Dalle occasioni mancate alla crisi: il lungo declino delle terme di Acqui

Dalle occasioni mancate alla crisi: il lungo declino delle terme di Acqui
Foto: Unsplash

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«Si stima che al 20 per cento delle persone le cure termali non facciano niente, per il 20 per cento fanno miracoli, resta un 60 per cento di gente che passava l’inverno in maniera dignitosa piuttosto che tra mille dolori». La sintesi dell’impatto più significativo della crisi delle strutture di Acqui Terme la condivide con L’Unica l’uomo che è stato il responsabile tecnico degli stabilimenti per ventidue anni, Camillo Cordasco. Testimone storico di una parabola straordinaria che ha accompagnato lo sviluppo della città, mentre oggi ne sta decretando lo stato di grossa difficoltà: non soltanto economica, ma anche sociale.

Acqui al momento pare avere perso le terme che ha nel nome. È accaduto a poco a poco, ma inesorabilmente. L’attività e la gestione delle acque benefiche è stata assegnata negli anni a un’azienda privata che non ha espresso alcuna attenzione né interesse a investire. A questo si aggiunga che la proprietà della quasi totalità degli impianti e delle strutture termali della città è anch’essa privata, in capo all’imprenditore genovese Alessandro Pater e alla sua società Finsystems, con cui il Comune e gli enti locali parlano ormai solo attraverso gli avvocati. All’inizio dell’anno, mentre erano ancora a casa per le festività natalizie, ai dipendenti sono state inviate lettere di licenziamento senza alcun preavviso. Il provvedimento ha coinvolto una decina di lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato, oltre a una quindicina di stagionali, gli ultimi rimasti a operare all’interno dello stabilimento curativo Nuove terme, l’unico ancora attivo nell’ambito dell’intero complesso a disposizione della società Terme di Acqui SPA. Il complesso comprende altre importanti attrezzature ed edifici, alcuni dei quali caratterizzano il profilo architettonico acquese da decenni: l’albergo centralissimo Grand hotel nuove terme e l’annesso centro benessere Lago delle sorgenti sono chiusi da tempo e abbandonati, la piscina monumentale dell’area bagni – che fino agli anni Cinquanta era la più grande d’Europa – l’estate scorsa aveva fatto addirittura preoccupare abitanti e amministratori per l’acqua verde e l’aspetto paludoso, a causa delle alghe e della mancanza di adeguata manutenzione.

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L’incerto futuro degli impianti

Grazie al fatto che le concessioni sono in scadenza, la questione è destinata a sbloccarsi in un futuro prossimo. In un modo o nell’altro. La Regione Piemonte ha fissato a fine aprile il termine per la riapertura dei diritti all’impiego delle acque termali e ha affidato al Comune di Acqui la facoltà dell’assegnazione. Dunque sarà possibile creare un regime di concorrenza, a condizione che si trovino gli investitori interessati a finanziare gli interventi necessari per ripartire. Garantire la regolare gestione della stagione di cure, il cui avvio di solito coincide con l’inizio della primavera, non è comunque cosa facile né scontata. Le cronache raccontano che Comune e Regione sono allineati a salvaguardare i posti di lavoro oggi sospesi: in queste settimane si susseguono frenetici gli incontri fra il sindaco Danilo Rapetti, gli assessori regionali al Lavoro Elena Chiorino e alla Sanità Federico Riboldi, insieme ai rappresentanti sindacali che hanno preso in carico la vertenza dei dipendenti licenziati a gennaio. Immaginare le migliori soluzioni possibili, fra cui anche l’ipotesi di un indirizzo pubblico-privato, è un impegno che ha visto in prima fila anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio.

Ed è evidente che la crisi del comparto ha gettato l’intera città e il territorio circostante in grave sofferenza: il tessuto economico locale, fatto in gran parte di strutture ricettive e commercio che come indotto ricevevano guadagni dalle attività delle terme, si trova a fronteggiare di conseguenza il medesimo destino grigio.

