Il cimitero di Staglieno e la sfida dei sepolcri da sbiancare

Seconda puntata del nostro reportage: le difficoltà nei lavori di pulitura e il ruolo dei volontari

Il cimitero di Staglieno e la sfida dei sepolcri da sbiancare
La scultura sulla Tomba Molinari, di Eugenio Baroni – Foto: Roberto Orlando

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Il 16 aprile a Genova L’Unica intervista la sindaca Silvia Salis.

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La nostra passeggiata, non solo metaforica, nel cimitero monumentale più grande d’Europa non può che continuare tra una statua e l’altra di Staglieno, quelle sculture di marmo, in origine bianche come la neve, che aggredite dagli agenti atmosferici e dalla corrosione implacabile dello smog oggi si presentano ricoperte di una fuliggine nerastra e – dicono gli esperti – molto corrosiva.

«Per quanto riguarda le tombe, bisogna tenere conto che sono private», ha spiegato a L’Unica l’assessore comunale ai Servizi civici Emilio Robotti. «Quindi, anche disponendo delle risorse necessarie, non è così automatico poterle restaurare o semplicemente ripulirle. Perché ci vuole il permesso dei proprietari. Per cui può capitare che pur disponendo, per esempio, delle donazioni di sponsor o di mecenati, non si può procedere ai restauri perché gli eredi non si trovano oppure perché una volta rintracciati preferiscono lasciare le sculture annerite così come sono, magari per timore di comprometterle. Il famoso maniman, il “non si sa mai” tutto genovese». La peggiore delle combinazioni si verifica quando gli eredi sono tanti e non si rintracciano tutti, ma è peggio ancora quando, una volta che sono stati rintracciati, non riescono a mettersi d’accordo tra loro per autorizzare o meno l’intervento di recupero.

«Per cercare di superare alcuni di questi ostacoli – ha spiegato ancora l’assessore Robotti – lo scorso anno abbiamo stipulato un accordo con la Soprintendenza che è servito anche a semplificare di molto le procedure. La gestione del cimitero resta comunque una questione complessa. Un altro tema è quello dei rapporti con le varie confessioni: a Staglieno ci sono sepolture di molte religioni, oltre a quella cattolica. C’è il cimitero islamico e quello ebraico, il cimitero ortodosso e quello del Commonwealth. Insomma, per fare tutto a regola d’arte bisognerebbe smettere di occuparsi della città dei vivi». Improbabile, in effetti, ma l’importante è trovare soluzioni nuove, fantasiose. Il Comune, per esempio – ha detto ancora Robotti – ha già preso contatti con le carceri genovesi per capire se sia possibile, con percorsi di rieducazione, l’impiego dei detenuti per eseguire interventi di manutenzione, di pulizia delle tombe e di sfalcio dell’erba nei 35 cimiteri della città.

Il sacrario dei soldati del Commonwealth – Foto: Roberto Orlando

L’opera delle associazioni di volontariato 

Poi ci sono le associazioni di volontari, che a Staglieno hanno un ruolo importante, soprattutto per quanto riguarda la cura del verde e la piccola manutenzione di alcune aree sepolcrali. Tre le più attive c’è “Per Staglieno”, fondata nel 1998 da Eugenio Bolleri, definito l’Indiana Jones della Lanterna per le scoperte straordinarie compiute durante le sue “missioni” da volontario tra le lapidi. Ora l’associazione è presieduta da Emanuela Mantero, che ha raccolto il testimone da Bolleri.

«Negli ultimi anni abbiamo notato un po’ più di attenzione da parte del Comune. Per esempio, sono stati ripuliti con soffiatori e spazzatrici i porticati. Noi, con scopa e paletta, non eravamo certo riusciti a ottenere risultati così apprezzabili. Ma nel nostro piccolo, continuiamo a lavorare», ha spiegato a L’Unica Patrizia Nana, una delle volontarie più attive. «Ora abbiamo in programma degli sfalci periodici nel cimitero dei protestanti e poi proseguiamo con i nostri interventi di pulizia. Di recente ci siamo presi cura di Largo dei Francesi e abbiamo riportato alla luce tante tombe che erano state coperte dalla vegetazione».

