Sanità: stesso lavoro, contratti diversi
Lega contro Fratelli d’Italia: il caso della società AMOS rivela tensioni nella maggioranza in Regione
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Chi decide come si assumono gli operatori nella sanità piemontese? E con quali contratti? È attorno a queste domande che si è aperto un confronto che intreccia società partecipate, nomine ai vertici e gestione del personale. Al centro della vicenda c’è AMOS, società consortile pubblica che negli ultimi mesi è stata criticata per le condizioni contrattuali applicate a parte dei lavoratori e che oggi approda anche all’ospedale di Mondovì.
A complicare il quadro, il tentativo finora bloccato di far entrare nella compagine societaria di AMOS “Azienda zero”, l’ente creato nel 2021 con l’intento di «rendere più efficiente il sistema sanitario del Piemonte»: un passaggio che avrebbe consentito a quest’ultima di operare su tutto il territorio regionale ricevendo affidamenti diretti e rendendo più snello il ricorso a contratti di diritto privato in luogo di quelli pubblici. Ma andiamo con ordine.
Che cos’ è AMOS?
AMOS è una società consortile a totale partecipazione pubblica, con un fatturato di 70 milioni di euro e 1.800 dipendenti, che fornisce servizi tecnico-amministrativi e di supporto alle aziende sanitarie. È una società in-house quindi ha un capitale totalmente pubblico e svolge la sua attività per l’80 per cento rivolta ai suoi soci, che sono l’ASO di Cuneo, l’ASL CN1, l’ASL di Asti, l’Azienda ospedaliera sanitaria universitaria di Alessandria e ASL CN 2.
Pur operando nel perimetro pubblico, la società applica in diversi casi contratti di diritto privato, un aspetto che negli ultimi anni ha sollevato critiche da parte di lavoratori, sindacati e di una parte del mondo politico. Ad aiutare a ricostruire il quadro per L’Unica è Giulia Marro, consigliera regionale nelle file di Alleanza Verdi-Sinistra, che da mesi segue il dossier e ha chiesto audizioni in Commissione Sanità.
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L’accusa: “dumping” contrattuale
Uno dei fronti principali riguarda il personale del numero unico di emergenza 112. In Piemonte le centrali operative sono due, a Saluzzo e a Grugliasco, e proprio tra queste due sedi emergono differenze rilevanti nei contratti applicati. «Le persone che lavorano a Saluzzo, assunte da AMOS, hanno un contratto multiservizi, simile a quello delle pulizie, pur svolgendo un lavoro delicatissimo, perché sono le prime a rispondere a chi chiama in emergenza», ha spiegato Marro. «In un’audizione in Regione è stato confermato che a Saluzzo si guadagna circa il 30-35 per cento in meno rispetto a chi svolge lo stesso lavoro a Grugliasco con un altro contratto pubblico».
Secondo la consigliera, si tratta di una situazione che configura «una forma di dumping contrattuale», a cui si aggiungono altri elementi critici segnalati dai lavoratori, tra cui un turnover elevato e condizioni organizzative giudicate difficili. Non si tratta di una differenza marginale, ma di una disparità strutturale che, a parità di mansioni e responsabilità, crea lavoratrici e lavoratori di serie diversa all’interno dello stesso servizio pubblico. «La dottoressa Mariateresa Buttigliengo, direttrice di AMOS – ha detto ancora Marro – ha spiegato che questa differenza si assottiglia grazie agli accordi di secondo livello che riconoscono premialità aggiuntive alle e ai dipendenti. Ma non ha saputo quantificare correttamente quanto resta questo gap, venendo subito dopo smentita dagli interventi dei sindacati».
