Le mele del Cuneese intrappolate dalla guerra

Dieci milioni di frutti nei container bloccati nello stretto di Hormuz. L’allarme: presto mancheranno anche i fertilizzanti

Le mele del Cuneese intrappolate dalla guerra
Foto: Unsplash

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In un mondo globalizzato dove le bombe non si limitano a devastare città e a cancellare vite umane, ma colpiscono le radici stesse dell’economia mondiale, le mele della provincia di Cuneo, simbolo di eccellenza agricola italiana, si trovano intrappolate in un incubo logistico senza precedenti.

Il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz trasformato in zona di guerra ad alto rischio, ha paralizzato le rotte marittime cruciali per l’export di prodotti freschi. Navi cargo cariche di container refrigerati, partite dai porti liguri con destinazione Golfo Persico, rimangono bloccate in alto mare e migliaia di tonnellate di frutta rischiano di marcire nei magazzini mobili, mentre i produttori piemontesi, pur con il conflitto scoppiato da poco tempo, già calcolano perdite economiche pesanti e temono un futuro incerto. È l’ennesima prova che dimostra quanto le catene di approvvigionamento globali siano così fragili e interconnesse che un’escalation geopolitica lontana migliaia di chilometri può far tremare un intero settore agricolo radicato nel suolo piemontese.

Duemila tonnellate bloccate nello stretto di Hormuz

«Ci sono cento container bloccati con 200 quintali di mele ciascuno, in totale duemila tonnellate. Sono circa dieci milioni di mele che non possono arrivare a destinazione», ha detto a L’Unica Domenico Sacchetto, presidente di Asprofrut, organizzazione di produttori ortofrutticoli di Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e Lazio. Sacchetto è tra i più informati sulla situazione dei container considerato che alcune delle mele in attesa nello Stretto di Hormuz provengono dalla sua azienda di Lagnasco.

Lo stretto di Hormuz – Foto: Google Maps

«Ho saputo che negli ultimi giorni qualche nave è riuscita ad arrivare a destinazione, la situazione però resta caotica e pericolosa. Ma posso dire di essere molto più preoccupato del futuro che del presente. Fertilizzanti e prodotti fitosanitari cruciali per la produzione dipendono dalla stessa rotta oggi paralizzata: i rifornimenti scarseggiano e quelli che arrivano hanno prezzi alle stelle», ha aggiunto Sacchetto. «È a rischio la prossima produzione perché dovremmo iniziare adesso a fare dei trattamenti con prodotti che non sono più disponibili, ma qui c’è in gioco il futuro stesso della frutticoltura. Senza fitosanitari e fertilizzanti produrremo di meno e senza un mercato come quello dei Paesi del Golfo ci sarà un surplus di offerta sui mercati europei che ci obbligherà ad abbassare i prezzi. Il tutto con un aumento dei costi di produzione intorno al 50 per cento».

La provincia di Cuneo rappresenta uno dei distretti più importanti d’Italia e d’Europa per la coltivazione delle mele. Qui, su superfici che sfiorano i seimila ettari di meleti, secondo l’analisi di Coldiretti, nel 2025 si sono prodotte in Piemonte circa 230 mila tonnellate di mele di alta qualità (l’86 per cento in provincia di Cuneo) anche se in calo del 15 per cento rispetto agli anni precedenti a causa di fattori climatici. Di questa produzione, una quota significativa – tra il 40 e il 50 per cento – è destinata all’export, rendendo il comparto vitale per l’economia locale, per le cooperative e per migliaia di famiglie che vivono di frutticoltura.

Tra le varietà iconiche spiccano la Mela rossa Cuneo IGP, croccante, succosa e dal sapore equilibrato, e soprattutto l’Ambrosia: una mela premium dal colore dorato-rosato, polpa compatta e aroma dolce-aromatico con bassa acidità, con sapore di miele e fiori. L’Ambrosia è diventata una vera ambasciatrice del Made in Italy di alta gamma, particolarmente apprezzata nei mercati ricchi del Medio Oriente, dove la clientela esigente – dai supermercati di lusso ai ristoranti esclusivi di Dubai, Abu Dhabi e Riad – la richiede fresca e impeccabile. Per questo motivo, una parte delle spedizioni avviene addirittura per via aerea, pur con costi economici e ambientali elevati, per garantire tempi di consegna rapidi e mantenere intatta la qualità.

