Varazze è montagna, la Langa astigiana no: i paradossi della riforma Calderoli

Varazze è montagna, la Langa astigiana no: i paradossi della riforma Calderoli
Una strada di montagna – Foto: Unsplash

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Varazze, con le sue spiagge piene di ombrelloni affacciate sul mar Ligure, è considerata Comune montano. San Giorgio Scarampi, incastonato con i suoi 133 abitanti tra i rilievi della Langa astigiana, non lo è più. È uno dei numerosi paradossi contenuti nel decreto che modifica la classificazione dei Comuni montani, emanato in seguito alla legge 131/25 promossa e sostenuta da Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie.

Che cosa cambia

Le nuove norme, fissate dal decreto di fine dicembre, stabiliscono che un Comune, per essere classificato come “montano”, deve avere almeno il 25 per cento del suo territorio sopra i 600 metri di altezza e il 30 per cento una pendenza uguale o superiore al 20 per cento. In alternativa, un secondo criterio stabilisce che si può ritenere montano un Comune con un’altimetria media superiore ai 500 metri. Infine, un terzo criterio inserisce nell’elenco anche quei Comuni che risultano «interclusi», ovvero interamente circondati da territori che rispettano uno dei primi due criteri: «Si tratta prevalentemente di Comuni di fondo valle – spiega la relazione illustrativa del decreto – che spesso vivono tutti i disagi della montagna nonostante una altimetria che non raggiunge i 500 metri sul livello del mare».

Da qui nascono i paradossi: Varazze è promossa perché include nel suo territorio il monte Beigua (1.287 metri). San Giorgio Scarampi, nonostante i suoi 655 metri di altitudine, le sue ripide salite e la neve che compare spesso d’inverno, è esclusa per via del suo ampio fondovalle.

La riforma ha ristretto i criteri, dimezzando il numero complessivo dei Comuni ammessi nell’elenco (scesi da 4.201 a 2.844): in precedenza, secondo una legge del 1952, era sufficiente che il dislivello tra il punto più alto e quello più basso del territorio comunale fosse superiore a 600 metri.

L’obiettivo, ha spiegato il ministro, era il riconoscimento e la promozione della vera montagna in base a criteri oggettivi e reali, in modo da poter «procedere con l’assegnazione delle risorse che andranno a soddisfare le esigenze delle vere terre alte, riducendo i divari con le altre zone del Paese».

Le proteste degli esclusi (e non solo)

L’insistenza di Calderoli sul concetto di «vera» montagna ha provocato le proteste dei sindaci esclusi dalle misure in merito a sanità, istruzione, incentivi agli investimenti e alle imprese, lavoro agile, acquisto e ristrutturazione di immobili. La Regione Piemonte, insieme alle altre coinvolte, ha annunciato di aver richiesto al governo modifiche ai criteri, ma il mancato accordo per presentare al ministero una proposta univoca ha rallentato la procedura. Il ministro, pur confermando che l’obiettivo è «il riconoscimento e la promozione della vera montagna», ha concesso una proroga fino al 13 gennaio. «Non sono innamorato di nessun criterio, e dunque resto ben disponibile al dialogo, senza preclusioni», aveva detto Calderoli. «Sottolineo però che i parametri da me proposti rispecchiano ciò che è stato proposto dai sei esperti indicati proprio dagli enti territoriali: tre dalle Regioni, due dai Comuni, uno dalle Province».

La nuova classificazione, però, trova critiche e contestazioni anche al di fuori della politica. Come ha spiegato ad Altreconomia il geografo Mauro Varotto, «la retorica governativa fa leva sull’idea di una definizione di montagna “nuova” e più “vera” rispetto alla precedente, suggerendo implicitamente che la classificazione dei Comuni montani redatta in passato dall’UNCEM [l’Unione nazionale comuni comunità ed enti montani, ndr] annoverasse montagne “false”. Come geografi non possiamo avallare questo messaggio: i parametri utilizzati sono gli stessi di prima, ovvero altimetria e pendenza, cambiano semplicemente le soglie altimetriche e i valori percentuali oltre i quali si considerano “montani” i territori comunali, in modo da escludere la montagna più bassa e la platea dei Comuni che avranno diritto a fondi e agevolazioni previsti dalla legge. In altre parole: i soldi a disposizione sono pochi, tanto vale accorciare la coperta».

La situazione in provincia di Asti

Secondo il decreto firmato da Calderoli i Comuni di Bubbio, Cassinasco, Castel Rocchero, Cessole, Loazzolo, Mombaldone, Monastero Bormida, Montabone, San Giorgio Scarampi, Sessame e Vesime non usufruiranno più delle agevolazioni previste per le aree di montagna. Misure confermate, invece, per Olmo Gentile, Serole e Roccaverano. Ma anche chi è rimasto nell’elenco non è contento: «Se tutti i Comuni intorno a noi perderanno la qualifica di montani noi ce ne faremo ben poco – ha spiegato a L’Unica Francesco Cirio, sindaco di Roccaverano –. Facciamo tutti parte dell’Unione montana della Langa astigiana, una sorta di ecosistema interconnesso e interdipendente: se crolla uno, crollano tutti».

