto a 200 euro al grammo, quelli di peso superiore possono arrivare a 300 euro». Ad Alba siamo vicini, se non oltre, i 500 euro.

La mancanza di trasparenza

Quale sia l’interesse a spacciare per albese un tartufo del Monferrato (o di qualsiasi altra zona, anche non italiana) è evidente. Quella che non è chiarissima è la ragione per cui, in un’epoca come questa attentissima alla tracciabilità dei cibi, nessuno (o quasi) faccia nulla. Per avere la certezza della provenienza, in teoria basterebbe chiedere al cercatore dove ha trovato il tartufo, ma la cosa è tutt’altro che semplice: «Nessun trifulau svela i propri segreti e nessuno direbbe mai il luogo esatto – ha detto ancora Romanelli – se circolasse la voce, la sua zona sarebbe presa d’assalto già il giorno dopo».

Il consigliere regionale Sergio Ebarnabo, astigiano di Fratelli d’Italia, ha proposto una legge che renda obbligatoria la tracciabilità attraverso analisi chimiche del terreno, per garantire al consumatore informazioni corrette. Ma il progetto non ha convinto gli addetti ai lavori: il presidente di ATAM Piero Botto invita a giocare «a carte scoperte, senza nasconderci dietro un disciplinare che non può esistere», ha detto a L’Unica. «Il tartufo viene trovato per terra, come si fa a regolare una coltivazione che non esiste?». Botto ha spiegato anche come sia relativamente semplice mascherare l’origine del prodotto: «È sufficiente lavare con cura un tartufo estero e poi seppellirlo nelle sabbie della nostra zona per qualche giorno per renderne impossibile la tracciabilità».

La denuncia di Report potrebbe aver smosso le acque. «Le cose vanno chiamate con il loro nome: se un tartufo è del Monferrato o della Slovenia non è d’Alba, e spetta alle forze dell’ordine vigilare», ha detto ancora Bannò. In altre parole: riconosciuto ad Alba quel che è di Alba, forse è arrivato il momento di ridare ad Asti quel che è di Asti.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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