L’Excelsior di Vesime, quando i partigiani trasformarono un campo in un aeroporto

L’Excelsior di Vesime, quando i partigiani trasformarono un campo in un aeroporto
Foto: Claudia Patrone

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«Avevamo una cascina, proprio lì al centro del campo: l’hanno abbattuta per poter atterrare». Lorenzo Cavallero, con L’Unica, ricorda i tempi di suo nonno Giacomo. Quando a Vesime, sul terreno di famiglia lungo la Bormida, i partigiani costruirono un aeroporto. Secondo diverse fonti, è l’unico esempio in Italia di pista per l’aviazione realizzata clandestinamente in territorio occupato.

Lo avevano chiamato Excelsior, “il più alto”: un nome glorioso per una struttura strategica e provocatoria, improvvisata quanto funzionale. Un lavoro visionario portato a termine dalle formazioni badogliane in undici giorni – con lo sforzo di cinquecento uomini, buoi, pale e zappe – che rese possibili importanti collegamenti per gli alleati angloamericani, fra il 1944 e il 1945, in questo luogo di confine fra Piemonte e Liguria.

Le persone che abitavano queste colline la storia di quei venti mesi di Liberazione la vissero sulla loro pelle: la linea del fronte non era lontana e la paura, come il coraggio che ne è lo specchio, segnavano le giornate fra le incursioni e i rastrellamenti. «I miei nonni avevano sempre una pentola di minestrone lì fuori – ha raccontato Cavallero – era per tutti, chiunque passasse». Partigiani, fascisti. «Bisognava essere gentili, sperando che non succedesse niente di violento».

L’aeroporto nei racconti di famiglia

La creazione dell’aeroporto fu un’operazione straordinaria e incredibile, che concentrò l’attenzione di repubblichini e tedeschi sulla zona, trasformandola in obiettivo militare. La diffidenza era la compagna quotidiana: «Un mio prozio provò ad avvertire un gruppo di partigiani di passaggio di non risalire la via del fiume, perché c’erano i nazisti: non gli credettero e proseguirono, li incontrarono e finirono ammazzati».

Era quello che i libri di storia avrebbero ricordato come l’eccidio del ponte di Perletto: morirono in sedici, tutti ragazzi. L’imboscata dei soldati della Divisione san Marco li trasse in inganno, quando sventolarono i fazzoletti rossi per fingersi loro compagni. La memoria dei racconti di famiglia è bruciante: «Mio papà aveva sedici anni quando costruirono l’aeroporto. Nessuno di loro aveva mai visto un aereo: l’atterraggio ogni volta era scortato dai caccia degli alleati, che volavano rasoterra e facevano paura solo per il rumore e la corrente. Le manovre in pista venivano fatte a mano, le persone erano obbligate a spingere: le eliche sollevavano il pietrisco, lui aveva i pantaloni corti e le sue gambe erano sempre piene di ferite». Oggi Lorenzo fa il viticoltore: la pista nel campo di famiglia è l’eredità storica, la testimonianza da tramandare e l’orgoglio della sua cantina: l’Excelsior, Lorenzo lo celebra nelle etichette.

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Il primo atterraggio britannico

L’aeroporto fu un’idea del maggiore Neville Darewski, nome in codice Temple. Il regime fascista era già crollato, l’Italia meridionale era in parte sotto il controllo degli angloamericani, ma intere divisioni tedesche erano affluite nella penisola e avevano occupato il Paese con retate e scontri armati: dovunque formazioni partigiane incitavano gli italiani alla resistenza. La chiamata alle armi di Mussolini per la Repubblica di Salò non ebbe troppo successo e molti ex ufficiali dell’esercito e militanti politici antifascisti presero la guida di gruppi spontanei per la liberazione.

L’estate del 1944 fece credere a molti che la guerra potesse finire prima dell’inverno. Le Langhe furono teatro vivo di quel fervore: gli alleati compresero che la collaborazione militare dei partigiani era fondamentale e infiltrarono ufficiali per attivare contatti con gli autonomi o badogliani, a favore dei quali fecero lanci di armi e forniture.

