Per le persone trans* in carcere è ancora difficile seguire le terapie

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Foto: Adobe stock

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Alla Casa circondariale di Ivrea per alcune detenute il diritto alla salute si ferma alla soglia del quarto piano dell’ala sinistra, dove per le otto donne trans* [1] della sezione protetta l’accesso alle terapie ormonali è sempre più precario. Liste di attesa chilometriche, visite cancellate e percorsi farmacologici interrotti incontrano da anni la lentezza burocratica della Regione, che ha esclusiva competenza in materia di sanità penitenziaria, e i diritti delle detenute trans* finiscono ostaggio di labirinti senza uscita.

Come evidenzia “Senza respiro”, il rapporto di Antigone – l’associazione che si occupa dei diritti e delle garanzie del sistema penale – presentato a maggio 2025, in un sistema carcerario rigidamente binario e improntato sul paradigma della sicurezza, le detenute trans* (una settantina in tutta Italia) sono marginalizzate. L’aria sta cambiando a Ivrea, nell’unica sezione per donne trans* del Piemonte, ma – come ha ammesso la direttrice dell’istituto Alessia Aguglia al convegno “Trans in carcere” di fine giugno – «il diritto alle cure rimane un punto dolente».

La sospensione delle visite in loco

La struttura sanitaria responsabile del carcere è l’ASL To4, tuttavia, come spiega a L’Unica Bruno Mellano, garante delle persone detenute in Piemonte fino al 29 luglio 2025, «la delibera istitutiva della Regione nel 2016 ha affidato la presa in carico dei percorsi di transizione di genere al servizio di eccellenza del CIGIDEM, il Centro interdipartimentale disforia di genere dell’ospedale Molinette di Torino». 

Nei primi tempi, i servizi erano erogati direttamente in carcere, ma le premesse sono state presto disattese, sulla pelle delle detenute. «Da almeno sei anni, la Città della salute ha ritenuto che pagare le trasferte dei professionisti avesse costi eccessivi e ha chiesto che fosse il Nucleo traduzioni della polizia penitenziaria di Ivrea a portare a Torino le donne trans*. La situazione è precipitata, perché manca il personale delle scorte e gli spostamenti sono sempre più rari», continua Mellano. L’ex garante ha bussato a ogni porta, segnalando più volte ai vertici della Regione e alla Città della salute la gravità della situazione: «Nessun risultato».

La precarietà dell’accesso alle cure ormonali è due volte dannosa per le detenute trans*, perché le situazioni non sono tutte uguali: buona parte di loro assumeva farmaci ormonali senza prescrizione medica già prima di entrare in carcere, ma gli iter burocratici previsti non ne tengono conto, forzando queste donne a interruzioni traumatiche. Con un lettera presentata al convegno “Trans in carcere”, la volontaria trans* dell’AVP, l’Associazione volontari penitenziari di Ivrea Silvia De Giorgis ha affermato: «La procedura standard in Italia prevede un lungo ciclo di sedute psicologiche per verificare l’appropriatezza prescrittiva, ma alcune di queste persone assumono ormoni da una vita, comprandoli sul mercato nero: non ha senso analizzare se sono realmente femmine. La realtà parla per loro». Anche per chi ha già una prescrizione medica non è una passeggiata: «Mi sono dovuta impegnare personalmente per far trasmettere la documentazione di una detenuta», ha aggiunto.

Torino è una possibile soluzione

«Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna», così Bruno Mellano sintetizza la sua proposta alternativa per sbloccare lo stallo con la Regione sul diritto alle cure: spostare la sezione per donne trans* da Ivrea a Torino, nel carcere Lorusso e Cutugno. L’ipotesi, più volte avanzata all’amministrazione penitenziaria, trova riscontro nel “Primo rapporto sulle donne detenute in Italia”, pubblicato da Antigone nel 2023: la maggiore vicinanza agli operatori del CIGIDEM semplificherebbe le trasferte per le visite. Ma a un prezzo perché il carcere delle Vallette «ha ogni categoria di detenuti», ricorda Mellano, e questo potrebbe aggravare una gestione già di per sé complessa. Tuttavia, «nulla vieterebbe di spostare alcune sue sezioni in altri penitenziari, come l’alta sicurezza e i collaboratori di giustizia: i primi potrebbero essere accorpati nelle sezioni di Asti o di Saluzzo e i secondi nel padiglione di Alessandria o nella sezione di Ivrea».