Mercati paralizzati

Ma oggi quelle rotte sono diventate impraticabili. Con lo Stretto di Hormuz dichiarato zona di guerra e di fatto evitato dal traffico commerciale regolare, le navi container dirette ai porti del Golfo Persico (Dubai, Abu Dhabi, Doha, Dammam) rimangono bloccate in attesa fuori dallo stretto o vedono le tratte sospese dalle compagnie di navigazione. Questo paralizza i flussi verso mercati strategici, con container refrigerati fermi per settimane, rischio di marciumi per le mele nonostante refrigerazione e atmosfera controllata. Per l’Ambrosia, già sensibile al fattore tempo, la situazione è ancora più critica: i costi aerei per chilogrammo sono esplosi a causa del caro-carburante, delle tariffe assicurative maggiorate e della ridotta disponibilità di voli cargo sugli hub del Golfo (Dubai e Doha in primis), con capacità ridotta fino al 40 per cento per le restrizioni aeree. Ordini già confermati vengono disdetti uno dopo l’altro, navi rimangono ferme in attesa di istruzioni, e il flusso verso quei mercati strategici si è drasticamente interrotto.

«Gli analisti parlano di una situazione che potrebbe durare settimane, forse mesi», ha detto Giovanni Gullino, referente per Cia agricoltori italiani Cuneo e tra i maggiori esportatori del territorio. «Se si riuscissero a ripristinare gradualmente le rotte entro un mese, il sistema potrebbe ancora assorbire il colpo. Ma se il blocco dovesse prolungarsi più a lungo, per gli esportatori frutticoli cuneesi e piemontesi le conseguenze potrebbero diventare davvero drammatiche», ha aggiunto Gullino. «Le mele, che rappresentano la parte più consistente dell’export del nostro territorio verso i mercati del Medio Oriente e dell’Asia, stanno evitando quella rotta. Molte spedizioni vengono dirottate circumnavigando l’Africa. Ma allungare il viaggio di quasi venti giorni per raggiungere destinazioni come Emirati Arabi o India può essere devastante per un prodotto deperibile come la frutta».

Le mele di Cuneo, nate dalla cura meticolosa di generazioni di frutticoltori, sono oggi ostaggi involontari di un conflitto lontano. Un dramma economico che va oltre le cifre minacciando non solo i bilanci delle aziende, ma il futuro di un territorio che ha investito in innovazione, sostenibilità e qualità per conquistare i mercati mondiali più esclusivi.

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Le possibili ripercussioni future

Il blocco dello Stretto di Hormuz non minaccia solo le esportazioni ma la produzione futura delle mele e di gran parte dell’agricoltura italiana, perché sta paralizzando anche le navi che trasportano fertilizzanti essenziali. Secondo analisi recenti di KPLER, la piattaforma che fornisce informazioni sui flussi delle materie prime, circa il 33 per cento del commercio globale di fertilizzanti transita proprio da lì, mentre dal Golfo Persico passa il 31 per cento dell’urea, il 44 per cento dello zolfo, il 18 per cento dell’ammoniaca e il 15 per cento dei fosfati. Coldiretti avverte che «se consideriamo che un’altra quota significativa proviene da Russia e Bielorussia, siamo in serio pericolo di rimanere senza uno strumento fondamentale per l’attività agricola. Senza fertilizzanti non si produce». Confagricoltura segnala rincari già oltre il 30-40 per cento su gasolio agricolo e concimi, con effetti a catena su rese e costi di produzione.

Per il comparto melicolo cuneese, dipendente da input azotati e fosfatici per mantenere rese elevate e qualità premium, una scarsità prolungata o prezzi insostenibili – l’urea che è una sostanza essenziale per la resa del melo ha già subìto un aumento superiore al 40 per cento – potrebbe compromettere non solo la campagna attuale, ma le prossime stagioni. Senza accesso stabile ai fertilizzanti dal Golfo, che rappresentano una quota cruciale del commercio globale, e con mercati chiave irraggiungibili, per l’intero comparto melicolo della provincia di Cuneo si prevedono rese in calo, costi di produzione insostenibili, surplus invendibile in Europa e un’erosione progressiva della competitività. Le mele delle Langhe e del Saluzzese, simbolo conquistato con decenni di lavoro e innovazione, rischiano ora di diventare l’emblema della vulnerabilità del settore agricolo, profondamente radicato nel suolo locale, ma il cui futuro è ostaggio di tensioni geopolitiche che sembrano non avere fine.

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