In arrivo duecento detenuti da 41bis ad Alessandria
L’ipotesi è diventata realtà. Il sindaco Giorgio Abonante ha fatto sapere che nessuno, né Stato né Regione, ha ufficialmente detto niente
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«Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, Mario Antonio Galati, ha annunciato e reso ufficiale una notizia che nessuno degli enti preposti ci ha voluto comunicare direttamente. Restiamo però ancora completamente all’oscuro su come lo Stato e la Regione – per la parte sanitaria – intenderanno organizzare i servizi a supporto di questo cambiamento epocale per le nostre carceri: in breve, cosa significherà, concretamente, per Alessandria e per chi ci vive, l’arrivo di circa duecento detenuti in regime di 41 bis a San Michele?». Il sindaco Giorgio Abonante insiste su un tema che è diventato un elefante nella stanza: la trasformazione della casa di reclusione alle porte della città in istituto di massima sicurezza, destinato a custodire i condannati per reati particolarmente gravi, come quelli legati al terrorismo e alla mafia, che nei mesi scorsi è stata portata avanti in silenzio e senza nessuna informazione condivisa con il territorio.
Un’ipotesi di cui L’Unica si era già occupata, che ormai è diventata una certezza dopo che il provveditore per il Nord Ovest, ad Alessandria in occasione della festa della polizia penitenziaria, ha confermato l’arrivo dei detenuti in isolamento entro l’estate.
Il progetto interviene a lacerare un tessuto sociale che si era creato in decenni di impegno virtuoso per il reinserimento, con il coinvolgimento di numerosi volontari e associazioni, capaci di intrecciare un legame importante fra il dentro e il fuori, fra le persone private della libertà e i residenti della comunità. Impegno che ha meritato le massime onorificenze del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha insignito in anni recenti i due cavalieri al merito: Piero Sacchi, per avere creato il laboratorio di pittura “Artiviamoci”, e Carmine Falanga, per avere ideato il bistrot “Fuga di sapori” all’interno del cortile del carcere, in cui i reclusi nei penitenziari lavorano direttamente, iniziando percorsi che potranno diventare il mestiere della loro vita, una volta scontata per intero la pena.
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Il ruolo dell’ex sottosegretario Delmastro
L’arrivo dei duecento detenuti in regime speciale all’istituto San Michele è la conclusione di scelte politiche maturate all’interno del Ministero della Giustizia e mai comunicate ufficialmente al territorio: né al Comune, né alla Provincia, né alla Regione, né alla Prefettura, né all’amministrazione carceraria. Negli scorsi mesi, il sindaco di Alessandria aveva chiesto e scritto più volte all’allora sottosegretario Andrea Delmastro, nella speranza che un referente piemontese del governo potesse essere un veicolo lineare per le informazioni. Ricevendo in cambio solo silenzio. La visita che l’esponente di Fratelli d’Italia ha fatto in città – in occasione della campagna referendaria per il Sì – è parsa a molti addirittura uno sgarbo istituzionale.
Nel frattempo, oltre centocinquanta detenuti erano già stati trasferiti in altre sedi, i lavori edilizi nel carcere continuavano, le attività sociali all’interno erano state cancellate. All’improvviso, con una prova di forza che non aveva lasciato alcuno spazio per le spiegazioni.
Inevitabilmente, le tensioni interne al governo all’indomani del referendum, con le dimissioni di Delmastro – dopo le inchieste giornalistiche secondo cui avrebbe avuto rapporti con il clan camorristico di Michele Senese – si sono intrecciate con la questione alessandrina.
«Il governo deve fermarsi immediatamente», ha tuonato in una nota la sezione di Alleanza Verdi-Sinistra locale. «Ci chiediamo con quale credibilità possano essere imposte decisioni così rilevanti da chi lascia il proprio incarico travolto da vicende gravissime», perché «questo piano porta la firma politica di Andrea Delmastro, il sottosegretario dimissionario che per mesi ha spinto sull’estensione del carcere duro e che non ha mai nascosto una certa esaltazione per un’idea di sicurezza repressiva e intimidatoria».
Il sindaco Abonante la scorsa settimana ha annunciato l’intenzione di scrivere al ministro della Giustizia Carlo Nordio. «Né lo Stato né la Regione hanno ritenuto di coinvolgere il Comune e la città: silenzio totale nei nostri confronti», ha detto. «Non è solo una scelta su una struttura carceraria: è il sintomo di un metodo istituzionale sbagliato, in cui i territori subiscono senza essere ascoltati. Alessandria non vuole assistere passivamente a scelte che cambiano la vita della comunità». Ha poi sottolineato che avrebbe ribadito questa posizione alla prefetta di Alessandria, Alessandra Vinciguerra.