L’idea di Mellano rientra in una più ampia esigenza di razionalizzazione urbanistica, per semplificare un sistema troppo frammentato. «A fine giugno, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria Mario Antonio Galati ci ha comunicato che entro la primavera del 2026 intende ridisegnare tutti i circuiti penitenziari: io auspico che ci sia anche un minuto di attenzione rispetto alla sezione per donne trans*», anticipa a L’Unica l’ex garante regionale dei detenuti. «Per una vera presa in carico del diritto alle cure l’amministrazione penitenziaria e quella sanitaria si devono parlare, ma spesso non accade. Alla fine gli interessati diventano oggetto delle singole scelte delle amministrazioni competenti e il risultato è pessimo».

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Il rischio di diventare invisibili

Come hanno scritto nell’ultimo rapporto di Antigone le ricercatrici Sofia Antonelli e Rachele Stroppa, l’ordinamento penitenziario italiano divide i detenuti in modo strettamente binario: «Si segue esclusivamente il criterio biologico: se la persona ha i genitali femminili è donna, se ha quelli maschili è uomo». Alle persone trans* tocca la stessa sorte, a prescindere dall’identità di genere. A differenza di sistemi all’avanguardia come in Svizzera e a Malta, in Italia le donne trans* detenute vengono generalmente collocate in sezioni ad hoc separate, all’interno di carceri maschili, mentre gli uomini trans* detenuti sono negli istituti femminili. Prima della riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018, le persone trans* erano accorpate in sezioni protette promiscue, spesso con sex offenders – cioè chi ha commesso reati a sfondo sessuale – e altri autori «di reati che generano “riprovazione sociale”».

«L’amministrazione penitenziaria tende a interpretare la sessualità in termini di controllo e di rischio, quasi mai in termini di diritti», dice a L’Unica Daniela Ronco, professoressa di sociologia e criminologia all’Università degli studi di Torino e sociologa del comitato scientifico di Antigone. Secondo Ronco, la segregazione sistemica delle persone trans* in carcere – spesso escluse da ogni contatto con gli altri detenuti – viene giustificata dalla necessità di proteggerle da violenze e discriminazioni, ma l’effetto rischia di essere il confinamento in dei ghetti, «con una violazione multipla dei loro diritti». Di conseguenza, è necessario percorrere altre direzioni: «Occorre potenziare la formazione sulla tutela dei diritti umani all’interno del carcere e favorire il confronto tra professioni diverse, magari rendendo più accessibili le visite negli istituti». In più, «bisogna incentivare le attività in comune tra più categorie di detenuti».

A Ivrea qualcosa si muove

Sul fronte dell’integrazione delle detenute trans*, Ivrea non si è tirata indietro. La novità più significativa introdotta dalla direzione Aguglia è proprio il potenziamento delle attività miste: i corsi scolastici e di formazione professionale sono diventati aperti, oltre che ai detenuti uomini, anche alle donne trans* del quarto piano, con l’ulteriore condivisione delle attività teatrali della casa circondariale. Inoltre, rispetto al deserto di attività ricreative per le donne trans* denunciato da Antigone nel 2023, è stato lanciato un laboratorio di pittura, che si svolge ogni sabato mattina.

Anche sul versante professionale i passi avanti non mancano. L’ultima innovazione consiste in un laboratorio sartoriale di 100 ore dedicato alla sezione per donne trans*. Finanziato grazie a un bando del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, il corso vede in primo piano Cristina Bocca, volontaria dell’AVP di Ivrea, e precede un ulteriore corso di produzione, in collaborazione con l’associazione “Essere umani”. La seconda fase, improntata sul tema del riciclo, prevede la realizzazione di nuovi oggetti, a partire da banner pubblicitari in disuso forniti dal Comune di Ivrea. «A laboratorio concluso, vorremmo provare a vendere questi prodotti, per aiutare le detenute a mettere qualcosa da parte in vista del loro rilascio», dice a L’Unica Gabriella Colosso, assessora alle Pari opportunità al Comune di Ivrea con delega alla casa circondariale.

Il futuro per le persone trans* che hanno finito di scontare la propria pena è spesso accidentato: «Hanno biografie complesse, sono quasi tutte straniere, spesso sono incarcerate per reati legati al sex working o alle droghe e difficilmente hanno legami sul territorio. Per loro è più complicato accedere a percorsi lavorativi, perché permangono forme di stigmatizzazione sociale», sostiene la professoressa Ronco. Intanto, un’iniziativa dell’assessora Colosso cerca di invertire la tendenza: dal 2023 ha ottenuto che almeno un posto degli slot riservati al carcere di Ivrea, per i cantieri di lavoro per detenuti, venga assegnato a una donna trans* della sezione del quarto piano.

[1] La scelta dell’uso del termine “trans*” con l’asterisco deriva dal tentativo di includere tutte le possibili identità di genere, senza escluderne nessuna.

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