Stranieri, minorenni e soli. A Genova novanta ragazzi sono seguiti dai “tutori volontari”
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Nel dibattito pubblico sulla sicurezza, i minori stranieri non accompagnati (in sigla MSNA, gli under 18 senza cittadinanza presenti in Italia senza genitori o altri adulti responsabili) tornano ciclicamente al centro della cronaca come problema da contenere. Provvedimenti annunciati, strette emergenziali, richiami ai rimpatri e alla devianza rischiano però di oscurare una dimensione fondamentale: i minori non accompagnati sono prima di tutto persone in crescita e titolari di diritti.
Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dell’Interno, al 30 giugno 2025, in Italia c’erano 16.497 minori stranieri non accompagnati, provenienti da settanta Paesi, la metà dei quali africani. La nazionalità più comune è egiziana per i maschi, le ragazze invece – che sono in netta minoranza: solo il 12,5 per cento del totale – sono quasi tutte ucraine. La Liguria ne accoglie circa 600 (il 3,7 per cento).
Sono ragazzi che hanno affrontato il viaggio da soli, per la maggior parte arrivando a sbarcare sulle coste della Sicilia. Qui entrano nel sistema di accoglienza, che dovrebbe collocarli in Centri di accoglienza straordinaria per minori istituiti per ordine del prefetto (i cosiddetti “CAS minori”) con una capienza massima di 50 posti.
Dal 2017 la legge “Zampa” – dal nome di Sandra Zampa, la parlamentare del Partito Democratico che l’aveva proposta – disciplina la protezione dei MSNA, garantendo loro diritti paritari a quelli dei minori italiani. La norma ha introdotto il divieto di respingimento, garantito un’accoglienza specializzata e procedure uniformi per l’accertamento dell’età, e creato la figura del ”tutore volontario”, definendolo come un cittadino che decide di svolgere il compito di rappresentanza legale del minore solo, facendo in modo che vengano riconosciuti i suoi diritti: vigila sulle condizioni di accoglienza, promuove il suo benessere psicofisico e monitora i suoi percorsi di educazione e integrazione. Prima di questa legge i minori erano protetti dalla stessa norma che regola i casi di minori abbandonati, e mancavano gli strumenti legali e amministrativi per accompagnare questa categoria di persone migranti, la più vulnerabile.
Tutti i minori a cui è accordata una tutela istituzionale possono avere oggi un tutore volontario. In Italia sono circa 4.500. Devono avere almeno 25 anni e seguire un corso preparatorio organizzato dall’Ufficio del Garante regionale; dopodiché vengono iscritti in un elenco presso il tribunale dei minori e gli viene assegnato un ragazzo da seguire. Ogni tutore può avere al massimo tre tutele.
A Genova i ragazzi affidati a un tutore volontario sono novanta.
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La situazione a Genova
Francesca Lai è la presidente di “Tutori riuniti liguria ODV”, che nasce operativamente nel 2023 e nello stesso anno entra in “Tutori in rete”, un’associazione di secondo livello che permette momenti di confronto su buone pratiche e percorsi, oltre ad azioni a livello nazionale. Da diversi anni Lai fa volontariato nell’ambito dell’immigrazione e conosce bene le storie di questi ragazzi, che hanno tutte dei tratti comuni: «Arrivano per lo più con i barconi, una volta sbarcati alcuni scappano per andare nella città che hanno in mente fin dalla partenza, dove ci sono degli amici, o dove pensano che l’inclusione sia più facile», ha spiegato a L’Unica. «Gli altri sono gestiti dagli hotspot provvisori e poi smistati sul territorio, tendenzialmente mandati nei CAS. Quelli che sfuggono al controllo, se vengono trovati per strada dalle forze dell’ordine che li vedono vagare senza meta, oppure se si presentano in questura e si dichiarano minorenni, devono essere presi in carico dal Comune e vanno a finire nelle strutture SAI [Sistema accoglienza immigrazione, ndr], la rete italiana di enti locali che, con il supporto del terzo settore, gestisce progetti di seconda accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale, vulnerabili e minori non accompagnati».
