I cacciatori di teste alla ricerca dei nuovi vertici della Banca d’Asti

I cacciatori di teste alla ricerca dei nuovi vertici della Banca d’Asti
Foto: L’Unica

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Si cercano nuovi amministratori o nuovi proprietari? È questo il quesito che accompagna il rinnovo del consiglio di amministrazione della Banca di Asti, in scadenza ad aprile. Nei corridoi si mormora che in molti, ad Asti e non solo, stiano preparando il curriculum da inviare a Spencer Stuart, gigante globale dell’executive search incaricato della selezione. Ma il timore di trattative occulte per la cessione dell’istituto – nonostante le ripetute smentite – non è del tutto scomparso.

Tra i possibili interessati al ruolo di consigliere di amministrazione potrebbe esserci anche il sindaco Maurizio Rasero, che nel 2027 arriverà a scadenza del suo secondo mandato e non potrà ricandidarsi al vertice del Comune. Rasero non ha mai nascosto la propria posizione sulle sovrapposizioni tra municipio e Banca: «Sono sempre stato favorevole all’ingresso del sindaco nel consiglio d’amministrazione della Banca», aveva dichiarato in Consiglio comunale nel novembre del 2024. «Il primo cittadino è il massimo rappresentante del territorio ed è colui che può portare le istanze della gente nella stanza dei bottoni. Ero d’accordo anni fa quando nel cda c’era l’allora sindaco Fabrizio Brignolo [di centrosinistra, ndr] e lo sono stato anche quando, sempre da sindaco, c’era Giorgio Galvagno [di centrodestra, ndr]».

I requisiti, del resto, non gli mancano: laureato in Scienze dell’amministrazione e in Scienze bancarie, Rasero è stato vicepresidente della Banca di Asti dal 2013 al 2017. Il suo curriculum potrebbe quindi finire sul tavolo di Spencer Stuart, una delle più prestigiose società di “cacciatori di teste” al mondo, fondata nel 1956, con sede a Chicago e una presenza capillare in oltre settanta uffici distribuiti in 33 Paesi, Italia compresa con sedi a Milano e Roma. Specializzata nella selezione di vertici aziendali, componenti dei consigli di amministrazione e ruoli di leadership senior, la società è nota per il rigore metodologico e per una visione internazionale ben lontana dalle dinamiche di una piccola provincia come Asti. Non sarà neppure a buon mercato, anche se il costo della consulenza per la Fondazione CrAsti non è stato reso noto.

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Il ruolo dei cacciatori di teste

La domanda, inevitabile, è se fosse davvero necessario affidarsi a un colosso di questo calibro per affrontare la successione del cda della Banca di Asti. La Fondazione ha ritenuto di sì, avviando la fase operativa di individuazione e valutazione dei candidati: «Cerchiamo un nuovo ceo di alto livello che imprima una svolta industriale e un presidente capace di rappresentare al meglio la comunità», ha spiegato il presidente Livio Negro in un’intervista al quotidiano Milano Finanza.

Poco prima, in una nota, la Fondazione aveva chiarito che Spencer Stuart avrebbe affiancato l’ente «in tutte le fasi del percorso, dalla definizione della composizione qualitativa e quantitativa ottimale del cda alla ricerca dei profili coerenti con la matrice delle competenze e in possesso dei requisiti di fit & proper [idoneità e correttezza, ndr]». L’obiettivo? Garantire «un percorso strutturato per la definizione della futura governance e, ove opportuno, prevedendo una fase di affiancamento che assicuri continuità e rafforzamento della gestione […] La decisione conferma l’impegno della Fondazione nel garantire alla Banca una governance solida, competente e adeguata alle sfide future, nell’interesse dell’istituto e del territorio che rappresenta».

Una procedura definita del tutto ordinaria da Negro, secondo cui le normative esigono figure di alto profilo per gli incarichi ai vertici bancari, rendendo necessario il supporto di una società specializzata. «Non cambia nulla rispetto al passato – ha detto a L’Unica – le normative più recenti richiedono professionalità di alto profilo per ricoprire incarichi apicali in una banca, per questo abbiamo incaricato una società specializzata del settore di raccogliere e valutare i curricula».

Il futuro possibile

Eppure, dietro l’apparente continuità, potrebbe celarsi una svolta. Sulla base dei nominativi selezionati verrà predisposta una lista condivisa con gli altri soci della Banca di Asti: Fondazione cassa di risparmio di Biella (12,91 per cento), Banco BPM (9,99 per cento), Fondazione CRT (6 per cento), Fondazione di Vercelli (4,2 per cento) e circa 20 mila piccoli azionisti che detengono complessivamente il 35,1 per cento del pacchetto azionario della Banca.

I requisiti per sedere in un cda bancario sono stringenti, come stabilito dalla normativa europea e nazionale, e comprendono onorabilità, professionalità, indipendenza, competenza e adeguata disponibilità di tempo, con l’obiettivo di garantire una gestione sana e prudente dell’istituto.

Sul fronte dei compensi, il costo complessivo del consiglio per il triennio 2023-2026 è stimato in circa due milioni di euro, esclusi i gettoni di presenza da 350 euro a riunione: 4.550 euro a seduta con cda al completo; il presidente Giorgio Galvagno percepisce 130 mila euro all’anno, il vicepresidente Roberto De Battistini 70 mila, mentre agli altri undici consiglieri spettano 40 mila euro ciascuno.

L’attuale cda era stato nominato senza consulenti esterni, con una distribuzione delle poltrone che rifletteva gli accordi tra Fondazioni più che una selezione su scala nazionale o internazionale: su tredici componenti, due li esprime la Fondazione biellese, uno il Banco BPM, uno la Fondazione di Vercelli e uno la CRT, mentre gli altri otto fanno capo alla Fondazione CrAsti, di cui uno indicato dai piccoli azionisti e sette – compresi presidente e amministratore delegato Carlo Demartini – proposti dall’ente astigiano.

Va ricordato che le cariche più rilevanti della Banca vengono scelte all’interno del cda, e chi resterà fuori dopo il vaglio dei curricula di Spencer Stuart non potrà ambire ai vertici. Nonostante questo, l’attuale ad Demartini, interpellato da L’Unica il 23 gennaio scorso durante un convegno organizzato nei saloni della Banca, ha liquidato l’ipotesi di presentare il proprio profilo con un secco: «Non ne vedo il bisogno, mi conoscono tutti e sanno che cosa ho fatto». Nella stessa occasione, l’ad aveva respinto le critiche su redditività e attenzione al territorio, rivendicando la natura imprenditoriale della banca e la scelta di mantenere gli sportelli nei piccoli Comuni, anche a costo di margini inferiori.

Resta ora da capire che cosa accadrà sui tavoli di Spencer Stuart: le quote societarie torneranno a tradursi automaticamente in poltrone o prevarranno criteri diversi, aprendo scenari inediti con l’arrivo di manager competenti ma slegati dalle logiche locali? Potrebbe quindi partire il piano di efficientamento tanto temuto dai sindacati quando si parlava di cessione della Banca? Le ipotesi di vendita a cordate esterne erano state fermate dal cda della Fondazione nella riunione del 14 novembre, ma il rischio di una “cessione occulta”, con il passaggio silenzioso delle leve di comando, resta sullo sfondo, con buona pace dei ventimila piccoli azionisti che continuerebbero a detenere, di fatto senza voce in capitolo, il 35 per cento delle ormai svalutate azioni della Banca, pagate il doppio del loro valore attuale.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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