Il declino (demografico e non solo) di Genova

Il declino (demografico e non solo) di Genova
Foto: Roberto Orlando

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Massimo Taddei – Giornalista di Pagella Politica, si occupa di economia, lavoro e disuguaglianze. Ha fondato Economika ed è stato responsabile editoriale de lavoce.info, Pillole di Economia e Torcha.

Da anni, se non da decenni, Genova è in declino: in città molti ricordano ancora i fasti industriali, quando l’Italsider copriva tutta quella parte di Valpolcevera oggi occupata da IKEA, Decathlon e altri capannoni che di industria hanno poco o niente. Altri ricordano i successi sportivi: il calcio italiano nasce a Genova con il Genoa perché, alla fine dell’Ottocento, grazie al suo porto, è una delle città più internazionali del Paese, mentre, negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, l’altra squadra della città raggiunge risultati importanti, anche grazie alla presenza di un imprenditore che può sostenere il progetto. Che dire poi del concerto dei Beatles al Palasport nel 1965? Una delle due date italiane (insieme a Milano) in quella che all’epoca era la città più “inglese” d’Italia.

Chi oggi a Genova potrebbe prendere il ruolo di Paolo Mantovani, storico presidente della Sampdoria? Chi sarebbe pronto a scommettere che una nuova tendenza internazionale arriverebbe in Italia passando da Genova, come avvenne con il calcio molti anni fa? Potremmo aspettarci un concerto di Taylor Swift in un Palasport che a malapena è adatto alle partite ufficiali di pallavolo? Chi si aspetterebbe di veder nascere nella città la prossima locomotiva di punta dell’alta velocità, il prossimo macchinario all’avanguardia o il software che rivoluzionerà il suo settore? Sicuramente non sarebbero in molti a crederci e il motivo è proprio il declino: la città, come la regione di cui è capoluogo, ha perso da tempo la sua importanza nel dibattito nazionale e, nonostante resti molto ricca, ha perso anche parte del potenziale economico. In un certo senso, Genova e la Liguria sono pioniere di quello che sta già accadendo e potrebbe accadere in futuro in Italia: una società anziana, poco innovativa, poco propensa a distribuire le risorse e, in definitiva, ferma. Ma cosa ha portato a questo declino? C’è un modo per invertire la rotta? Su cosa dovrebbe puntare la nuova Giunta per farlo?

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Il ruolo della demografia

Il primo problema di Genova è che è una città vecchia: la Liguria è, letteralmente, la regione più anziana dell’Unione europea, con un’età mediana di 52,3 anni. Questo significa che più di metà della popolazione ha almeno 50 anni. La provincia di Genova è messa un po’ meglio (50,4 anni), ma il dato resta elevato, anche rispetto alla mediana italiana, che si ferma a 48,7 anni. Tra il 2004 e il 2024, il comune ha perso circa 60 mila abitanti (-10 per cento), passando da 620 a 563 mila, ma soprattutto ha perso i giovani. Nel 2004, i residenti con più di 65 anni erano il 26 per cento della popolazione, mentre oggi sono il 29,1 per cento. Non solo un residente su due ha più di cinquant’anni, ma quasi uno su tre ne ha più di 65. Nel frattempo, gli under 40 sono calati: erano il 38,6 per cento nel 2004 e sono scesi al 29,4 alla fine dello scorso anno. In sostanza, in città per ogni under 40 c’è un residente anziano. Si tratta di dati ufficiali, probabilmente sottostimati dato che non considerano chi ha lasciato la città, ma ha mantenuto la residenza (soprattutto under 40 che si trasferiscono per studio o per lavoro).

Il calo demografico è innanzitutto una causa del declino: la città offre poche opportunità. I giovani, e quindi le idee imprenditoriali più dinamiche, sono sempre meno e, per i fortunati che riescono a mettere su famiglia, ci sono sempre meno bambini, adolescenti e giovani adulti con cui far interagire i propri figli. Il calo delle nascite spinge anche le scuole a chiudere per mancanza di alunni, rendendo ancora più complessa la gestione familiare. Inoltre, le risorse saranno sempre più destinate agli anziani, sia perché hanno un peso man mano più importante ed è normale che le loro esigenze richiedano risorse in proporzione, sia perché rappresentano la maggior parte dell’elettorato, che va a indirizzare le decisioni politiche. Nello stesso momento, dunque, il calo demografico è sia causa che effetto del declino economico e sociale: più gli elettori anziani votano per politiche a loro favorevoli a scapito dei giovani, più giovani se ne andranno, ma più giovani se ne andranno, maggiore sarà il peso degli anziani nell’elettorato. Sostenere che una carenza di under 30 o under 40 sia un problema economico non è un’opinione giovanilista: numerosi studi mostrano come l’innovazione e la produttività tendano a essere più elevate tra i giovani. Inoltre, chi decide di andarsene spesso ha competenze superiori rispetto alla media, portando via con sé anche quel potenziale innovativo e creativo.

Sembra che il calo demografico, dunque, sia un circolo difficile da spezzare, ma da dove è partito?

