Se sei un migrante e lavori, rischi di finire per strada
Oltre 200 persone hanno perso l’accoglienza dopo aver trovato un lavoro. Tra burocrazia, affitti elevati e discriminazioni, l’autonomia abitativa diventa difficile da raggiungere
L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.
Abbiamo altre quattro edizioni: Alessandria, Asti, Cuneo e Torino.
Per riceverla,
clicca qui
Lo Stato italiano riconosce lo status di rifugiato: di conseguenza, nega il diritto all’accoglienza. Sembra un paradosso, ma è quello che c’è scritto, nero su bianco, sul foglio intestato della Prefettura di Genova che è stato recapitato al Centro di accoglienza straordinaria (CAS) dove erano ospitati Keletie e Baldgo.
Ventisette anni entrambi, sono partiti dal Mali e si sono conosciuti al porto di Sfax, in Tunisia, poco prima di salire su quel barchino di ferro dove sono rimasti per tre giorni alla deriva, senza cibo. Hanno un video, che li ritrae ancora sorridenti appena imbarcati, con i copertoni delle gomme al collo usati come salvagenti, stipati in quarantaquattro. Sono arrivati sani e salvi, ma ora si sono scontrati con uno dei tanti paradossi della burocrazia. Perché i due amici, dieci giorni dopo l’arrivo di quella lettera, hanno dovuto lasciare il centro che li ospitava da mesi. Ma un alloggio dove andare non ce l’hanno, non se lo possono permettere. Così, si sono trovati a dormire alla stazione Principe: riparandosi dentro a un cartone e tenendosi abbracciati allo zaino per paura di essere derubati.
La casa per le persone migranti è un miraggio
Questa è una storia sbagliata che però non è un errore, ma una stortura strutturale. Sono infatti oltre duecento, a Genova, le persone migranti che si sono viste spedire un foglio del genere, quest’anno. E sono finite per strada. Una tendenza sempre più marcata, l’effetto di un indirizzo espresso chiaramente da una circolare del Ministero dell’Interno risalente addirittura ad agosto 2023: di fatto, l’indicazione alle Prefetture di interrompere immediatamente gli interventi di accoglienza per coloro che sono riconosciuti titolari di protezione internazionale e speciale, senza attendere il rilascio del permesso di soggiorno e senza provvedere al loro trasferimento nel SAI, il Sistema di accoglienza e integrazione. Ma a generare la tempesta perfetta è il fatto che a queste disposizioni si aggiunge il percorso a ostacoli di un mercato immobiliare con i prezzi in costante rialzo. E dove trovare casa in affitto è ancora più difficile per chi ha la pelle nera.
I costi proibitivi, prima di tutto. Uno studio di “Immobiliare.it Insights” ha analizzato l’andamento dei prezzi di affitto e di vendita nelle dodici principali città italiane per il periodo compreso tra novembre 2024 e novembre 2025. Genova è in testa per quanto riguarda l’aumento degli affitti: con in +10,9 per cento, seguita da Bari (+10,3) e Roma (+9,6). Milano segna invece un -0,5 per cento, ma la cifra si spiega come un assestamento dopo una spirale di aumenti che ha caratterizzato gli ultimi anni. E fin qui i prezzi, uguali per tutti. Ma per chi ha la pelle nera, trovare un alloggio – anche con un contratto di lavoro a tempo indeterminato – è un’odissea.
L’Unica è anche su Facebook! Clicca qui per visitare la pagina e inizia a seguirci per rimanere aggiornato!
Razzismo abitativo
A Genova gli addetti ai lavori del terzo settore raccontano a L’Unica di un clima che evoca i cartelli nella Torino degli anni Sessanta, quando accanto ai portoni si annunciava, senza ombra di imbarazzo, “Non si affitta ai meridionali”. Oggi il razzismo abitativo è tornato sotto altre forme: più subdole. Monsignor Giacomo Martino, a capo dell’Ufficio Diocesano Migrantes, lo denuncia senza mezzi termini: «Quando esci dai CAS, se sei nero e straniero non ottieni niente. Ed è una situazione che sta peggiorando. In passato la scusa era che il proprietario aveva cambiato idea. Adesso te lo dicono proprio in faccia: i proprietari non affittano agli stranieri. E infatti mi è capitato in più occasioni che alcuni ragazzi, con contratti regolari di lavoro, mi chiedessero di fare da garante».