Problemi analoghi, sostiene Marro, riguardano anche altri servizi affidati alla società, come alcuni sportelli amministrativi. «Sono contratti che non danno sicurezza e che non sono adeguati alle responsabilità che queste persone hanno», ha affermato. «Ci è anche stato riferito che lavoratrici e lavoratori hanno scelto, tramite una “votazione informale”, di vedere applicato il contratto multiservizi perché prevedeva una “maggiore flessibilità per gli impegni personali”. Questa ricostruzione non ci ha convinto: non solo perché è smentita direttamente dagli interessati e dai sindacati, ma perché presuppone che persone correttamente informate accettino consapevolmente una penalizzazione salariale rilevante per una presunta flessibilità che poteva essere garantita anche con strumenti contrattuali diversi e più tutelanti».
La conferma dei lavoratori
A raccontare che cosa significa lavorare nella centrale di Saluzzo è un operatore del NUE 112, che chiede di restare anonimo perché ancora dipendente della società. «Sono un operatore del 112 di Saluzzo e sono assunto da AMOS con il contratto multiservizi – ha detto a L’Unica –. Riceviamo circa tremila chiamate al giorno. Ogni operatore prende tra le cento e le duecento chiamate a turno. È un bombardamento continuo per otto ore».
Secondo il dipendente, nella centrale di Grugliasco – dove il servizio è gestito da “Azienda zero” – il lavoro è inquadrato come “tecnico-sanitario”. Dunque, un inquadramento diverso è possibile. «Siamo nella stessa regione e facciamo lo stesso lavoro. A Grugliasco il contratto adeguato esiste ed è applicato. A Saluzzo no, perché il servizio è affidato ad AMOS, che applica il multiservizi per tutto ciò che non considera “sanitario” in senso stretto».
Per spiegare l’elevato turnover, la direttrice di AMOS, Mariateresa Buttigliengo, durante un’audizione alla Commissione Sanità della Regione, ha ricondotto il fenomeno anche al carico emotivo che caratterizza il lavoro nelle centrali di emergenza, sostenendo che dopo sette anni possa essere fisiologico cambiare attività. Una lettura che l’operatore respinge: «Se si riconosce che è un lavoro usurante, allora bisogna intervenire sull’organizzazione», ha detto a L’Unica. «Rivedere turni, carichi e retribuzioni. Non limitarsi a dire che dopo sette anni è normale andarsene».
Sul tema dei turni, inoltre, il lavoratore contesta la ricostruzione secondo cui gli operatori avrebbero potuto scegliere liberamente l’organizzazione dell’orario. «È stato fatto un sondaggio via whatsapp in un periodo di carenza di personale: ci è stato chiesto se preferivamo fare turni da dodici ore oppure rinunciare alle ferie. Davanti a questa alternativa, molti hanno accettato i turni da dodici ore. Ma quando, usciti dal periodo di carenza, ho presentato una richiesta formale per adottare stabilmente quel tipo di turnazione mi è stata respinta. Non è una libera scelta: è una soluzione utilizzata solo nei momenti di emergenza».
L’Unica ha contattato AMOS per ottenere una replica sui punti sollevati. La società ha fatto sapere di non voler rilasciare interviste.
Il ruolo di Azienda zero
Il dibattito si inserisce anche nella discussione sull’eventuale ingresso di “Azienda zero” nella compagine societaria di AMOS, ipotesi che ha sollevato perplessità politiche e istituzionali.
“Azienda zero” è l’ente pubblico creato dalla Regione Piemonte per coordinare concorsi e assunzioni nella sanità e per programmare il fabbisogno di personale. «Dovrebbe occuparsi di capire dove c’è bisogno di personale e organizzare le assunzioni – ha osservato Giulia Marro –. Il rischio, invece, è che si finisca per bypassare questo ruolo e affidare sempre più servizi alla società. Infatti, questo passaggio consentirebbe ad AMOS di operare in modo ancora più esteso su tutto il territorio regionale, ricevendo affidamenti diretti per servizi oggi svolti dal sistema sanitario pubblico».
