La Stampa tra rabbia e delusione, cronache da un giornale in vendita
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Cara lettrice, caro lettore,
L’Unica è presente in diverse province del Piemonte e, tra queste, c'è anche Cuneo. Proprio lì oggi alle ore 18 L’Unica organizza un evento dal vivo. Ti va di incontrarci? Il programma prevede letture tratte dalle newsletter, dialogo con gli ospiti e un rinfresco.
Sul palco ci saranno Guido Tiberga (coordinatore editoriale L’Unica), Gimmi Basilotta (presidente Dispari teatro) e Mariano Laguzzi (presidente 1000miglia). Non mancare!
📍 Open Baladin Cuneo, piazza Foro Boario
🎟️ Ingresso gratuito – i posti sono limitati!
«L’idea che ci abbiano messo in vendita in un modo così brutale crea sconcerto anche negli altri giornali». Niccolò Zancan è uno dei pochi inviati rimasti nell’organico de La Stampa: lavora sui grandi fatti di cronaca non soltanto in Italia e forse più di tutti ha l’occasione di confrontarsi con i colleghi di altre testate. Il tema è la cessione del quotidiano, prima data per sicura al gruppo veneto NEM (Nord Est Multimedia), poi per altrettanto sicura al gruppo toscano SAE (Sapere Aude Editori), poi finita in un’incertezza defatigante dove di sicuro non è rimasto quasi nulla.
«Abbiamo sempre vissuto nel mito del giornale dell’Avvocato Agnelli –racconta Zancan a L’Unica – il gioiello che rientrava nell’ambito degli affetti più che in quello degli affari: quello che non sarebbe mai stato venduto. Lo pensavano gli altri e in fondo lo pensavamo anche noi. E invece, quando è arrivata un’offerta miliardaria per la Juventus, abbiamo visto il nipote dell’Avvocato, il nostro editore, dire in un video che “la storia e i valori” non erano in vendita. Però parlava della Juve, non de La Stampa, come se nella storia della sua famiglia ci fosse solo il calcio».
Era il 13 dicembre 2025. La sera prima Tether investment, colosso delle criptovalute guidato da Paolo Ardoino, già presente nel capitale della Juventus con l’11,5 per cento delle azioni, aveva presentato un’offerta da un miliardo di euro per il 65,5 per cento detenuto da EXOR, la holding controllata dalla famiglia Agnelli. La risposta era stata immediata, a suo modo romantica: un video pubblicato sui canali social del club sembrava rientrare – quello sì – “nell’ambito degli affetti più che in quello degli affari”.
«La Juve fa parte della mia famiglia da 102 anni – ha detto Elkann, in tuta bianca con la scritta Juventus sul petto – “Fa parte” nel vero senso della parola: nel corso di un secolo quattro generazioni l’hanno ingrandita, resa forte, accudita nei momenti difficili e festeggiata nei tanti momenti felici». Una dichiarazione d’amore neppure troppo apprezzata, stando alle successive dichiarazioni di Marco Tardelli, bandiera della squadra negli anni Ottanta: «Cosa manca oggi rispetto ad allora? Uno che ami la Juventus: l’Avvocato non usava la Juve come business, ma perché gli piaceva stare lì, gli piaceva stare con i giocatori».
All’Avvocato, per inciso, piaceva anche stare con i giornalisti: le telefonate all’alba alle grandi firme sono rimaste nella mitologia del giornale, come pure le visite a sorpresa alla redazione romana, al quarto piano di via Barberini, a due passi da una via Veneto dimenticata dalla Dolce Vita. D’altra parte, se la Juve «fa parte» della famiglia da centodue anni, il rapporto con La Stampa è di poco più giovane: Giovanni Agnelli senior, nominato senatore nei primissimi anni del fascismo, aveva acquistato il giornale dal fondatore Alfredo Frassati malvisto dal regime. Era l’ottobre del 1926: tra pochi mesi gli anni sarebbero stati cento.
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La famiglia, il calcio, il giornale
Le date, in questa storia, hanno un peso rilevante. Il video di Elkann sulla Juventus è di sabato 13 dicembre. Mercoledì 10 – appena tre giorni prima – il comitato di redazione de La Stampa (il CDR, la rappresentanza sindacale interna dei giornalisti) era stato ricevuto dai vertici aziendali di GEDI, il gruppo editoriale che pubblica il quotidiano torinese e la Repubblica. Altre richieste di incontro nelle settimane precedenti, quando le voci sulla vendita si erano fatte sempre più fitte, erano state respinte dall’azienda, tanto da provocare una protesta ufficiale dell’Associazione stampa subalpina, il sindacato unitario dei giornalisti piemontesi.