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Lo stato delle carceri alessandrine
La realtà è che la situazione è esplosiva perché non si tratta solo del San Michele: l’altro carcere del capoluogo, la casa circondariale “Cantiello e Gaeta” in piazza Don Soria, reclama lavori di manutenzione e condizioni invivibili per poliziotti penitenziari e detenuti, come è stato più volte sottolineato: «La struttura si presenta in condizioni fatiscenti: la situazione è gravemente compromessa e non più tollerabile», ha detto recentemente Vicente Santilli, segretario regionale del SAPPE. E poi c’è il tribunale, che aspetta le risorse ministeriali per interventi già progettati, come la ricollocazione degli archivi, la sostituzione degli infissi e la riqualificazione degli spazi.
Nonostante tutto, la fiducia di Alessandria nelle opportunità di reinserimento sociale per i detenuti non si ferma. Ad aprile partirà il progetto “Evado per restare”, che finanzierà sei mesi di sperimentazione di una nuova attività: una squadra di tre persone private della libertà, selezionate in base a specifici requisiti, farà parte del gruppo di lavoro che si occuperà della manutenzione degli spazi verdi delle aree industriali della città. È un modo come un altro per offrire prospettive di futuro, rispondendo al contempo alle esigenze della comunità: se funzionerà, forse le aziende beneficiarie del servizio decideranno di investire direttamente per garantire quel genere di occupazione rendendola permanente.
L’iniziativa, che coinvolge diverse istituzioni e cooperative del territorio, porterà i detenuti a occuparsi delle potature e del taglio di prati e siepi, ma anche di interventi per il decoro urbano, il recupero dei rifiuti ingombranti, la pulizia di zone esterne. «Le zone artigianali e industriali sono anche il biglietto da visita per le aziende che al loro interno operano. Il nostro impegno, insieme all’amministrazione comunale e a tutti i partner del progetto, vuole proprio contribuire in tal senso», ha detto Gian Paolo Aschero, presidente di Confindustria Alessandria. Anche il presidente della Fondazione cassa di risparmio di Alessandria, Luciano Mariano, ha espresso soddisfazione per l’investimento di circa 20 mila euro: «Il nostro obiettivo è sostenere percorsi capaci di generare integrazione e inclusione sociale. La collaborazione con partner qualificati e, in particolare, con il mondo imprenditoriale diventa occasione per investire sulle persone, sulla qualità della nostra comunità, sulla sicurezza sociale, sulla dignità del lavoro e sulla possibilità di offrire nuove prospettive a chi desidera davvero ricominciare».
Renzo Sacco, che rappresenta la cooperativa “Coompany”, che già trent’anni fa inserì per prima i detenuti in iniziative di carattere sociale, conferma il valore di “Evado per restare”: «Della squadra di tre persone – ha detto a L’Unica – anche il caposquadra ha un’esperienza carceraria: lavoriamo insieme da tempo ed è stato selezionato in questo ruolo di responsabilità proprio per avere dimostrato il suo impegno. Il progetto intercetta un bisogno che è principalmente delle aziende, cioè effettuare la regolare manutenzione degli spazi verdi nelle aree industriali della città: sperimentare questo genere di attività e farle funzionare contribuisce a costruire davvero alternative sostenibili che migliorano la nostra società».
Dal carcere-studio alla massima sicurezza
La storia personale del caposquadra merita di essere raccontata, perché è la conferma di come si può davvero fare rispettare l’articolo 27 della Costituzione italiana, che definisce il principio fondamentale del diritto penitenziario, laddove indica che «le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato». In passato, infatti, l’uomo era detenuto al San Michele dove era approdato dopo avere fatto una domanda di trasferimento da un altro istituto in Italia meridionale: «Aveva chiesto di essere recluso ad Alessandria – ha detto ancora Sacco – proprio perché era un carcere-studio e intendeva rendere fruttuosa la sua lunga pena: lì si è diplomato, ha scontato gli ultimi anni e, grazie a quel tipo di impianto e alle attività che venivano svolte, si è inserito nel tessuto lavorativo e sociale, facendo tesoro dei programmi formativi che venivano offerti. È una persona di cui ci fidiamo molto, siamo diventati amici e per la nostra cooperativa è ora una figura importante, perché conosce bene sia il lavoro sia la realtà carceraria. Oggi, in seguito alle scelte che sono state imposte forzatamente dal governo, quell’impianto riabilitativo alla casa di reclusione non esiste più».
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