Secondo il Garante per l’infanzia, il tribunale per i minorenni di Genova ha registrato un forte incremento di tutori volontari: tra fine 2023 e metà 2024 – in corrispondenza con la nascita dell’associazione – la città ha segnato un aumento del 58,3 per cento, collocandosi tra le più attive in Italia. Nel settembre 2023, a fronte di circa 600 minori, erano disponibili 183 tutori, dato che evidenzia la necessità di implementarne il numero. Ma il collo di bottiglia sembra essere l’assegnazione dei minori ai rispettivi tutori da parte del tribunale dei minori.
«Al momento i minori seguiti da tutori sono circa 90, la metà del totale, per un problema organizzativo del tribunale che è a corto di cancellieri», ha detto ancora Lai. «La situazione dovrebbe sbloccarsi nei prossimi mesi, speriamo che sia così perché l’esperienza ci dice che i ragazzi quando sono seguiti riescono a integrarsi e ad avere un futuro in Italia. È un fatto positivo per loro ma anche per la nostra società nel suo complesso, che riceve una forza lavoro giovane in settori dove c’è carenza di manodopera».
La prima difficoltà che i ragazzi devono affrontare è quella della lingua: per poter raggiungere il loro obiettivo – lavorare per aiutare le famiglie rimaste nei Paesi d’origine – devono imparare l’italiano. I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA) dove spesso sono indirizzati sono però destinati a tutti gli stranieri indistintamente, maggiorenni o minorenni, e hanno perciò limiti oggettivi per via della composizione disomogenea delle classi, dal quarantenne del Bangladesh al sedicenne egiziano. C’è bisogno quindi di qualcuno che li segua in un percorso di istruzione.
«Oggi arrivano soprattutto dall’area Maghreb. Sono ragazzini di 13-14 anni che, se non vengono seguiti adeguatamente, sono destinati a finir male. Ricordiamoci di Mahmoud Abdalla», ha spiegato Lai.
Ricordando Mahmoud
Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla era un ragazzo egiziano di 19 anni che nel 2023 è stato ucciso e smembrato in una barberia di Sestri Ponente, perché voleva uscire dalla condizione di lavoro nero e sfruttamento in cui si trovava. I suoi resti furono ritrovati in mare. Fu un avvenimento che suscitò grande emozione in città per la brutalità raccapricciante dell’omicidio ma anche perché rese evidente le falle di un sistema che al compimento della maggiore età aveva lasciato un ragazzo abbandonato a sé stesso, facile preda di sfruttatori criminali. Ogni anno l’associazione celebra una giornata in sua memoria, l’ultima lo scorso 11 ottobre ai Giardini Luzzati.
«Quel ragazzo aveva fatto un percorso in una comunità ma una volta maggiorenne ne era dovuto uscire ed era stato avvicinato da un connazionale che lo aveva abbindolato con la falsa promessa di uno stipendio alto, vitto e alloggio, mentre la realtà si era poi rivelata di sfruttamento e degrado», ha ricordato Lai nel suo colloquio con L’Unica. «Ha pagato con la vita la voglia di lavorare, di guadagnarsi dignitosamente da vivere, come tanti che a volte devono ancora pagare il viaggio o restituire i soldi alle famiglie».
Il compito dei tutor
Luigi Macciò ha 67 anni, è in pensione e nel corso della sua vita ha aderito a diverse attività di volontariato. Dell’associazione “Tutori riuniti” è oggi vicepresidente. Nel 2023 ha seguito il corso del Garante regionale, e dopo non molto gli è stata affidata la tutela di un ragazzo tunisino di sedici anni, inserito nella comunità Tuin di via Caffaro.
Generalmente le strutture SAI sono appartamenti grandi dove vengono insediati i ragazzi. Il Comune li segue attraverso il servizio Unità cittadini senza territorio. Ogni ragazzo ha un assistente sociale di riferimento. Il ragazzo di cui Macciò ha accettato la tutela, che qui chiameremo Ahmed, era arrivato dalla Tunisia da solo via mare quando aveva tredici anni.