A volte, facendo manutenzione dell’area, succedono anche cose curiose. «Un giorno, nei pressi della tomba di Mazzini, abbiamo trovato e ripulito la lapide di un garibaldino. Qualche tempo dopo, in una pagina Facebook dedicata ai cimiteri, per puro caso ho letto il commento di un signore che cercava notizie di un suo avo che sapeva essere sepolto a Staglieno. Chi era? Proprio quello di cui noi avevamo scoperto la lapide: Pietro Ghiani Mameli, di Cagliari, garibaldino ma anche banchiere e senatore del Regno d’Italia», ha aggiunto Nana. «Come ogni anno in occasione del 25 aprile, faremo un passaggio al Campo dei Partigiani: questa volta vorremmo fare una pulizia un po’ più approfondita delle tombe, ma anche sostituire i mazzetti di fiori finti che sono lì da chissà quanti anni. Abbiamo in programma anche la pulizia della tomba di Lady Constance Lloyd, che ha sempre tanti visitatori. Ci piacerebbe seminare del trifoglio, simbolo del suo Paese d’origine, l’Irlanda. Ma la buona notizia è l’intenzione del Comune di far inserire Staglieno nel Patrimonio Unesco. Quella sì che sarebbe una svolta importante».

L’angelo caduto, di Onorato Toso. Tomba Ribaudo, 1910 – Foto: Roberto Orlando

Una super app con i fondi del bando FAI

Nel frattempo, sarà necessario investire i 21 mila euro vinti dal cimitero di Staglieno al bando nazionale del FAI “I luoghi del cuore”: ottavo posto assoluto e primo posto in Liguria. Un’idea è quella di utilizzare parte dei fondi per inserire Staglieno nell’app dei Musei di Genova, con itinerari, immagini, grafici, video, fotogallery, esperienze in realtà aumentata con opzioni dedicate a non vedenti e non udenti. Il progetto si chiama “Museo Staglieno, viaggio partecipato e accessibile tra arte e storia”.

Guarda al futuro con una certa carica di ottimismo anche Caterina Olcese Spingardi, funzionaria della Soprintendenza, tra i massimi esperti dell’arte funeraria a Staglieno. A L’Unica ha spiegato così le ragioni delle sue speranze: «Mi ha colpito la sensibilità che hanno dimostrato negli ultimi tempi i giovani. Agli Staglieno days hanno partecipato in massa e con loro si lavora benissimo perché riescono a vedere al di là di tutti i nostri pregiudizi e delle nostre delusioni. Anche i divulgatori che hanno guidato le visite erano tutti giovani, laureati e si erano preparati molto bene. Quelle due giornate mi hanno un po’ rincuorata».

L’esperta ha raccontato di essere rimasta colpita dall’elevato numero di partecipanti e dalla logistica adottata per le visite. «Soprattutto hanno partecipato anche tanti genovesi, che sono sempre stati i grandi assenti a Staglieno. È andato tutto molto bene e per le prossime edizioni si potrebbe anche pensare di trovare un modo per far versare un contributo ai partecipanti da destinare ai restauri. Lo dico anche perché credevo che tutti venissero a lamentarsi delle condizioni in cui si trovano le opere e invece le persone erano sinceramente interessate in chiave positiva a capire la complessità di qualsiasi cosa si faccia lì dentro. Mai polemiche, né tantomeno arrabbiate», ha raccontato la funzionaria della Soprintendenza, ammettendo che però ci sono anche alcuni problemi. «I fondi sono pochi, il nostro mecenate americano, Walter Arnold [scultore americano che con la sua associazione da anni raccoglie fondi per restaurare le sculture, ndr], quest’anno non ci ha ancora fatto avere notizie sui suoi eventuali programmi, altri hanno manifestato interesse durante Staglieno days, ma per ora non si è concretizzato nulla».

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Olcese Spingardi ha spiegato anche un’altra novità, che riguarda il mecenatismo: «Lo scorso anno il Comune ha semplificato molto le procedure. Si è trovata una soluzione per le circostanze in cui non si trovino i discendenti proprietari delle tombe ai quali comunicare l’intenzione di un donatore di finanziare il restauro». Per quanto riguarda invece la manutenzione delle opere già restaurate, il Comune ha deciso di destinare a questo scopo i fondi derivati dalle visite guidate e da piccole sponsorizzazioni, sufficienti per ripulire una decina di tombe all’anno, dietro l’autorizzazione di restauratori accreditati.

