Tre caselli per togliere i TIR dalle strade
Lo sviluppo della logistica rende il traffico pericoloso per la presenza di mezzi pesanti, ma una soluzione è possibile
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«Trasporto pubblico mirato e tre nuovi caselli autostradali, per togliere i TIR dalle strade secondarie spostando il traffico pesante: sono queste le soluzioni tecniche da trovare per tarare la viabilità nell’Alessandrino sulle necessità imposte dallo sviluppo del settore logistico». Cesare Rossini, presidente della Fondazione SLALA, che si occupa di logistica sostenibile, sostiene da tempo questa tesi e l’ha confermata anche con L’Unica. Rossini è uno dei più riconosciuti esperti sul tema, dotato di competenze sulla realtà del mondo attuale e sul probabile futuro di espansione della movimentazione delle merci di taglia industriale, in questa zona e nell’intero Piemonte.
La Fondazione testimonia i profondi cambiamenti del territorio, identificato ormai come “sistema logistico del Nord Ovest d’Italia”, anche per la mobilità delle persone e la formazione dei soggetti qualificati a operare in materia. Ne fanno parte enti pubblici, associazioni bancarie e di categoria, nonché realtà private di natura commerciale. Inoltre, negli ultimi anni la Fondazione ha aderito a SOS Logistica, l’associazione per la logistica sostenibile che si propone di incentivare «l’uso di mezzi di trasporto efficienti, energie rinnovabili, tecnologie innovative e processi responsabili».
TIR, monopattini e biciclette sulle stesse strade
A chi circola oggi nell’Alessandrino appare lampante come gli obiettivi ancora non siano stati raggiunti. Nell’area ci sono alcune fra le arterie più congestionate e pericolose della provincia, come dimostrano i rapporti annuali della Consulta provinciale per la sicurezza stradale. Aumenta il numero degli incidenti, e questo avviene anche a causa di un traffico sempre più intenso e di carreggiate sempre meno adeguate. Lo sviluppo della logistica ha conosciuto una rapida espansione attraverso la costruzione di capannoni di grandi aziende e aree industriali che ha agglomerato senza soluzione di continuità i territori comunali di diversi centri, ad esempio lungo le direttrici Alessandria-Valenza e Alessandria-Tortona, quest’ultima collegata alla frazione di Rivalta Scrivia e ai depositi di interporto di Genova che accoglie fin dagli anni Sessanta. Tuttavia, a questa crescita esponenziale non sono seguite infrastrutture corrispondenti in proporzione accettabile.
Le infrastrutture avrebbero dovuto essere concepite e progettate prima, al fine di programmare e accompagnare il processo, a beneficio non soltanto dell’ambito economico ma anche della qualità della vita degli abitanti e dei frequentatori della zona. Al momento, mentre si assiste a un’accelerazione assoluta sulle grandi opere – basti pensare allo scalo ferroviario di Alessandria Smistamento e alle gigantesche attrezzature che arriveranno – l’impressione è che si sia perso di vista l’aspetto umano e sociale di quanto sta succedendo.
Il tessuto urbano che vede l’espansione del settore logistico, infatti, testimonia l’incontro tra diversi utenti della strada che si trovano a condividere gli stessi tracciati con mezzi incompatibili. Molti lavoratori della logistica in questo territorio sono stranieri e tendono a spostarsi in bicicletta o monopattino, non disponendo di autovetture. Se ne incontrano a decine, a ogni ora del giorno e della notte, con qualsiasi temperatura e condizione meteorologica. Nel migliore dei casi indossano un casco e un gilet arancione catarifrangente per tentare di rendersi visibili nel traffico dei TIR.