La sintesi di quel colloquio è in un comunicato sindacale pubblicato il giorno successivo: «Con nostro grande sconcerto nel corso dell’incontro è stato confermato che tutte le attività editoriali che fanno capo a EXOR tramite GEDI sono in vendita. È in corso da tempo una trattativa con il gruppo greco AntennaUno e in parallelo si sta cercando un compratore per La Stampa a fronte del dichiarato disinteresse degli investitori greci per la nostra testata».
Come dire: vi venderemo, ma non sappiamo ancora a chi perché nessuno vi vuole. Non proprio il massimo da sentire in un vertice convocato dalla proprietà: «Hanno voluto umiliarci di proposito – commenta con L’Unica Nadia Ferrigo, eletta nel CDR nell’ottobre scorso e chiamata con i colleghi Giovanna Favro, Stefano Scarpa, Paolo Baroni e Stefano Sergi ad affrontare la tempesta più grave nella storia del giornale – Non hanno neppure fatto la fatica di inventarsi una scusa per spiegare il diverso destino de La Stampa rispetto a la Repubblica». Eppure, nei mesi precedenti, il rispetto della verità non era stato propriamente un mantra per i manager di GEDI e per lo stesso editore. I primi hanno a lungo smentito le voci sull’esistenza stessa delle trattative per la vendita del gruppo, il secondo ci aveva addirittura messo la faccia in prima persona.
L’editore in redazione
Per capire occorre un flashback di un paio di settimane: venerdì 28 novembre un gruppo di autonomi era entrato nella redazione di via Lugaro, a Torino, deserta per lo sciopero generale: slogan sui muri, carte rovesciate, nessun danno grave ma una concreta sensazione di pericolo. Domenica 29 novembre – attenzione: undici giorni prima dell’annuncio ufficiale della vendita – John Elkann si era presentato nel salone dove la scritta Fuck Stampa era ancora ben visibile su una colonna. «L’attacco che questa redazione ha subìto è stato brutale e vile – aveva detto – un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza. Come GEDI, insieme a tutta La Stampa, respingeremo ogni atto di violenza e continueremo a informare i lettori senza farci intimidire da nulla e da nessuno».
Insieme. Respingeremo. Continueremo. L’uso insistito del “noi” sembrava aver aperto nuove prospettive. «Non può venderci dopo quello che ha detto», commentava un quadro del giornale, convocato in redazione in una domenica in cui non era di turno, nel timore che ad ascoltare l’editore i colleghi fossero troppo pochi. E invece, neppure due settimane dopo, l’annuncio: vendiamo tutto, arrivederci e grazie. «Siamo consapevoli che il mondo è cambiato – dice Zancan a L’Unica – Uno può vendere un giornale, può smantellare un gruppo automobilistico fondato da un suo avo nel 1899, può fare tutto. Ma conservando sempre il rispetto. Quel rispetto che per noi non c’è stato».
Delusione e rabbia
Volendo scegliere un solo termine per definire lo stato d’animo dominante nella redazione e negli uffici de La Stampa, “delusione” sembrerebbe la parola più adatta. Ma i sentimenti sembrano essere in evoluzione. Il CDR, nel comunicato di solidarietà con i colleghi de la Repubblica scesi in sciopero il 10 febbraio scorso, ha parlato per la prima volta di “rabbia”: «L’ostinato silenzio della proprietà EXOR di fronte alle legittime richieste delle rappresentanze sindacali non è solo grave, è inaccettabile, e alimenta una preoccupazione che giorno dopo giorno diventa rabbia e determinazione».
Il clima si è scaldato anche nelle ultime assemblee. Eppure, la reazione dei giornalisti de La Stampa verso la proprietà, finora, è apparsa più morbida rispetto a quella dei colleghi romani. Nei comunicati pubblicati sul giornale, il CDR de la Repubblica ha parlato di «strapotere di pochi» e fatto allusioni a chi «ha ereditato patrimoni» e crede «nella legge del più forte e del più furbo». In occasione delle celebrazioni per i cinquant’anni dalla fondazione, la presenza di John Elkann all’inaugurazione è stata definita «un vergognoso schiaffo al giornale, alle lavoratrici e ai lavoratori» e l’editore è stato contestato con cartelli e striscioni dai toni espliciti: «Repubblica siamo noi», «Elkann non è la tua festa».
Ferrigo la spiega così: «Loro hanno una storia diversa, che li porta a seguire strategie differenti. Noi facciamo la nostra parte: abbiamo chiesto che nella trattativa sia inserita una clausola che garantisca i posti di lavoro, ma non abbiamo avuto risposta. Abbiamo chiesto di vedere i bilanci degli ultimi anni, preteso che la concessionaria della pubblicità ci spiegasse perché gli spazi venduti su la Repubblica sono in aumento e i nostri no. Non faremo sconti, ma non possiamo impedire che l’editore venda una sua proprietà, né scegliere noi a chi deve vendere».