«Un altro aspetto riguarda i nostri rapporti con il Comune. Grazie al protocollo d’intesa firmato nel 2025, è possibile affrontare rapidamente caso per caso le numerosissime richieste che vengono presentate al Comune e che riguardano tutti i 35 cimiteri della città – ha aggiunto Olcese Spingardi –. Per valutarle è stata istituita una commissione congiunta in cui ci sono rappresentanti del Comune e della Soprintendenza, tra cui anche un agronomo. Perché la parte paesaggistica del cimitero, legata appunto alla gestione del verde, ha una grandissima rilevanza, anche per ragioni di incolumità pubblica. Poi certo, la candidatura a sito Unesco è una idea molto bella, proposta a suo tempo anche dal professor Franco Sborgi», autore, tra l’altro, del “testo sacro” su Staglieno. Secondo l’esperta ci sarà molto da lavorare, «non sarà facile, ma vale la pena provarci».

Infine, alcune novità sull’ufficio informazioni. Adesso è aperto dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 15, ma l’obiettivo è quello di garantire il servizio anche nel weekend. «Per ora l’ufficio è retto da una persona molto preparata, la dottoressa Chiara Capini, ma non è escluso che in prospettiva si possa ricorrere anche all’impiego di tirocinanti, attraverso accordi con l’università, o anche di volontari delle associazioni che hanno già manifestato interesse», ha spiegato a L’Unica l’assessore Robotti.

Passo dopo passo

Al passo numero 3.507, su per le salite del cimitero, davanti alla grande tomba di Giuseppe Mazzini, il cronista incrocia un gruppetto di visitatori lombardi. Chiedono: «Scusi, sa dov’è la tomba Dell’Acqua?»  

No, mi spiace, però visto che siete qui, poco più avanti potete trovare la tomba Sorrentino, di Luigi Orengo, uno dei grandi di Staglieno. La vedrete nel suo splendore originario perché è stata restaurata pochi anni fa. E un po’ più in là c’è la tomba di un bambino, Italino Iacomelli, scolpito nel gesto di giocare con un cerchio, negli ultimi istanti della sua vita, fino a un attimo prima di essere scaraventato da un pazzo oltre il parapetto dei giardini Carbonara, sotto gli occhi del padre vedovo. Era il 16 agosto 1925, ma vedrete che ancora oggi c’è chi lascia accanto alla sua statua piccoli giocattoli e più di una lacrima. Ogni tomba una storia, sopra ogni lapide un’opera d’arte.

Al passo 5.203 incontriamo invece una coppia di genovesi in pensione. Loro puntano dritti sulla tomba di Fabrizio De André e hanno appena fatto visita a quella di Gilberto Govi e della moglie Rina Gaioni. Ma prima ancora erano rimasti folgorati dallo sguardo misterioso dell’Angelo di Giulio Monteverde, il simbolo di Staglieno che si trova sulla tomba Oneto, nel porticato alla sinistra del Pantheon.

Lo sguardo misterioso dell’Angelo di Monteverde – Foto: Roberto Orlando

È tutto impolverato, ma non ha perso la sua bellezza che lo ha reso celebre ben oltre i confini del Monumentale: questo angelo di marmo bianco è tra le sculture funerarie più riprodotte al mondo. Il cronista l’ha visto anche nella remota isola di Madeira, in duplice copia per giunta. E al passo 6.419 restiamo a bocca aperta davanti alla tomba di Francesca Maria Delmas, sempre di Orengo: Amore e Morte in un abbraccio sensuale per ricordare una giovane di 25 anni morta in un incidente d’auto con retroscena peccaminosi.

Centinaia di queste storie sono custodite sotto le volte dei porticati, tra le lapidi nei campi. Persino uno degli scultori più virtuosi, tra quelli che hanno dato vita a questo mondo pietrificato, ha voluto lasciare traccia perpetua del suo personale dolore: è Santo Varni, autore di quaranta tombe, il quale, rimasto due volte vedovo, aveva dedicato alle mogli defunte altrettanti capolavori che ancora oggi toccano le corde del cuore dei visitatori.

Storie e gioielli di marmo che, si spera, non smetteranno mai di stupire i visitatori, anche illustri. Come era successo a Ernest Hemingway che aveva descritto Staglieno come “una delle meraviglie del mondo” o come era accaduto al bassista dei Joy Division, Peter Hook, che aveva deciso di utilizzare una fotografia della tomba Appiani come copertina dell’album “Closer” per poi replicare con l’immagine della meravigliosa scultura liberty sulla Tomba Ribaudo sul frontespizio del singolo “Love Will Tear Us Apart”.

Tomba Appiani, copertina dell’album Closer, dei Joy Division – Foto: Roberto Orlando

Raggiunta l’uscita, al passo 8.464, è il momento di un’ultima considerazione: il cimitero monumentale più grande d’Europa cerca di rinascere, ma per riuscirci ha bisogno di un aiuto altrettanto grande.

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