Il passato glorioso

Bisogna ripercorrere la storia, per capire come si è arrivati a questo punto. Camillo Cordasco è un buon interlocutore. Entrato come fattorino nel 1973, dipendente fisso dal ’76 come aiutante dell’ufficio tecnico, dal 1994 ne è stato il responsabile fino al 2016, anno della pensione. Coincidenza vuole che il 2016 sia lo stesso anno che ha visto Alessandro Pater e la Finsystems acquisire il pacchetto azionario di maggioranza delle Terme di Acqui SPA, garantendosi il controllo degli stabilimenti e la concessione dell’acqua. Cordasco è conoscitore appassionato del settore e autentica memoria storica: con Giovanni Bogliolo, collega geometra, ha creato proprio in quegli anni i primi impianti di meccanizzazione del fango, ideando e progettando un sistema automatico per le fasi più pesanti della lavorazione.

L’inaugurazione, nel 1986, costituì un momento di svolta. «Abbiamo liberato le persone dal lavoro usurante prima era ancora il Medioevo: il processo di distribuzione dei fanghi era gestito a mano, noi abbiamo introdotto elettropompe e mezzi meccanici», ha raccontato a L’Unica. «Ricordo bene quando il Lago delle Sorgenti, dove sgorga la fonte termale, era usato come serbatoio per la maturazione dell’argilla di campo, che durava mesi: gli uomini scavavano continuamente con badili, caricavano il materiale sui camion perché fosse portato ai vari stabilimenti di cura. Lì le fanghine nei mastelli, sempre a mano, lo mescolavano ad alte temperature, per condurlo nelle cabine e applicarlo sui corpi dei clienti. Poi lo ritiravano dopo la seduta». Gli impianti di Cordasco e Bogliolo hanno sostituito quella fatica con un automatismo per i tre stabilimenti: Nuove terme, Regina e Antiche terme. «Alla fine, bastava che la fanghina andasse in corridoio, vicino alla cabina, dove c’era un manicotto come quello dei gelatai, che erogava il fango alla temperatura ideale. Ad Acqui siamo stati i primi».

È un esempio fra i tanti dell’eccellenza che lo sviluppo del settore ha costruito in quella città, dove sono evolute competenze specifiche che costituiscono sempre una risorsa non soltanto economica. La scommessa sarà non sprecarle. Come la qualità delle acque, che gli esperti dicono eccezionale: regalo degli elementi naturali che le fecero sgorgare dalle profondità del sottosuolo fumanti e ricche di proprietà terapeutiche, dentro il centro storico e oltre il fiume Bormida, ai piedi del Monte Stregone. Acqui Terme ha tre fonti: la Bollente, sulfureo-salso-bromo-iodica con i suoi 74,5 gradi di temperatura; il Lago delle sorgenti, di cui si è detto; e l’Acqua marcia, solforosa fredda a 19 gradi, il cui nome è conseguenza dell’elevato contenuto di zolfo che le conferisce effetti curativi e benefici inalatori, dermatologici, digestivi e antinfiammatori.

Una storia secolare

Nella seconda metà del Seicento, l’insediamento ai bagni fu ricostruito a uso militare, come stabilimento balneare per i reduci delle guerre. All’epoca in Piemonte c’erano i Gonzaga. I Savoia, nel Settecento, allargarono le strutture per curare i civili. Continuarono a svilupparsi e a essere conosciute con crescente successo, con ampliamenti nel 1820 e nel 1870. I tempi d’oro coincisero con la Belle Époque, che richiamò ad Acqui l’aristocrazia del tempo. Negli anni Trenta del Novecento, il complesso Regina fu creato come struttura ricettiva per una clientela in aumento.

