Dall’estero al Monferrato per far studiare i figli alla scuola immersa nella natura
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Il Monferrato è una meta che fa gola a tanti, soprattutto a coloro che la scelgono per restare: chi inseguendo un buon bicchiere, chi per il panorama, chi semplicemente per un po’ di tranquillità. Ma ci sono anche quelli che scelgono le colline alessandrine per un altro motivo ancora: investire in un modo diverso nell’istruzione dei propri figli.
Il motore di questo piccolo esodo da mezzo mondo è la “Village Forest School” di Montaldo di Cerrina, un piccolo borgo di un’ottantina di abitanti a venti chilometri da Casale. La scuola sta richiamando famiglie da lontano grazie a un’idea di futuro diversa e più lenta. Nata nel settembre 2020 da un progetto semplice – creare una scuola dove i bambini apprendessero in armonia con la natura – questa realtà si è rapidamente evoluta, trasformandosi in una comunità internazionale che intreccia pedagogia Waldorf, bilinguismo e apprendimento all’aria aperta.
Oggi la scuola ha sede in via Pezzere 6, a Montaldo, nell’ex edificio di una comunità riabilitativa, immersa tra le colline del Monferrato. Fu fondata da Fabrizio Iuli, Summer Wolff, Lucie e Ronan McCullough, guidati dal desiderio di creare un luogo speciale per i bambini. Summer Wolff, di origine inglese, racconta che l’idea nacque dalla volontà di un gruppo di mamme di proteggere i propri figli durante la pandemia, offrendo un’alternativa agli schermi e al cibo spazzatura. L’obiettivo era dare vita a uno spazio puro, senza sostanze chimiche e privo di campi elettromagnetici. Il percorso iniziò in una singola yurta – una sorta di abitazione mobile usata da alcune popolazioni mobili dell’Asia – nella fattoria di Fabrizio Iuli, affacciata sui vigneti. Oggi, la scuola accoglie bambini dai 4 ai 14 anni, contando ogni anno dai 45 ai 60 iscritti circa per tutte le fasce di età.
Che cos’è l’educazione Waldorf
L’educazione Waldorf, ispirata ai principi dell’antroposofia di Rudolf Steiner, è una pedagogia olistica che mira a educare testa, mani e cuore. L’approccio si fonda su una profonda comprensione delle fasi di sviluppo del bambino. Un elemento chiave è il rispetto del ritmo individuale: i bambini non sono spinti a leggere precocemente; la fase dell’immaginazione è considerata preziosa, e la lettura arriva generalmente verso la prima elementare, quando – secondo Steiner – la maturità emotiva e cognitiva lo consente. Secondo la filosofia Waldorf, costringere i bambini a compiti troppo strutturati prima dei sei-sette anni significa togliere loro lo spazio del “sognare”.
Nella scuola Waldorf, ciò che si apprende non è mai disgiunto dal fare e dal sentire. Le nozioni vengono integrate nell’esperienza quotidiana, spesso senza che il bambino se ne renda conto. I docenti, formati con percorsi specifici, prestano grande attenzione al benessere emotivo: se un bambino di cinque anni non è pronto per la primaria, resta all’asilo finché non lo è, perché il criterio non è l’età, ma la maturità.
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Si impara sperimentando
Alla “Village forest school” l’educazione dei bambini avviene vivendo e sperimentando. «Trascorrono buona parte della giornata all’aperto, esplorando boschi e giardini, sperimentano con le mani attraverso attività pratiche e artistiche, partecipano a progetti creativi e lavori di gruppo, e sviluppano competenze accademiche in un contesto esperienziale», ha spiegato a L’Unica la fondatrice Summer Wolff. Qui l’apprendimento non è solo sui libri: è un percorso che coinvolge testa, mani e cuore, dove ogni bambino cresce secondo i propri tempi, in armonia con la natura e con la comunità che lo circonda.
Anche la scelta della sede non è casuale: l’edificio, ristrutturato secondo i principi della bioedilizia naturale, ospita oggi la scuola su tre piani e include una cucina professionale e gli uffici. L’idea di apprendere nella natura è centrale: i bambini trascorrono tra un terzo e metà della giornata all’aperto, anche in caso di pioggia o neve.
La scuola, attualmente un’associazione di homeschooling, accoglie bambini dall’asilo fino alla scuola media. A fine anno, gli studenti sostengono gli esami di idoneità presso la scuola di Cerrina, mantenendo un legame attivo con la comunità locale.