«Non parla mai del viaggio che ha affrontato», ha detto Macciò a L’Unica. «Quando è sbarcato è stato affidato a una comunità in Sicilia, dove però non si trovava bene perché non gli facevano fare nulla. Così è scappato ed è andato da solo a Milano, dove è stato pizzicato nei pressi della stazione, e infine è arrivato qui a Genova, dove ci siamo conosciuti. Ricordo l’emozione, l’incertezza e l’imbarazzo di quel primo incontro, perché io avevo 65 anni, lui 16; trovarsi a incontrare un ragazzo sconosciuto di quell’età e averne la tutela legale, sentire la responsabilità del suo percorso di crescita non è cosa banale. Nascono tante domande: capirà che posso essergli di aiuto? Si chiederà perché lo faccio? Cosa si aspetta da me?».
I tutori cercano di porsi nei confronti dei ragazzi come punti di riferimento, li coinvolgono a volte nelle relazioni familiari sempre confrontandosi con gli educatori della comunità, li aiutano nel percorso scolastico, si rapportano con i professori, organizzano momenti di svago. Ci sono ovviamente anche esperienze negative, in cui il vissuto che i ragazzi si portano dietro risulta un ostacolo insormontabile alla loro integrazione.
«D’accordo con la comunità, abbiamo iscritto Ahmed al primo anno del corso da meccanico d’auto dell’istituto Don Bosco di Quarto – ha ricordato Macciò –. Non è stato facile, perché è un bravo ragazzo, generoso, ha un suo codice etico, un senso di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto, ma una scarsa propensione all’autodisciplina, e ancora meno alla concentrazione nello studio. Ora sta frequentando il terzo anno, a giugno otterrà il diploma da meccanico, ma ha espresso il desiderio di continuare (volendo potrebbe frequentare altri due anni fino alla maturità). Sono riuscito a introdurlo in una piccola officina per il tirocinio. Per me è stata un’esperienza straordinariamente vitale».
Compiere 18 anni
Quando un ragazzo diventa maggiorenne, il ruolo del tutore formalmente decade. C’è però la possibilità di chiedere al giudice – che già nel corso del tutoraggio riceveva le relazioni semestrali riguardo al ragazzo preso in carico – il proseguimento del suo affido amministrativo, perché altrimenti uscirebbe dal percorso di accoglienza e diventerebbe un adulto senza risorse. Il ragazzo maggiorenne viene così ospitato in un’altra comunità per adulti.
«La tutela volontaria è una relazione continuativa che accompagna i ragazzi nei passaggi più delicati della loro vita», ha spiegato a L’Unica Paola Scafidi, presidente di “Tutori in rete”. «Quando questa relazione viene interrotta bruscamente, ad esempio al compimento della maggiore età, senza strumenti come il prosieguo amministrativo si espongono i giovani a nuove fragilità e si indebolisce l’intero sistema di protezione».
Ma c’è un’altra possibilità. «Ho avuto già diverse tutele di minori, non le conto più, ma faccio anche la mentore. Diventare mentore vuol dire offrire sostegno nello studio o nel lavoro, incoraggiare a realizzare le proprie potenzialità. È un modo per continuare a seguire i ragazzi dai 18 fino ai 21 anni, anche se non si tratta di una figura riconosciuta a livello legale come il tutore, per questi ragazzi significa moltissimo».
«La mia tutela legale di Ahmed è ormai decaduta, per la legge lui è responsabile di sé stesso, io sono il suo mentore», ha aggiunto Macciò. «Ma è chiaro che io, la mia famiglia, e lui abbiamo acquisito un legame che va oltre l’aspetto giuridico, e chiunque entri in contatto con lui per ragioni di lavoro o di altro tipo, saprà che c’è chi lo segue, lo osserva e lo sostiene. Sarebbe bastato che anche Mahmoud avesse avuto un tutore o un mentore, qualcuno che si prendesse cura di lui e fosse almeno a conoscenza del suo percorso, perché chi lo ha ucciso non potesse neanche pensare di farlo scomparire come se non fosse mai esistito».
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