Industria, infrastrutture e disuguaglianze

Il primo grande shock all’economia genovese è stata la deindustrializzazione: lo si vede per esempio dagli occupati nelle Acciaierie d’Italia (ex ILVA): negli anni Settanta circa 7.100 addetti lavoravano nelle acciaierie di Cornigliano, mentre oggi si contano circa 10 mila dipendenti in tutti gli stabilimenti d’Italia, di cui oltre 5.700 in cassa integrazione. La risposta più semplice a questa crisi sembrerebbe essere il rilancio della fabbrica e di tutto il tessuto industriale, riportando Genova a essere un vertice del triangolo industriale, ma è una soluzione anacronistica. Il contesto internazionale, con una larga parte della produzione delocalizzata, e i rischi ecologici suggeriscono di andare cauti. Questo non significa che non si dovrebbe puntare sull’industria, ma che sperare di tornare ai fasti delle grandi acciaierie forse non è la strada più facilmente percorribile. Esistono anche soluzioni di compromesso. Di recente, proprio la sindaca Silvia Salis ha parlato della possibilità di adottare un forno elettrico all’interno dello stabilimento di Cornigliano, specificando però che non si sarebbe trattato di un «sì incondizionato».

Più che sull’industria tradizionale, la città potrebbe investire su quella ad alta specializzazione, che oggi richiede meno addetti, ma più competenze. La presenza dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) nella città è un fattore importante, ma la poca considerazione data al centro di ricerca parte dal suo posizionamento: isolato in aree poco collegate della città, soprattutto per quanto riguarda la sede di Morego (distante un’ora con i mezzi pubblici dal centro).

Soprattutto, però, bisognerebbe investire sul settore terziario: non quello che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, con migliaia di nuove posizioni in servizi a basso valore aggiunto, come quelli di alloggio e ristorazione, ma quello delle professioni scientifiche e tecniche, della ricerca e dell’università. Negli ultimi anni la città ha conosciuto una certa crescita grazie all’arrivo del turismo, ma i benefici sono finiti nelle tasche dei pochi rentier già benestanti: proprietari di negozi e ristoranti, albergatori e affittacamere. Tutti imprenditori che potenzialmente danno lavoro a molte persone (camerieri, cuochi, receptionist, gestori di Airbnb), ma con mansioni e salari di livello basso. Così, una fetta rilevante della crescita non va ai lavoratori, che, se guadagnassero bene, potrebbero attirare ulteriori occupati interessati a fare carriera, ma che al contrario sono costretti a sopravvivere grazie a lavori spesso saltuari e poco tutelati.

Il modello economico dell’ultimo decennio, basato sull’apertura di supermercati e sulla promozione turistica, ha stimolato questo meccanismo, aumentando le disuguaglianze e concentrando la ricchezza nelle mani di pochi. Non a caso, la Liguria è tra le regioni più ricche in Italia, ma è anche una di quelle in cui la ricchezza si accumula meno “per merito”. Il rapporto tra ricchezza e reddito (10,4 nel 2023) è infatti anch’esso molto alto. Cosa significa, in sostanza? Che la ricchezza vale in media 10 volte il reddito. Ma se il reddito è così “basso”, come può la ricchezza essere così alta? Semplice, in passato se ne è accumulata molta, rimasta nelle mani delle famiglie che l’hanno messa insieme per generazioni, mentre oggi è più difficile raggiungere quel livello perché, in media, si guadagna meno. La scarsa circolazione della ricchezza è uno dei motivi dell’immobilismo economico e finanziario dell’intera regione, compreso il suo capoluogo.

Se abbiamo prezzi da città, ma stipendi paragonabili alla provincia, perché un foresto dovrebbe decidere di trasferirsi qui? Genova potrebbe puntare sui suoi giovani, ma è davvero difficile chiedere a persone talentuose di rimanere in una città che non ha spazio per loro e, per molti versi, sarebbe anche ipocrita. Molte delle famiglie genovesi sono arrivate qui dal Sud o dalle aree interne nel corso del secolo scorso proprio perché la città offriva opportunità di lavoro e di benessere; perché i nipoti di quei migranti dovrebbero rinunciare a questa opportunità oggi, quando Milano, Torino, ma anche l’Europa sono così vicine?

Che fare?

Il cambiamento dovrebbe essere anche culturale. È necessario interiorizzare che il modello della città deve cambiare. Forse il turismo può far guadagnare, ma non porta a un vero sviluppo economico per il futuro. Aprire un nuovo supermercato darà sì “un po’ di lavoro a ‘sti ragazzi”, ma non offrirà opportunità di carriera stabili e allettanti, soprattutto se sono altamente qualificati.

Cambiare mentalità significa smettere di chiedersi dove sarà posizionato il presepe a Natale, ma polemizzare perché il Terzo valico non è ancora pronto. La nuova Giunta sta provando a muoversi in questa direzione, anche se è ancora troppo presto per giudicarne l’operato. Il “modello Salis” di cui si sente sempre di più parlare, però, non può limitarsi a portare una comunicazione più fresca, deve andare ad aggredire i problemi alla radice. Con il collegamento rapido con Milano – che secondo il ministro dei Trasporti Matteo Salvini dovrebbe essere completato entro il 2027 – sarà importante gestire al meglio il cambiamento che subirà la città. Anni fa si parlava di Genova come quartiere sul mare di Milano, ma se ci limiteremo a quello subiremo il destino di città come Lisbona o di alcune province del Sud in cui si trasferiscono i nomadi digitali da tutto il mondo: tanti soldi per i proprietari di casa, tanti nuovi spritz bar e negozi di pesto, zero opportunità di carriera per chi in città ci è nato e vorrebbe costruirsi una vita qui. Genova, che un tempo fu gioiello industriale e culturale di questo Paese, merita di più.

Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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