Quell’involucro di carta nascosto nel carcere di Cuneo

Quell’involucro di carta nascosto nel carcere di Cuneo
Foto: Unsplash

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«La piccola cella era l’ultima, in fondo al corridoio, al pianterreno. Alta e stretta, senza finestre, era illuminata da una debole lampada in alto, sempre accesa», così scrive l’ex brigatista e italianista Enrico Fenzi in un passaggio di Armi e bagagli: un diario delle Brigate rosse. Non è un romanzo vero e proprio, bensì un memoir, uno dei più amari e onesti tra quelli scritti dagli ex protagonisti della lotta armata. Enrico Fenzi è stato un membro della temibile colonna genovese delle Br, alla quale si era unito dopo aver abbandonato la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Genova ed essersi dato alla macchia. Fenzi verrà arrestato a Milano nell’aprile del 1981. Il carcere di cui parla nel libro, teatro di fatti violentissimi e crudeli (lo strangolamento di un brigatista a opera dei suoi stessi compagni, perché colpevole di delazione), è il carcere di Cuneo.

Perché è interessante entrare di nuovo in questo luogo e ricordarlo? Per un preciso episodio, molto eclatante, di cui dirò più avanti, ma in prima istanza perché la casa circondariale di Cuneo, anzi di Cerialdo, zona isolata a un paio di chilometri dalla città, è stata un misterioso crocevia della storia italiana, in un momento di grave turbolenza politica e sociale.

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Secondo un report dell’associazione Antigone, i detenuti erano 387 fino allo scorso 31 gennaio 2025. Sempre secondo Antigone, le condizioni strutturali oggi sono buone rispetto alla media, ma la vivibilità interna è penalizzata dalla chiusura di numerose celle per gran parte della giornata, mentre sarebbero «al di sotto di qualsivoglia standard di vivibilità» le condizioni della sezione di isolamento. 

La storia di queste mura è lunga. Il progetto del penitenziario risale addirittura agli anni ‘50. I primi cantieri, avviati nel 1958, vengono interrotti per mancanza di fondi. L’opera resta incompiuta per un bel po’ di anni, diventando nel frattempo dimora per topi e colombi. I lavori di completamento ripartono all’inizio degli anni ‘70 e proseguono fino al 1978, quando la struttura viene completata ed è pronta a entrare in funzione. Una così lenta incubazione, sembra il degno prologo all’apparizione in scena di alcuni personaggi chiave della cronaca del periodo. Come Patrizio Peci, il primo grande pentito delle Br. 

Fin dall’apertura, quello di Cuneo diventa uno dei principali carceri speciali del Paese. Al pari delle prigioni di Trani, Fossombrone, dell’Asinara e Favignana, è destinato a detenuti di rilievo, in particolare esponenti del terrorismo e delle Brigate rosse. Accanto ai “politici”, come si diceva allora, arrivano anche diversi membri di spicco della criminalità organizzata. Le misure di sicurezza sono altissime: «Tre jeep dei carabinieri percorrevano ininterrottamente le mura perimetrali e cellule fotoelettriche a raggi infrarossi erano montate su ogni garitta. All’interno, il rapporto tra guardie carcerarie e detenuti era di uno a uno, l’isolamento totale raggiungeva le 21 ore al giorno e i colloqui con i parenti si svolgevano attraverso vetri antiproiettile e con il citofono», hanno raccontato Paolo Persichetti, Marco Clementi ed Elisa Santalena nel libro Brigate rosse. Dalle Fabbriche alla campagna di primavera.

È in un anfratto del supercarcere, un recesso inesplorato che pare uscito da una pagina de Il conte di Montecristo, che un bel giorno viene ritrovato un reperto, una manufatto prezioso, che in seguito verrà passato al vaglio da legioni di storici e studiosi. È l’anno 1979 e il maresciallo Angelo Incandela da un mese è il comandante degli agenti di custodia a Cuneo. Un giorno riceve nientemeno che dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa un ordine perentorio: «Fatti trovare al parcheggio del ristorante la Pantalera, questa sera». È lo stesso Incandela che lo racconterà anni dopo alla magistratura.

Dalla Chiesa si presenta all’appuntamento a bordo di un’auto. Non è solo. Insieme a lui c’è uno sconosciuto. Incandela sale a bordo e il generale, con la massima solennità, gli comunica che da qualche parte nel carcere è nascosta una parte degli scritti redatti da Aldo Moro durante i 55 giorni del sequestro. Roba che scotta (segreti di Stato, scheletri nell’armadio e chissà cos’altro). Qualcuno li ha portati a Cuneo a beneficio del detenuto Francis Turatello, il potente gangster milanese, che però nel frattempo è stato trasferito sull’isola di Pianosa. Evidentemente è in atto un piano oscuro, che prevede anche la complicità della criminalità organizzata. A questo punto, come in uno spy movie, prende parola il misterioso passeggero, il quale offre a Incandela le indicazioni necessarie a recuperare l’involucro con le carte di Moro. L’uomo dice che le carte sono entrate dal corridoio dell’ufficio dei permessi per i colloqui e che lì devono trovarsi ancora, avvolte in un nastro adesivo da imballaggio. Il volto è illuminato dalla luce di cortesia dell’auto. Il passeggero non è uno dell’arma, ma un estraneo, un borghese, che però con il generale ha molta confidenza. È un giornalista, molto temuto, molto informato e al corrente di molti segreti. Si chiama Mino Pecorelli e verrà ucciso, non si scoprirà mai da chi, due mesi più tardi.

Dopo giorni di ricerche, Incandela individua il tesoro. Si trova dentro un pozzetto con un coperchio di lamiera, situato in un piccolo locale in cui vengono presi in consegna i generi di conforto portati ai detenuti dai familiari. Consiste in un involucro di 20-30 centimetri, avvolto in un nastro isolante color marrone. Una specie di salsicciotto. Non lo apre, non lo legge e lo consegna al generale.

Ora, giustamente, vorrete sapere il resto della storia, ma il resto della storia è così complicato e labirintico che si farebbe un torto ai fatti e ai lettori se mi mettessi qui a riassumerla in poche righe. Del resto, parliamo del caso Moro, una vicenda su cui sono state costruite intere biblioteche e di cui ancora oggi si discute. Ci limitiamo a citare i due episodi cardine della saga, ovvero: 1) la scoperta di una prima parte incompleta del memoriale a Milano, il primo ottobre 1978, nel famoso covo Br di via Monte Nevoso 2) lo stupefacente ritrovamento di un’altra parte del memoriale, di nuovo in via Monte Nevoso, nascosta dietro un’intercapedine di gesso, 12 anni più tardi, nel 1990, dopo che l’appartamento era stato finalmente privato dei sigilli giudiziari e messo in vendita.

Ci sarebbe infine da distinguere, all’interno del materiale, tra originali manoscritti, copie e dattiloscritti. A noi interessa soprattutto ricordare che un momento cruciale di quella vicenda passò proprio per un nascondiglio ricavato nel supercarcere di Cuneo, vero e proprio porto delle nebbie, teatro d’intrighi e vendette. Di quel luogo cupo, se siete curiosi e volete saperne di più, si parla in lungo e in largo nel già citato Armi e bagagli, un testo da riscoprire e una delle opere più belle degli anni Ottanta. Fidatevi del consiglio (mio e dello scrittore Premio Strega Emanuele Trevi, che firmò la prefazione a una riedizione del 2006).

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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