Le radici di una scelta necessaria
L’impegno di Summer Wolff nella creazione della scuola affonda in un’esperienza personale molto profonda, legata al fratello e al sistema educativo tradizionale, che non era riuscito ad accoglierlo.
«Io a scuola andavo benissimo, avevo paura di prendere voti bassi e quindi studiavo tantissimo – ha raccontato Wolff –. Per mio fratello, invece, la scuola era un incubo. L’ho perso, e ho questa convinzione che, se avesse potuto frequentare un altro tipo di scuola, forse oggi sarebbe ancora con noi. Quando è arrivato il momento di fondare la “Village forest school”, pensavo sempre a lui: a cosa avrei voluto per lui, a cosa avrebbe potuto aiutarlo. E poi ho deciso di farlo per i miei figli e per i figli di tutti coloro che ci hanno creduto».
Il progetto iniziale era portare l’inglese ai bambini locali, ma la comunità è cresciuta rapidamente, accogliendo famiglie arrivate apposta da Messico, Polonia, Germania, Stati Uniti, Grecia, Sudafrica, Malesia e molti Paesi europei. Per quest’anno la scuola conta circa 45 bambini, con la previsione di arrivare a 55 in autunno. La maggior parte proviene dall’estero (circa dodici famiglie), mentre le restanti sono italiane, molte delle quali da fuori regione.
Come sono strutturate le materie
L’educazione alla “Village forest school” è bilingue, italiano e inglese. L’orario scolastico va dalle 8:30 alle 15:00, con doposcuola fino alle 17:00.
«Le classi sono organizzate per fasce d’età: asilo; primo e secondo grado insieme; terzo e quarto insieme; quinta da sola; medie da sole», ha spiegato a L’Unica la fondatrice. «Un tratto distintivo è l’assenza di numeri per identificare le classi, che da noi prendono ad esempio il nome dagli alberi del bosco circostante: Robinia, Frassino, Cipresso, Quercia, Ciliegio. Un modo simbolico per mantenere sempre vivo il legame con la natura e non identificare i bambini in un numero».
Il metodo didattico si basa sulle main lesson, lezioni principali organizzate in blocchi tematici della durata di più settimane: «Hanno blocchi e temi diversi, e all’interno si impara tutto. Per esempio, i ragazzi studiano l’Antica India per tre settimane: storia, geografia e molto altro, tutto dentro la main lesson». In questo modo, matematica, scienze e altre discipline vengono integrate in un unico tema, evitando che il bambino sviluppi antipatie verso singole materie.
Il programma è arricchito da musica e arte, e l’attività fisica e pratica è quotidiana: giardinaggio, sport, circo, attività all’aria aperta. «Ad esempio, i bambini hanno recentemente preso parte alla pulizia e creazione di un sentiero nel bosco per giocare e campeggiare, imparando la botanica in modo esperienziale». Anche la filosofia alimentare è rigorosa: cibo a chilometro zero, fatto in casa, biologico, senza glutine né zuccheri aggiunti, basato su verdure, carne e brodi.
Due modelli a confronto
Wolff però, sempre in cerca di nuove prospettive, ha recentemente provato a sperimentare il sistema scolastico tradizionale, iscrivendo il figlio maggiore alla scuola media pubblica, per offrirgli un’esperienza diversa. Un passaggio che pare abbia rafforzato la sua propensione per un metodo di educazione alternativo.
«Abbiamo voluto provare qualcosa di diverso, ma non sono convinta. Mio figlio è molto attivo, ha bisogno di muoversi ed esprimersi, ma ora a scuola rimane seduto sei ore a un banco senza potersi alzare», ha raccontato. «Penso che, in generale, per un bambino di undici anni questo sia assurdo. Anche per quanto riguarda i compiti: spesso deve solo copiare pagine intere da un libro all’altro. Per me questo non è imparare, non dà ispirazione. I bambini hanno bisogno di andare fuori, imparare con le mani, vivere ciò che studiano. Nelle scuole pubbliche questo purtroppo accade raramente».
La differenza principale sta nel fatto che il sistema pubblico è necessariamente strutturato come una “taglia unica” inadatto alla diversità di ritmi e bisogni dei bambini. «Non è colpa degli insegnanti, che svolgono il loro lavoro – ha commentato Wolff – ma è proprio il sistema di insegnamento che è così. Però questo non rispecchia l’individualità dei singoli bambini: non tutti sono portati ad imparare leggendo libri senza mai alzarsi dal banco».
Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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