AMOS ha ricevuto lo scorso 24 gennaio 2025 una manifestazione di interesse da parte di “Azienda zero” all’acquisizione di una quota societaria. Il cda di AMOS ha dato riscontro positivo. Ma tutto si è fermato quando la Corte dei conti ha espresso un parere negativo sull’operazione, citando tra le criticità anche la questione dei contratti applicati e altri aspetti organizzativi. L’ingresso non è stato quindi formalizzato, ma il tema resta aperto. Secondo l’edizione torinese del Corriere della Sera, fonti interne e “ben informate” in Regione sostengono che l’operazione incontrerebbe anche la netta contrarietà del presidente Alberto Cirio.
La questione assume un rilievo ancora maggiore perché “Azienda zero” è da mesi al centro del confronto politico regionale, anche in relazione alle nomine ai vertici e all’indirizzo strategico dell’ente. In questo contesto sono emerse divergenze tra l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi e il presidente della Commissione Sanità Luigi Icardi, esponente della Lega e assessore nella precedente legislatura. Quest’ultimo in più occasioni ha sollevato dubbi sull’efficacia dell’ente nel garantire il reclutamento nel servizio sanitario pubblico, parlando senza mezzi termini di «pressapochismo non più giustificabile».
Non si tratta di un passaggio marginale. “Azienda zero” è infatti la struttura che, almeno nelle intenzioni del legislatore regionale, dovrebbe governare l’accesso al servizio sanitario, programmare i concorsi e orientare le politiche del personale. In altre parole, è uno dei centri in cui si decide come e con quali strumenti verranno coperti i posti negli ospedali e nei servizi territoriali.
La possibilità che “Azienda zero” rafforzi il ricorso a società partecipate come AMOS non è una scelta neutrale: da queste decisioni dipende quanto il sistema sanitario continui a puntare su assunzioni e gestione diretta del personale e quanto, invece, si orienti verso l’affidamento di servizi a società partecipate che, pur restando formalmente pubbliche, introducono logiche e contratti diversi da quelli del servizio sanitario.
Mondovì, il passaggio degli OSS ad AMOS
Un caso emblematico è quanto accaduto all’ospedale di Mondovì, nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Qui operava un’équipe di otto operatori socio-sanitari (OSS) assunti con contratto pubblico. Il reparto necessitava di un rafforzamento dell’organico, ma il percorso di assunzione non è stato portato a termine e il servizio è stato affidato ad AMOS.
«Avevano bisogno di altri OSS e non riuscivano a trovarli tramite concorso pubblico – ha detto ancora Marro –. La cosa grave è che gli OSS che già lavoravano lì sono stati spostati in altri servizi, perché non si può fare un mix tra personale pubblico e personale AMOS».
Secondo la consigliera, il caso di Mondovì rappresenta un precedente significativo. «È un segnale di quello che potrebbe succedere anche in altre città: il rischio è che si inizi a dire che i concorsi pubblici sono lunghi e complicati e che quindi conviene affidarsi ad AMOS, che può assumere più rapidamente».
Un modello in discussione
La vicenda di Mondovì e le criticità segnalate sul personale del 112 riportano al centro dell’attenzione una questione più ampia: quale spazio debbano avere le società partecipate nell’organizzazione della sanità pubblica e quali effetti producano, nel tempo, sull’assetto del lavoro e sulle condizioni contrattuali.
Per Marro, il nodo è proprio questo. «Se si apre questa strada, il rischio è che sempre più servizi vengano affidati a società come AMOS invece di rafforzare il servizio sanitario pubblico. E a quel punto il problema non riguarda più solo singoli casi, ma il modello complessivo».
Al di là delle posizioni politiche, il confronto tocca un equilibrio delicato: da un lato l’esigenza di garantire continuità e rapidità nei servizi, dall’altro la necessità di assicurare omogeneità di trattamento e programmazione di lungo periodo. È su questo terreno, più che sulle singole vicende, che si misurerà la direzione futura della sanità piemontese.
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