Torino si svuota e invecchia: cosa raccontano 15 anni di dati demografici
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Torino ha perso quasi cinquantamila abitanti in quindici anni. Nel 2009 la città contava 910 mila residenti, mentre alla fine del 2024 ne registra 863 mila. Per sapere cosa è successo nel 2025 bisognerà attendere ancora diversi mesi prima che il servizio statistico cittadino elabori i dati. Un calo di 47 mila persone che non è solo un dato numerico, ma il sintomo di trasformazioni profonde nella struttura della popolazione, nelle dinamiche familiari e nel tessuto sociale della città. Dietro questi numeri si nasconde una Torino molto diversa da quella di quindici anni fa. Per capire cosa sta accadendo bisogna guardare oltre il semplice conteggio degli abitanti.
Una popolazione sempre più anziana
Il primo elemento che emerge è l’invecchiamento progressivo della popolazione. L’età media dei torinesi è passata da 45,2 anni nel 2009 a 47,2 anni nel 2024, mentre l’età mediana, cioè quel valore che divide esattamente a metà la popolazione tra chi è più giovane e chi è più anziano, è salita da 44 a 48 anni. Non si tratta solo di un aumento statistico, ma di un cambiamento che incide sulla composizione stessa della città. La trasformazione si vede ancora meglio guardando le diverse fasce d’età: nel 2009 i bambini e i ragazzi fino ai 19 anni erano 145 mila, mentre oggi sono scesi a 131 mila. Quasi quattordicimila giovani in meno. All’opposto, gli ultraottantenni sono passati da 61 mila a 81 mila. In altre parole, Torino ha perso una generazione di bambini e ragazzi e ha guadagnato ventimila anziani.
L’indice di vecchiaia, un indicatore che confronta il numero di persone con più di 65 anni con quello dei ragazzi sotto i 15 anni, racconta questa evoluzione. Per ogni cento giovani sotto i quindici anni ci sono oggi quasi 241 cittadini sopra i 65, un rapporto che posiziona Torino tra le città più vecchie d’Italia. Questo squilibrio generazionale ha conseguenze concrete sul sistema economico e sociale. L’indice di dipendenza strutturale, che misura quante persone non in età lavorativa ci sono ogni cento persone in età da lavoro, è salito da 51 nel 2009 a 58 nel 2024. In pratica significa che per ogni cento persone che lavorano ci sono oggi 58 persone da mantenere tra bambini e anziani, contro le 51 di quindici anni fa. Un aumento che pesa sulle pensioni, sulla sanità e sui servizi sociali, con una popolazione attiva che deve sostenere un numero crescente di persone che non producono reddito.
Nascite in calo, immigrazione in frenata
Alla base dell’invecchiamento della popolazione c’è soprattutto un forte calo delle nascite, che rappresenta forse il fenomeno più preoccupante di questa trasformazione. Nel 2009 a Torino sono nati quasi 8.500 bambini, mentre nel 2024 le nascite sono scese a poco meno di 5.300. Un calo del 37 per cento in quindici anni che testimonia un cambiamento radicale nelle scelte riproduttive delle famiglie torinesi. Il tasso di natalità, che misura quanti bambini nascono ogni mille abitanti, è sceso da 9,3 a 6 nascite per mille residenti, una diminuzione di oltre un terzo. Parallelamente il tasso di mortalità è salito da 10,5 a 12 decessi ogni mille abitanti, con un totale di morti che è passato da circa 9.600 a oltre 10.100. L’aumento può sembrare contenuto, solo il sei per cento, ma va letto tenendo conto che la popolazione complessiva è calata: in proporzione, quindi, si muore di più in una città che ha meno abitanti.
La combinazione tra nascite in calo e decessi in aumento produce quello che i demografi chiamano saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti in un anno. Quindici anni fa questo saldo era già negativo ma contenuto, con oltre mille morti in più rispetto alle nascite. Oggi il divario si è ampliato: nel 2024 la città ha registrato quasi cinquemila morti in più rispetto ai nuovi nati. Si tratta di una dinamica che Torino condivide con l’intera Italia, dove nel 2024 ci sono state 370 mila nascite contro 651 mila decessi, con un saldo naturale negativo di 281 mila persone. Senza l’immigrazione, che a livello nazionale ha portato un saldo positivo di 244 mila persone, il calo della popolazione sarebbe stato molto più marcato.
Ed è proprio guardando i movimenti migratori che si capisce quanto la situazione torinese sia cambiata nel tempo. Nel 2009 la città aveva ancora una certa capacità di attrazione: erano arrivati circa 27 mila nuovi residenti da altri comuni o dall’estero, mentre ne erano partiti 26 mila, con un saldo positivo di 1.470 persone. L’immigrazione compensava il deficit di nascite e la città riusciva sostanzialmente a mantenere stabile il numero di abitanti. Oggi invece il quadro si è completamente ribaltato. Nel 2024 sono arrivate quasi 23 mila persone ma ne sono partite oltre 26 mila, con un saldo migratorio negativo di quasi quattromila unità. Torino perde attrattività, sia verso l’estero che verso altri comuni italiani. La doppia emorragia, naturale e migratoria, spiega perché la popolazione stia calando così velocemente.