Percorsi interrotti
Torniamo ai due ragazzi alla stazione Principe. È il 5 novembre quando Keletie riceve il documento dalla Prefettura di Genova: dice che la commissione territoriale competente ha esaminato la sua domanda di protezione internazionale e «riconosciuto i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato». Ma poi, poche righe dopo: «La signoria vostra non ha più titolo per beneficiare delle misure di accoglienza presso il CAS». Fuori, dunque, dal centro di accoglienza: per andarsene ci sono dieci giorni di tempo.
Un foglio quasi identico lo ha ricevuto Baldgo. Unica differenza, il tipo di permesso ottenuto: una protezione speciale. E dunque, proprio quando lo Stato riconosce un diritto, ne toglie un altro: nonostante le lezioni di italiano, il diploma di terza media, i primi tirocini e i contratti di lavoro da elettricista. «La legge lo impone – ha detto a L’Unica Bruno Manganaro, segretario genovese del SUNIA, il sindacato inquilini della CGIL – ma abbiamo notato che nell’ultimo anno e mezzo quella che veniva recepita come una indicazione è diventata un’applicazione a tappeto senza deroghe, che non tiene conto del percorso compiuto dalle persone migranti né della difficoltà a ottenere un’autonomia abitativa in tempi così brevi».
Ci vuole un patto con Confindustria
Il SUNIA, insieme al comitato Genova solidale, ha chiesto un tavolo istituzionale che coinvolga anche Confindustria, per mettere a punto un progetto modellato su quello già attivo in Emilia-Romagna che si chiama “Se scappi ti assumo”. Una sorta di patto tra Comune, Confindustria e terzo settore che metta a sistema formazione, casa e lavoro: per rispondere alle norme del Ministero dell’Interno che causano situazioni come questa.
Secondo i dati OCSE, infatti, nel 2060 in Italia ci sarà una mancanza del 34 per cento di forza lavoro. E dunque, per affrontare la crescente carenza di manodopera e offrire alle imprese nuove opportunità di incontro tra domanda e offerta, Confindustria Emilia ha avviato un percorso di inclusione nel mondo del lavoro rivolto alle persone migranti già ospitate nei CAS presenti sul territorio, a partire da quello della Città metropolitana di Bologna. Il progetto, realizzato in collaborazione con Seneca impresa sociale e Arca di Noè, ha preso il via il 16 settembre scorso con un incontro di presentazione alle imprese. Dura dodici mesi (comprese le fasi di selezione, formazione linguistica e civica, laboratori per il curriculum e corsi di formazione per lo sviluppo di competenze tecniche) e ha l’obiettivo di inserire nel mondo del lavoro 250 migranti.
«A Genova un progetto simile sarebbe prezioso: per aiutare a incontrare domanda e offerta nelle fabbriche», ha detto a L’Unica Luca Bonfiglio di Genova solidale. E l’associazione ha il polso della domanda: organizza infatti lezioni di italiano, frequentate per lo più dagli operai immigrati che lavorano a Fincantieri. Sono oltre 1.400 gli alunni stranieri nelle scuole animate dai volontari di Genova solidale, quindici attive in tutta la città. «Solo a Sampierdarena, tra circolo operaio, Don Bosco, ANPI, SOMS Universale, abbiamo oltre settecento iscritti – ha calcolato Bonfiglio –. E continuano ad aumentare, tanto che in alcuni casi abbiamo deciso di fare lezione anche la domenica mattina».
Se lavori, sei fuori
Il caso di Keletie e Baldgo fa il paio con un altro paradosso. Perché a ricevere una lettera analoga da parte della Prefettura non sono solo coloro che hanno ottenuto un riconoscimento dalla commissione territoriale. Ma anche chi è riuscito a trovare un impiego saltuario. Si può riassumere così: sei una persona migrante e ti sei dato da fare per trovarti un lavoro – ma insufficiente a mantenerti – perdi tutto. E ti ritrovi per strada. È quello che è capitato a 207 persone, a giugno, accolte in otto diverse strutture a Genova.