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L’ultimo incidente
Sono i due volti della stessa storia: tutti vanno o ritornano dagli stabilimenti di stoccaggio e movimentazione delle merci, quelli che consegnano e ritirano i carichi e quelli che li smistano e li organizzano per la distribuzione. «Chi percorre questi tratti sa bene che abbiamo un problema: le strade della nostra provincia non sono sicure. Basta che piova per due ore per rendersi conto di quanto siano rischiose anche per chi viaggia in macchina. Figurarsi per chi è costretto a usare altri mezzi per arrivare al lavoro. È necessario intervenire subito per garantire sicurezza, illuminazione, piste ciclabili protette e separate», ha denunciato il sindacato ADL Cobas Alessandria, uno dei più attivi nel settore, all’indomani dell’ultima tragedia.
Kamal Hossain, padre di due figli piccoli, migrante dal Bangladesh dopo un lungo e faticoso girovagare per trovare un’opportunità di vita migliore, dopo aver subìto torture in Libia, dopo avere attraversato il Mediterraneo su un barcone fino a Lampedusa, è morto a 43 anni non lontano da una rotonda a Tortona, travolto da un autoarticolato mentre era sulla sua bicicletta elettrica. L’aveva comprata un mese prima, quando il suo stipendio di operaio a tempo determinato gliel’aveva permesso. Le telecamere confermeranno se può averlo tradito una manovra scorretta, come hanno raccontato alcuni testimoni.
Quel giorno, Kamal non era di turno: stava andando in paese per motivi suoi, ma il tema si pone lo stesso. Sulle due ruote, come moltissimi altri, era solito spostarsi su un territorio trafficato, anche su tragitti viari extraurbani. Abitava infatti nel centro per richiedenti asilo e protezione internazionale della cooperativa Orizzonti, situato alla periferia di Tortona verso Rivalta Scrivia.
«Chiediamo sempre alla polizia locale e ai carabinieri di spiegare le regole ai nostri ospiti: leggere la segnaletica, i comportamenti da tenere, l’attrezzatura da indossare come il giubbotto e il casco – ha detto a L’Unica la direttrice del centro, Valentina Rivera –. Tutti usano il primo stipendio per comprare la bicicletta elettrica o il monopattino, per circolare in autonomia: l’alternativa per loro è camminare. Kamal lavorava per la famiglia. Ogni sacrificio, ogni giornata lontano da casa, aveva un senso preciso. Dare ai suoi bambini la possibilità di studiare, di crescere. Era un uomo gentile, rispettoso, con lo sguardo carico di responsabilità e amore». Affrontare la questione della viabilità in quest’area è anche un dovere morale, che chiama le istituzioni a garantire percorsi sicuri. Il dibattito è ancora troppo teorico, mentre aumentano a dismisura i rischi e gli ostacoli a carico di pendolari e residenti. Appena si analizza l’aspetto ambientale, poi, avviene un corto circuito: l’inquinamento, che porta l’aria alessandrina assai spesso oltre i limiti, potrebbe alleggerirsi non di poco, se chi decide di andare in bicicletta non dovesse mettere a repentaglio la sua incolumità.
Una scelta che altrove sarebbe definita ecologica e sostenibile, qui invece appare pericolosa. Allora? «Abbiamo una rete autostradale eccezionale intorno ad Alessandria, con anelli già disegnati: non abbiamo alternative, in otto mesi potrebbero essere costruiti tre caselli a Pozzolo-Novi, Predosa e Mirabello. Almeno si potrebbero spostare lì i camion. A quel punto, sulle strade statali e provinciali, avremmo lo spazio per piste ciclabili protette, programmando il traffico in maniera diversa e aprendo anche a una fruizione turistica della rete viaria secondaria», ha spiegato Cesare Rossini. Si potrebbe ridurre anche il numero delle auto. «In Piemonte siamo ancorati a un piano della mobilità regionale molto vecchio», ha aggiunto. Alla revisione del sistema di trasporto pubblico locale, a cura della Regione, è affidato il compito di rispondere ai bisogni di migliaia di lavoratori, che già oggi e ancor di più in futuro dovranno raggiungere, ogni giorno, aziende insediate dove fino a pochi anni fa c’erano soltanto campi da coltivare.
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