Darewski era uno di quegli ufficiali. Propose di costruire una pista di atterraggio per piccoli aerei e, insieme al famoso Poli, il comandante della Seconda Divisione Langhe Piero Balbo, individuò il campo dei Cavallero a Vesime. Temple non vide mai il frutto di quel proposito: morì in un banale incidente a Cortemilia prima che fosse realizzato. Ma la forza dell’idea fu vincente: il 17 novembre all’Excelsior atterrò un Lysander e poi fu la volta di un B-25 Mitchell.

I tedeschi fecero arare il campo per mettere la pista fuori uso, ma in primavera l’aeroporto fu ripristinato e ricominciò a funzionare. Fotografarono le operazioni due sergenti inglesi: le immagini sono conservate all’Imperial war museum di Londra. Fu «uno dei più audaci progetti nella storia della Seconda guerra mondiale», disse Bill Pickering, agente scelto britannico.

Il Museo e le “camminate resistenti”

Il Museo inaugurato in municipio a Vesime interpreta quella pagina epica e ne racconta la storia. È il risultato di un lavoro in collaborazione fra il Comune, l’Istituto storico della Resistenza di Asti (ISRAT) e l’ANPI valle Bormida. Un’installazione in chiave contemporanea, che parla il linguaggio multimediale e incontra il pubblico eterogeneo di oggi: i bambini e i ragazzi delle scuole, i turisti – molti stranieri – in cerca di luoghi intimi rispetto ai grandi flussi. In primavera il progetto troverà nuova collocazione in una struttura dedicata. Intanto, il territorio rimane il testimone silenzioso di quei tempi.

Il campo di aviazione è ritornato a essere un campo, ma il panorama non è cambiato molto e consente di immaginarne l’antica destinazione. Il ponte di Perletto ricorda l’eccidio del 1945 con il cippo ai caduti nell’imboscata. A Cortemilia, poco lontano, una lapide sul muro del vecchio Ospedale civile santo spirito richiama il sacrificio di Temple in queste colline. Innumerevoli memorie e itinerari da scoprire.

«I percorsi di trekking naturalistici e culturali che organizziamo in questa zona e in tutto il territorio provinciale sono le nostre “camminate resistenti”», ha detto a L’Unica il presidente dell’ANPI di Asti, Marco Renosio. «Promuoviamo i luoghi e diffondiamo la loro storia, fatta anche di molti cippi, in parte abbandonati, che ricordano la morte, fucilazioni ed esecuzioni sommarie di giovani partigiani. A partire da Giuseppe Penna, fucilato sulla piazza del Municipio di Vesime in quell’inverno 1944-1945».

La valle Bormida è terra di duplice resistenza: il secolo scorso, le lotte corali della popolazione contro l’inquinamento chimico dell’ACNA di Cengio furono definite il primo caso dell’ambientalismo italiano. «Oggi essere partigiani significa educare alla cittadinanza attiva: l’Excelsior è a suo modo un’eccezione nel panorama museale piemontese riferito a quel periodo, perché non ricorda un evento tragico ma una resistenza “agìta”. La costruzione di qualcosa di unico, essere protagonisti e non solo vittime. Una progettualità per il futuro, che faceva credere al progetto folle di un aeroporto in territorio occupato, in piena guerra, in un luogo in cui la stragrande maggioranza degli abitanti non aveva mai visto un aereo».

Immagine storica degli anni 1944-1945 – Foto: Bianco

Lo stupore dei nazifascisti

Che l’aeroporto di Vesime fosse il frutto di un’operazione straordinaria lo testimoniano i documenti dell’epoca. «Tedeschi e fascisti lo consideravano una cosa fuori dal normale», ha spiegato a L’Unica Nicoletta Fasano, direttrice dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti, che ha curato l’allestimento del museo. «Una relazione fascista scrive: “Si dice che atterrino duecento aerei” e “ci sono duemila partigiani nella zona”. Una evidente esagerazione: la realizzazione così straordinaria dell’opera si è portata dietro il mito. Inoltre, c’era la volontà di sovra-dimensionare il fenomeno per giustificare l’incapacità del controllo del territorio».

