Una sfida tra scuole per capire i fatti di oggi

A Bra la finale nazionale dei “Ludi Historici”, un modo originale per studiare la storia contemporanea, spesso trascurata dai programmi

Una sfida tra scuole per capire i fatti di oggi
Foto: Unsplash

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L’attualità geopolitica è al centro delle nostre giornate. Ma una lettura approfondita e informata degli avvenimenti non è certamente agevole: entrano in gioco ferite aperte da molti anni, questioni culturali e religiose, interessi economici e politici. Comprendere quanto avviene nel mondo è ancora più difficile dal punto di vista dei ragazzi, anche perché spesso, a scuola, il programma delle lezioni non riesce quasi mai a coprire nei fatti la storia contemporanea, quella più vicina a noi. 

A Bra, però, c’è un liceo dove un gruppo di insegnanti ha pensato al modo di far rientrare la storia, anche quella più recente, dentro a un’aula scolastica, ma non sotto forma di riassunti o date da memorizzare. La storia è diventata invece una gara di idee, una sfida capace di coinvolgere, anno dopo anno, studenti in arrivo da tutta Italia. 

È tutto qui lo spirito dei “Ludi Historici”, una gara di eloquenza tra liceali italiani su un tema di attualità, il format ideato dal liceo “Giolitti-Gandino” che è arrivato alla sua nona edizione. La finale nazionale è in programma nel pomeriggio di venerdì 10 aprile, sul palco del Teatro Politeama di Bra. Qui, davanti a una giuria scientifica, sei finalisti si affronteranno con il sostegno delle classi partecipanti e il tifo del pubblico. 

I ragazzi arrivano da città diverse dopo mesi di selezioni in tutta Italia, a conferma del carattere nazionale della manifestazione: vengono da Vittoria (Ragusa), Ancona, Asti, Palermo, Caserta e naturalmente Bra, con Francesco Dalmoro a rappresentare il “Giolitti-Gandino”. In palio c’è il titolo latino di “Vir bonus dicendi peritus”, assegnato al miglior oratore dell’edizione, oltre a un premio in denaro.

L’obiettivo: coinvolgere gli studenti sui temi di oggi

Il progetto è nato quasi per caso, anche se con un’intuizione precisa. A raccontarlo a L’Unica è la docente che ne ha seguito l’evoluzione fin dall’inizio, Elena Angeleri, insegnante di storia e filosofia al liceo braidese e coordinatrice del progetto: «Tutto è cominciato con un pranzo assieme allo storico della contemporaneità Giovanni Sabbatucci, recentemente scomparso. Ci chiedevamo come far appassionare i ragazzi alla storia. L’idea è stata quella di inserire la materia all’interno di una dimensione ludica e competitiva». 

Il format attualmente coinvolge istituti scolastici da Nord a Sud ed è capace di trasformare lo studio della storia contemporanea in un percorso collettivo che diventa gara pubblica: l’idea sembra funzionare, stando al progressivo aumento delle scuole partecipanti alle prove di selezione (45 quest’anno, 42 nel 2025, 33 nel 2024), anche perché la formula non premia solo la preparazione individuale. Dietro a ogni finalista ci sono le classi che lavorano per mesi su un tema assegnato, studiano, discutono, costruiscono argomentazioni e preparano il proprio rappresentante, il “campione” che salirà sul palco. «Molti concorsi puntano sull’eccellenza individuale – ha spiegato Angeleri –. Noi invece coinvolgiamo l’intero gruppo. La sfida è collettiva: chi parla rappresenta il lavoro di tutti».

La competizione segue una formula semplice ma impegnativa. I finalisti estraggono a sorte una domanda tra i temi predisposti dalla giuria, hanno pochi minuti per organizzare un intervento, poi parlano in pubblico. La valutazione tiene conto della qualità dell’esposizione, della solidità dell’argomentazione, della capacità di collegare i fatti storici al presente e dell’efficacia comunicativa. Alla valutazione della giuria si aggiungono i commenti del pubblico e anche il “televoto”, in un formato che richiama più un talent che una tradizionale verifica scolastica.

Partire da lontano per capire meglio l’oggi 

Ogni edizione affronta un tema diverso, sempre legato all’attualità ma affrontato con metodo scientifico. In passato si è discusso di Cina, Medio Oriente, Russia e Ucraina. Il tema scelto per il 2025-2026 è “L’Europa in guerra? La politica estera e di difesa europea dal secondo dopoguerra al nuovo disordine mondiale”. Il punto interrogativo non è un dettaglio, ma una scelta precisa. «Noi siamo insegnanti, non facciamo giornalismo», ha sottolineato Angeleri. «Partiamo sempre da lontano: dal secondo dopoguerra, dalla Guerra fredda, dalla fine del bipolarismo. Solo dopo arriviamo al presente. Senza questo percorso non si capisce nulla».

Lo scorso anno, quando il confronto riguardava il ruolo della Cina nella politica internazionale, i ragazzi erano chiamati non soltanto a descrivere la crescita economica di Pechino, ma ad analizzare criticamente in che misura la Repubblica Popolare Cinese fosse diventata una superpotenza a tutto tondo (sul piano economico, militare, tecnologico, diplomatico e ideologico), e come avesse influenzato (o condizionato) i conflitti e le dinamiche geopolitiche dal 1949, anno di fondazione della Repubblica, fino ai giorni nostri.