«La Repubblica – continua – ha una struttura di comunicazione più agguerrita, e anche una redazione più compatta. Noi siamo un giornale diviso, dove coesistono idee diverse. Ma forse dovremmo renderci conto che la via per andare avanti non è continuare a perdere un sacco di soldi e trovare un milionario che ce li metta. Dobbiamo pretendere che le nostre risorse professionali siano sfruttate al meglio, in un mondo che non è più quello di un tempo».
Entra in gioco anche un modo diverso di vedere la professione. «La retorica del giornalista che esce dalla redazione a mezzanotte e va in un locale a bersi una birra è finita – dice ancora Ferrigo – Sono cambiati i compiti e gli orari: le nuove generazioni hanno una grande consapevolezza di che cos’è la vita e di che cos’è il lavoro. I turni di notte sono un peso, dover rifare una pagina alle dieci di sera per cambiare un box, dopo ore di riunioni in cui si è definito ogni minimo particolare del giornale di carta, uccide psicologicamente. Finito l’impegno in redazione, che non è mai venuto meno, le madri vogliono fare le madri, i padri vogliono fare i padri, i padroni di cani vogliono fare i padroni di cani…».
Lo smart working, una conquista cui i giornalisti non vogliono rinunciare, ha per forza di cose minato la compattezza di quello che un tempo si chiamava “corpo redazionale”. Una conseguenza di cui gli editori, mai troppo inclini alle concessioni, non potevano che essere consapevoli. Zancan ha appena pubblicato per Einaudi un libro che si intitola L’ultimo operaio della Fiat. «Uno dei protagonisti mi ha raccontato di quando in fabbrica la pausa per la mensa è stata spostata da metà turno alla fine dell’orario – dice – Un modo per risparmiare, visto che molti preferivano tornare a casa, ma anche una strategia per evitare che i dipendenti parlassero tra loro. Nei giornali sta succedendo la stessa cosa: sta vincendo l’individualismo. Potevamo essere un film di Ken Loach, invece stiamo diventando un film sulla solitudine».
Navigare a vista
Il cahier de doléances è lungo e circostanziato. «Abbiamo visto la proprietà cambiare idee e strategie continuamente – continua Ferrigo – In redazione c’è uno studio televisivo praticamente inutilizzato; la webcar, la macchina attrezzata per i collegamenti dal territorio, è abbandonata in qualche magazzino; le visite dei lettori non si fanno più; il museo del giornale è stato chiuso, come pure l’ufficio abbonamenti; il management è assente: da sei mesi dobbiamo rifare il sito e nessuno decide nulla; l’archivio storico digitale è fermo al 2005. Troppe cose deprimenti che alla fine ci hanno fatto disamorare. Ci hanno demolito l’entusiasmo».
Una disillusione diffusa di cui il nuovo editore non potrà non tener conto perché – nonostante tutto – i giornali non possono prescindere dalla passione dei giornalisti. Resta sul tavolo la domanda delle domande: quando arriverà il nuovo editore? Non soltanto la risposta non c’è, ma anche le ipotesi si fanno sempre più complicate. Il passaggio al Gruppo SAE, che qualche testata locale dava per imminente, avanzando persino il nome di Ferruccio De Bortoli come direttore, sembra pesantemente rallentato dopo l’esplicito no delle fondazioni bancarie torinesi a una partnership che molte fonti davano per acquisita. Preoccupa anche il silenzio di Elkann dopo il 31 gennaio, data in cui sono scaduti i termini della trattativa esclusiva con Antenna Group, il colosso greco disposto ad acquisire GEDI ma non La Stampa. «La società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui», ha scritto il CDR de la Repubblica nel comunicato che annunciava lo sciopero del 10 febbraio.
Nella ridda delle voci più o meno incontrollate, nei corridoi di via Lugaro si fa largo un nuovo dubbio: ma se naufragasse la trattativa con i greci, Elkann cercherebbe un altro compratore per tutto il gruppo o si accontenterebbe di cedere noi? «Noi che lavoriamo a La Stampa da molti anni quasi non riusciamo a capacitarci che voglia davvero venderci – dice a L’Unica Silvia Garbarino, segretaria dell’Associazione stampa subalpina – Ma allo stato attuale delle cose la due diligence [il processo di analisi che precede la vendita, ndr] con il Gruppo SAE è attiva e va avanti. Nei giorni scorsi ho incontrato i leader piemontesi dei sindacati confederali: insieme chiederemo un vertice con il presidente della Regione Alberto Cirio. La politica deve fare la sua parte: quando acquisisce una testata, SAE tiene per sé il 51 per cento, cedendo il resto a una cordata di imprenditori non sempre locali. Cirio deve convincere le imprese piemontesi a entrare in gioco per mantenere qui le radici del giornale. È interesse di tutti, anche suo». Ora, che l’erede dell’Avvocato Agnelli venda La Stampa e si ritrovi editore della sola Repubblica è un’idea che fa a pugni con la storia e forse anche con la logica. Ma logica e storia non sembrano essere i motori principali di questa vicenda.
Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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