Il sindaco Giuseppe Saracco (in carica dal 1854 al 1867 e dal 1872 al 1889) decise che le cure dovessero ritornare anche in città, come al tempo degli antichi Romani. All’indomani dell’unità d’Italia, il Comune rivendicò la proprietà delle terme e lo Stato gliela cedette, con il carico dell’organizzazione delle cure, delle manutenzioni e delle concessioni. L’operazione fallì e, nel 1929, si cercò l’accordo con una società privata che, in cambio di un affitto dilazionato negli anni e di interventi di ristrutturazione dei fabbricati, assumesse la guida delle attività. Durò fino al 1978, con alcune proroghe. «Furono gli imprenditori a creare la ricchezza», ha commentato Cordasco.

Le occasioni mancate e la crisi

È a quell’epoca che si fa risalire la prima delle occasioni mancate. «Con la riforma sanitaria, le terme avrebbero dovuto diventare esclusiva pertinenza del servizio nazionale per il loro valore terapeutico, curando effettivamente diverse patologie specifiche in maniera naturale. Questo avrebbe evitato di intasare i reparti ospedalieri con quei pazienti che avrebbero potuto trarre benefici da acque, fanghi e inalazioni, senza l’esigenza di ricorrere a farmaci e protocolli medici invasivi», ha detto ancora Cordasco.

Una parte delle terapie termali, infatti, venne inserita nelle mutue: nel 1991 si contarono 501 mila cure, i dati che l’ex responsabile ha rivelato a L’Unica evidenziano passaggi ad Acqui per 27.800 persone all’anno, 20 per cento paganti, 80 per cento mutuate. Fino al 2000 c’erano anche i militari, con le loro cure termali riconosciute dallo Stato. «Il livello occupazionale massimo ebbe il suo apice fra gli anni Settanta e Ottanta: 118 dipendenti fissi e circa 300 stagionali», ha aggiunto Cordasco, che alle terme ha passato la vita lavorativa insieme a gran parte della sua famiglia. Il fratello cassiere e capo contabile, la sorella fanghina stagionale.

In quegli anni girarono anche molti soldi pubblici, per progetti faraonici che non furono mai realizzati, come il grattacielo disegnato dall’archistar giapponese Kenzo Tange, che avrebbe dovuto essere il simbolo del rilancio del settore. «Gli esborsi furono significativi, ma la gestione della società fu completamente abbandonata – ha spiegato Cordasco – l’attività andò avanti perché c’erano le competenze interne ed era sana dal punto di vista economico. Lì si è persa un’altra occasione, per cogliere prospettive di sviluppo future».

«L’indotto che le Terme generavano sull’intera economia di Acqui valeva da otto a dieci volte il fatturato degli stabilimenti», ha calcolato l’ex responsabile. «Da una base di 5-6 milioni di euro, significa che la città perde fra i 40 e i 60 milioni l’anno. È passata da 21 a 19 mila abitanti in vent’anni. Il declino delle terme non si è portato dietro solo i guadagni, ma anche l’occupazione, i giovani che scappano, i figli che non nascono, il lavoro che diventa povero». E gli innumerevoli momenti di umanità: «Le cure termali erano cura, salute e benessere a tutto tondo. Le donne con l’artrosi si confidavano con le fanghine, a cui raccontavano la vita intera. Era un rapporto stretto, fisico e intimo: l’una nuda sul lettino e l’altra che la massaggiava e le spalmava il fango, la sorreggeva perché non scivolasse, la lavava dopo l’applicazione. Gli anziani che facevano riabilitazione motoria in acqua ricevevano benefici anche psicologici. Ricordo una giovane guardiaparco del Gran Paradiso che nel 2000 era stata colpita da un fulmine e venne per mesi a fare la riabilitazione: era gravata da danni profondi, fu seguita individualmente e, in seguito, vinse una corsa campestre in montagna per categorie speciali. Ci fu chi ebbe grandi risultati: aggiungiamo la differenza di costo, pari a 100 euro al giorno alle terme a fronte di 600 euro al giorno negli ospedali».

Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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