Una sfida complessa, come quella che aspetta i finalisti di questa edizione. In un momento storico segnato da instabilità geopolitica e ridefinizione degli equilibri globali, il tema della guerra pone domande difficili: cosa significa oggi difesa europea? Qual è il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario internazionale? Come sono cambiate le forme della guerra, tra conflitti tradizionali, guerra ibrida e minacce asimmetriche? «Lavoriamo anche sul concetto stesso di guerra – ha spiegato la docente –. I ragazzi scoprono che non esiste una definizione unica. È un modo per sviluppare spirito critico, non per dare risposte semplici e semplicistiche».

Accanto al lavoro in classe, il progetto è stato accompagnato da un ciclo di incontri con studiosi e docenti universitari, che hanno contribuito alla preparazione delle classi e faranno parte della giuria scientifica. Tra loro figurano Francesco Tuccari, Paolo Caraffini, Edoardo Greppi e Giovanni Borgognone. Alla finale interverranno anche i giornalisti culturali Gian Mario Ricciardi, Alberto Sinigaglia e lo storico Sergio Soave, a testimoniare l’intreccio tra scuola, università e società civile.

Temi trascurati dalla scuola

Il successo del progetto sembra intercettare un nodo da sempre critico nella scuola italiana: il rapporto con la storia contemporanea. Nel 2015, sulla rivista novecento.org, lo storico Cesare Grazioli scrisse un appello perché gli studenti potessero affrontare a scuola i temi storici più recenti: «Quando ero studente, alla fine dell’ultimo anno del liceo, a metà degli anni ’70, in storia arrivai a studiare la Seconda guerra mondiale. Era finita da appena trent’anni. Eppure, ricordo che contestavamo la scuola perché era, dicevamo, troppo lontana dall’attualità». Secondo Grazioli, «i 25-30 anni iniziati dopo il 1945 sono “il mondo di ieri”. Questo funzionava in modi del tutto diversi da quelli del mondo attuale. Quindi, se la storia insegnata non va oltre al 1945 (o agli anni di poco successivi) significa che abbiamo deciso che si deve fermare a “due mondi fa”. Con questa decisione, è evidente, lasciamo gli studenti totalmente sprovvisti delle chiavi per leggere il presente: che è una delle finalità dell’apprendimento della Storia».

Un tema sul quale gli studiosi concordano: «Siamo sinceri: qualsiasi studente ha sentito parlare della battaglia di Canne o della conquista delle Gallie, quasi nessuno di Aldo Moro o di piazza Fontana: e certamente pochissimi sanno spiegare perché l’Unione Sovietica ha costruito il muro di Berlino o perché l’Occidente ha creato la NATO», ha scritto di recente lo storico Gianni Oliva su La Stampa. A pesare, secondo lo storico, «è il pregiudizio secondo cui non si deve parlare dei fatti contemporanei perché altrimenti “si fa politica in classe”. È vero, la storia non è una scienza esatta e nasce dalle domande che il presente pone al passato: ma la ricerca scientifica (ai cui risultati attingono i compilatori dei manuali scolastici) è fondata su una metodologia seria, che parte dalle domande per trovare, attraverso le fonti, le risposte. Questo vale per la storia antica come per la storia contemporanea: perché dunque il passato recente dovrebbe essere oggetto di manipolazione ideologica e propaganda politica e, per questo, essere escluso dalle aule?».

La professoressa Angeleri è d’accordo: «Spesso si arriva a fine anno fermi alla Seconda guerra mondiale. Il Novecento recente e l’attualità vengono compressi o rimandati. Noi abbiamo deciso di anticipare, affrontando questi temi già dalla quarta. Altrimenti si rischia di formare cittadini che non hanno strumenti per leggere il presente».

Capire oltre gli slogan

La riforma dei programmi scolastici sostenuta dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sembrava poter andare incontro a queste esigenze. «Ho istituito un gruppo di lavoro per la revisione delle indicazioni nazionali di storia perché finalmente gli studenti conoscano anche gli eventi dell’ultimo dopoguerra, conoscenza fondamentale per essere cittadini consapevoli», aveva sostenuto nell’estate del 2024, ma la sua riforma – che entrerà in vigore nel prossimo anno scolastico – non ha introdotto un ampliamento strutturale obbligatorio della storia contemporanea.

Intanto i Ludi Historici di Bra continuano a fare la loro parte. Il risultato, raccontano gli organizzatori, si vede nei ragazzi. «Ci sono studenti che non seguono nemmeno il telegiornale, ma che, messi davanti a questi temi, iniziano a capire. E quando capiscono, si interessano davvero». In questo senso, i Ludi non sono solo una gara, ma un laboratorio di cittadinanza attiva, dove la storia diventa strumento per orientarsi nel presente. «Gli slogan non bastano – ha concluso Angeleri –. Serve consapevolezza. E la storia, se insegnata bene, può darla».

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