Nel novembre del ‘44, quando entrò in funzione la pista di atterraggio, le forze del regime avviarono un enorme rastrellamento in tutto il basso Piemonte. «Una relazione tedesca scrisse che erano stati impiegati gli uomini migliori e le truppe più specializzate nelle azioni anti-guerriglia, ma che pensavano di non essere riusciti ad azzerare il movimento partigiano locale». I lanci di messaggi cifrati e armi da montare, ricetrasmittenti, munizioni e sigarette continuarono. All’Excelsior furono paracadutati ufficiali di alto livello, che gestirono le strategie di collaborazione con le formazioni di Mauri e Poli nella prospettiva della liberazione dell’intera alta Italia. Le ragazze, con la seta dei paracadute, cucivano biancheria intima e abiti da sposa.

Un passato che rimane

Con un’eredità così impegnativa bisogna anche fare i conti. Non ci si può sorprendere che la memoria di quegli eventi abbia lasciato sul campo divisioni e contraddizioni. C’è ancora chi rimprovera ai partigiani di avere esposto la popolazione civile ai pericoli delle rappresaglie, senza riuscire a difenderla.

«Probabilmente non si legge più quello che Nuto Revelli ha scritto sulla guerra nelle Langhe. È stata una regione annientata, negli ideali e nel patrimonio di almeno due generazioni», ha detto a L’Unica Marco Garino, il sindaco di Vesime. Secondo Garino un progetto come il museo dell’aeroporto partigiano è cruciale per la conoscenza: «È la nostra storia ed è di tutti, anche se le ferite sono così profonde che si fanno ancora sentire. Nelle commemorazioni abbiamo invitato i rappresentanti di ogni estrazione politica: paracadutisti della Folgore, Alpini, organizzazioni militari internazionali. Gli autonomi erano ufficiali monarchici, le brigate garibaldine con gli operai di fabbrica sono stati onorati con la medaglia d’oro a Bruno Lichene, che è morto da ragazzo su questa collina per colpi di mortaio. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ai crimini commessi da una parte e dall’altra: la Repubblica è sana se riconosce anche le sue brutture. Ci deve servire oggi, perché siamo di nuovo tornati alle fazioni tra bianco e nero».

I giovani di Vesime

Alcuni ragazzi del paese lavorano come guide volontarie al Museo Excelsior, in estate. Riccardo Polo, diciassette anni, che ha già iniziato fra luglio e settembre, questa storia così speciale dell’aeroporto partigiano a due passi da casa la sente molto vicina. «È successo nelle nostre terre e me l’hanno sempre raccontato i miei nonni. Inoltre è legato alla storia e alla cultura che si rischia di dimenticare, perché si radica nel piccolo e non si studia a scuola», ha detto a L’Unica. «Ne avevo sentito parlare in maniera generica, ma non ci ero mai stato. Ho capito che è una responsabilità spiegare alla gente, magari in inglese, ciò che è successo in realtà, senza inventarsi dettagli: bisogna essere preparati e impegnarsi».

Quale messaggio arriva da un episodio glorioso del passato a un ragazzo di oggi? «È importante trarre consapevolezza: non è un capitolo chiuso, perché le guerre ci sono ancora e le persone, anche se hanno stili di vita diversi, si trovano a dover prendere le decisioni. I contadini e i partigiani si ribellarono perché volevano libertà e giustizia: fecero sacrifici nonostante le difficoltà, il rischio, la fame». Secondo Riccardo Polo, conoscere quello che è successo aiuta ad avere una visione completa, evitando estremismi e distorsioni della realtà. «I valori e le cattiverie c’erano già una volta, le persone prendevano decisioni sbagliate che incidevano sulle vite degli altri: ma la ricerca di libertà e felicità dei nostri conterranei, il loro stile di vita molto più sobrio del nostro, possono farci riflettere. Io sono interessato allo sport, alle uscite e ai divertimenti come gli altri della mia età, ma voglio essere consapevole per tutte le decisioni che dovrò prendere. Posso vivere in modo diverso a seconda di come ragiono, come valorizzo quello che faccio, come rispetto le persone e l’ambiente, portando dentro i valori dei miei nonni e del loro tempo. Evitando di alimentare odio e di essere superficiale».

E forse questa è la lezione più grande che arriva da quel campo che per qualche mese – negli anni più difficili della nostra storia recente – si era trasformato in un piccolo aeroporto di guerra.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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