Per un Comune, non essere più riconosciuto come montano significa rinunciare a finanziamenti e agevolazioni fondamentali per la sopravvivenza. Le scuole, ad esempio, possono funzionare con meno studenti, esistono contributi per la manutenzione delle strade, incentivi per assumere personale comunale, sostegni all’agricoltura, alle imprese e ai professionisti che scelgono di lavorare in territori difficili. «I nostri bambini vanno a scuola a Vesime o a Monastero Bormida, che non sono ricompresi nell’elenco di Calderoli – ha aggiunto Cirio – e se quei plessi chiuderanno, il problema riguarderà anche noi che abbiamo mantenuto la qualifica».

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La rete spezzata

Il sistema montagna è una rete, ha ricordato a L’Unica Marco Bussone, presidente nazionale di UNCEM. «Da vent’anni diciamo che il Paese non ha bisogno di nuove classificazioni. Togliere Roma per inserire oggi Reggio Calabria o Varazze, Cuneo o Biella, ha poco senso. Avere parametri identici per Alpi e Appennini, per Sud e Nord, è assurdo. Così come è sbagliato considerare la vera montagna solo nelle Alpi e definire gli Appennini “aree interne”», ha sottolineato Bussone. «Non possiamo permetterci fratture e muri, per questo diciamo da vent’anni che classificazioni con parametri uniformi non servono. Evitiamo di dividere territori e amministratori e concentriamoci sulle vere sfide».

Secondo il deputato del Partito Democratico Federico Fornaro, «non sono stati considerati i fattori socioeconomici o demografici ed è stata introdotta una distinzione molto “leghista” tra Alpi e Appennini, con questi ultimi penalizzati, benché in molti casi più impervi».

Il problema è sentito in tutto il Piemonte: nelle varie province sono stati esclusi dall’elenco 114 Comuni su 549, circa uno su cinque. «Basta fare un giro dalle nostre parti per capire dove viviamo: passiamo due volte al giorno a pulire le strade dalla neve», ha detto a L’Unica Marco Listello, sindaco di San Giorgio Scarampi. «È evidente che qui vivere sia più complicato, e per questo avevamo alcune agevolazioni. Se ce le tolgono, rischiamo di diventare un deserto».

L’impatto sui bilanci comunali, infatti, potrebbe essere pesante. «Al momento abbiamo più dubbi che certezze – ha aggiunto Luigi Gallareto, sindaco di Monastero Bormida – potremo ancora assumere dipendenti come coltivatori diretti? Le scuole manterranno le deroghe sul numero minimo di alunni? Avremo ancora accesso al Fondo per la montagna?».

Il nodo più delicato resta quello scolastico: tra Vesime, Loazzolo, Bubbio e Monastero Bormida ci sono tre scuole dell’infanzia, tre primarie e due medie, per un totale di 250 studenti. Senza deroghe, gli istituti rischiano l’accorpamento, con disagi per le famiglie costrette a percorrere chilometri su strade di montagna. Viabilità che, peraltro, soffre di gravi problemi di dissesto idrogeologico, con almeno un centinaio tra frane e smottamenti attivi. Anche la manodopera viene assunta con agevolazioni, con un risparmio sui contributi. «Con questa modalità abbiamo assunto anche la cuoca della scuola: la nostra mensa è un’eccellenza, con progetti sul biologico e sulla riduzione della plastica», ha spiegato a L’Unica Gallareto.

La Lega e gli alleati

Fino alla “mossa” di Calderoli, in queste zone il predominio elettorale era netto. Il deputato leghista astigiano Andrea Giaccone è corso in valle prima di Natale per cercare di rasserenare gli animi: «Il decreto pone rimedio a paradossi esistenti da tempo e non tocca le risorse necessarie per far funzionare le comunità nelle aree più difficili», ha detto in un’intervista a La Stampa. «La nuova legge è stata pensata per correggere paradossi evidenti: in molte parti d’Italia negli elenchi figuravano Comuni palesemente non montani». Secondo Giaccone, rimangono però aspetti da approfondire, come le deroghe per le scuole. Sul territorio persistono anomalie. Ad esempio, San Giorgio Scarampi «è stato penalizzato per il criterio della quota media, a causa della scarsa altitudine del territorio circostante». Per quanto riguarda i finanziamenti, il “Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane” sarà diviso tra Stato e Regioni. «Non ci saranno effetti sull’IMU dei terreni agricoli: non veniva pagata prima e non verrà pagata dopo».

Applausi? No. «Si tengano i soldi, basta che non ci mettano i bastoni tra le ruote e noi sopravviveremo come sempre», è stata la risposta secca del sindaco Listello. La sezione astigiana di Forza Italia, intanto, prima di Natale ha riunito i vertici all’agriturismo Ca’d Pinot. C’erano tre ministri presenti: Antonio Tajani, Gilberto Pichetto Fratin e Paolo Zangrillo, il presidente della Regione Alberto Cirio e altri esponenti istituzionali. C’era anche L’Unica. Alla domanda: «Ha fatto proprio una sciocchezza Calderoli questa volta?» sono arrivati sorrisi e inviti a non scrivere nulla. Qualcuno ha commentato: «Se la Lega non ha più bisogno dei voti in montagna, noi li accoglieremo a braccia aperte».

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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