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Stranieri in aumento e una città divisa
La presenza straniera in città è comunque cresciuta, passando da 124 mila residenti stranieri nel 2009 a 139 mila nel 2024. Un torinese su sei oggi è straniero, con la quota salita dal 14 per cento al 16 per cento. La composizione di questa presenza è però cambiata in modo significativo. Quindici anni fa la comunità rumena dominava con oltre 51 mila persone, il 41 per cento di tutti gli stranieri residenti. Oggi i rumeni sono scesi a circa 43 mila, il 31 per cento del totale. Un calo di oltre ottomila persone che riflette il rientro di molti rumeni in patria, dove le condizioni economiche sono migliorate, e una minore spinta migratoria dalla Romania verso l’Italia. Anche la comunità marocchina è calata, da quasi 19 mila a circa 15 mila persone, mentre i peruviani sono rimasti sostanzialmente stabili intorno alle ottomila unità.
Sono invece cresciute le presenze di altre nazionalità che ridisegnano il volto della città. I nigeriani sono passati da meno di 3 mila a oltre 6.500, gli egiziani sono quasi raddoppiati arrivando a quasi 7 mila, i cinesi sono cresciuti da 5 mila a quasi 8 mila. L’Iran, che nel 2009 non compariva tra le prime nazionalità, oggi conta oltre 3.500 residenti, probabilmente per effetto dei flussi di richiedenti asilo e rifugiati politici degli ultimi anni.
La distribuzione degli stranieri sul territorio cittadino disegna una geografia tutt’altro che omogenea. Barriera di Milano, con oltre 19 mila stranieri, registra una quota vicina al 38 per cento della popolazione del quartiere. Più di un residente su tre è straniero. Segue Aurora con il 30 per cento e Borgata Vittoria con il 23 per cento. All’opposto, quartieri come Borgo Po e Cavoretto si fermano all’8,5 per cento e Crocetta al 9,6 per cento. Questa geografia diseguale pone sfide concrete in termini di integrazione e servizi. Le scuole di alcuni quartieri si trovano a gestire classi con altissime percentuali di alunni stranieri, molti dei quali arrivati da poco e con scarse competenze linguistiche. È il caso emblematico della scuola Gabelli a Barriera di Milano, dove il 95 per cento degli studenti è straniero e in media c’è un solo bambino europeo per classe. I quartieri popolari accolgono la maggior parte dei nuovi arrivati, mentre le zone centrali o residenziali mantengono una popolazione prevalentemente italiana, creando una città sempre più divisa territorialmente.
La geografia dei quartieri racconta anche dinamiche diverse tra le varie zone della città per quanto riguarda nascite e decessi. Se nel 2009 i tassi di natalità variavano dal 7,2 per mille di alcune circoscrizioni centrali al 10,4 per mille delle zone più periferiche, nel 2024 tutti i quartieri hanno visto crollare le nascite. Le zone centrali registrano i valori più bassi, con appena 5 nascite ogni mille abitanti, mentre le aree più periferiche mantengono un leggero vantaggio con 7 per mille. Questa differenza si spiega in parte con la maggiore presenza di popolazione straniera nei quartieri periferici, dove le famiglie tendono ancora ad avere più figli rispetto alle famiglie italiane. Sul fronte della mortalità, le circoscrizioni centrali registrano i tassi più alti, con 13 decessi ogni mille residenti, riflettendo una popolazione particolarmente anziana che vive nei palazzi del centro storico.
Famiglie sempre più frammentate
I cambiamenti demografici si riflettono anche nella struttura delle famiglie torinesi, forse l’aspetto più evidente di come sia mutato il tessuto sociale della città. Il numero di coppie con figli è crollato da oltre 95 mila nel 2009 a meno di 68 mila nel 2024, passando dal 21 al 15 per cento del totale delle famiglie. Quasi un terzo in meno. La famiglia tradizionale con due genitori e figli diventa sempre più rara, sostituita da una pluralità di forme familiari che ridefiniscono il concetto stesso di nucleo familiare. Anche le coppie senza figli sono diminuite, da quasi 78 mila a 64 mila, segno che non solo si fanno meno figli ma si formano anche meno coppie stabili.
Parallelamente è cresciuto in modo massiccio il numero di persone che vivono sole, un fenomeno che attraversa tutta la città. I maschi soli sono passati da 80 mila a oltre 103 mila, le femmine sole da 105 mila a quasi 117 mila. Quasi la metà delle famiglie torinesi oggi è composta da una sola persona, un dato che ha conseguenze su tutti gli aspetti della quotidianità, dai consumi alle politiche sociali, dalla domanda di alloggi piccoli alla solitudine degli anziani. Le madri sole con figli rappresentano stabilmente quasi l’8 per cento delle famiglie, mentre i padri soli con figli sono leggermente cresciuti superando le settemila unità. Ne emerge il ritratto di una città in cui la vita individuale diventa sempre più la norma, sia per scelta che per necessità.
Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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