Tra loro c’è Susanto, che ha 24 anni ed è originario del Bangladesh. È arrivato a Genova due anni fa, accolto in un centro di accoglienza straordinaria. Ci spiega, in un italiano ancora zoppicante, che si era impegnato da subito per trovare qualche lavoro saltuario (regolare) e iniziare a guadagnare qualcosa. Ma dal momento che il suo reddito ha superato i settemila euro in un anno, è scattata la revoca dei diritti all’accoglienza. «È assurdo, inconcepibile – ha detto ancora Manganaro – che messaggio si manda, in questo modo? Che non conviene lavorare in regola. Se chi è accolto nelle strutture trova lavori saltuari e riesce a guadagnare qualcosa non va certo penalizzato. Altrimenti, che cosa otteniamo? Che queste persone vadano a lavorare in nero, o peggio a spacciare. O, ancora, a occupare case abusivamente, visto che per loro è difficilissimo trovare alloggi».
Anche questo paradosso – va detto – è previsto per legge. Attraverso un incrocio di dati tra Prefettura e Agenzia delle Entrate, chi è in accoglienza e ha superato i settemila euro all’anno di reddito si vede recapitare una lettera nel centro dove è ospitato. I gestori della struttura hanno dieci giorni di tempo per rispondere, ma la procedura ormai è avviata. E dopo tre mesi, la persona deve lasciare il centro. «Trovo inconcepibile che chi ha lavorato onestamente guadagnando peraltro pochissimo perda il diritto ad avere un letto – ha aggiunto Manganaro – il diritto alla residenza che è fondamentale per ottenere i documenti, e debba poi restituire anche a ritroso quei pochi euro al giorno di pocket money».
Una task force in Comune
La nuova assessora al Welfare, Cristina Lodi, ha spiegato a L’Unica che il tema di uno “scivolo” per un inserimento lavorativo e abitativo delle persone migranti uscite dai percorsi di accoglienza è una priorità: «Abbiamo attivato un’equipe multidisciplinare dedicata, con assistente sociale, educatore con una formazione specifica e un mediatore interculturale per sostenere la persona durante la fase di avvio dell’attività lavorativa». Nel corso del 2025 – spiegano gli uffici del Comune – le persone beneficiarie che hanno stipulato in questo modo un contratto di lavoro sono state 141, ai quali si sono aggiunti tre contratti a partita IVA. I settori sono principalmente ristorazione, turismo, commercio, edilizia, industria, artigianato e servizi alla persona.
Quanto all’emergenza abitativa, Genova è uno dei Comuni italiani dove è partito il progetto “LGNet” (sigla che sta per Local government network) per l’inclusione dei cittadini stranieri che non hanno ancora raggiunto un livello sufficiente di integrazione e autonomia abitativa e lavorativa. Il progetto è co-finanziato dall’Unione europea con la linea di finanziamento Misure emergenziali del Fondo asilo migrazione e integrazione (FAMI) ed è gestito dal Ministero dell’Interno insieme ad ANCI (Associazione nazionale comuni italiani). «A Genova abbiamo attivato un intervento specialistico e professionale per l’accesso al mercato immobiliare a chi ha bisogno di un supporto mirato per superare le barriere di accesso», ha spiegato Lodi. «Il servizio è affidato a enti del terzo settore, impiega educatori specializzati nell’orientamento e nella ricerca e agenti immobiliari regolarmente iscritti all’albo. Per ogni beneficiario viene condiviso un “Progetto individuale di sostegno ai percorsi di autonomia abitativa”». I dati del primo trimestre di monitoraggio indicano che a trovare casa attraverso questo percorso sperimentale a Genova sono stati in 121.
Intanto, per Keletie e Baldgo una soluzione è stata trovata. Dopo l’intervento del SUNIA e di Genova solidale, che hanno incontrato i Servizi sociali del Comune, i due ragazzi hanno un tetto sulla testa: sono riusciti a entrare in un percorso SAI, il sistema di accoglienza di secondo livello. Ma il punto resta il meccanismo. Per questo SUNIA e Genova solidale hanno chiesto un incontro in Prefettura: per capire quanti si trovano in questa condizione e quanti potrebbero rientrare nel Sistema di accoglienza e integrazione.
Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
I vostri messaggi
“L’Unica offre punti di vista interessanti anche su argomenti che spesso passano rapidamente in secondo piano.”.
— Teresa A.
E tu cosa ne pensi del nostro progetto?
ScriviciTi consigliamo anche:
🌲 I cedri a Cuneo non saranno abbattuti, per ora (da L’Unica Cuneo)
✅ Il fact-checking del video di Meloni sul referendum (da Pagella Politica)
📥 Iscriviti alla newsletter gratuita che ti aiuta ad arrivare preparato al referendum del 22 e 23 marzo. È gratis!