La città della pallavolo è tornata
Dopo anni di difficoltà, Cuneo è di nuovo nel volley che conta: Superlega maschile e A1 femminile, spinte da un pubblico che non ha mai smesso di crederci
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La pallavolo a Cuneo ha radici molto solide, soprattutto sul piano della partecipazione emotiva che non è mai mancata: il pubblico ha sempre affollato il palazzetto e seguito con grande passione le partite. Un po’ meno solida è stata invece la sostenibilità del percorso, che a un certo punto ha lasciato una delle piazze più appassionate d’Italia improvvisamente senza partite. Per fortuna il cammino è ricominciato: Cuneo oggi è tornata a essere la città del volley, con una squadra maschile quest’anno nel massimo campionato e una femminile all’ottava stagione consecutiva in serie A1.
Al di là dei risultati del campo, quella che conta – dopo le disavventure del passato – è la solidità del progetto: problema comune a tutti i club di vertice, e non solo nel volley, in un’Italia che fa sempre più fatica ad alimentare i propri sogni. Per il Cuneo maschile il ritorno in Superlega (così si chiama dal 2014 la più alta categoria nazionale) vale come test per il futuro anche sotto il profilo economico, per il Cuneo femminile il problema è trovare una stabilità di risultati su cui costruire una crescita ulteriore.
Del ruolo della pallavolo per il presente e il futuro dell’intera provincia si è resa conto anche la politica. Il volley «è un formidabile strumento di promozione del territorio, e per territorio intendo l’insieme di imprese, famiglie, atleti e istituzioni», ha detto la sindaca Patrizia Manassero (Partito democratico). «Ma accanto a una squadra che vince, ci vuole una provincia che ci creda. Ci vogliono tifosi, nuovi tesserati, sponsor. E ci vuole una politica capace di facilitare i percorsi», le ha fatto eco con un intervento su La Stampa l’ex sindaco di Busca Marco Gallo, assessore regionale dalle molte deleghe – dalla montagna ai tartufi – nella giunta di centrodestra guidata da Alberto Cirio.
Un rapporto con la città immutato negli anni
I tifosi, lo abbiamo detto, ci sono sempre stati. Il legame tra la pallavolo e il pubblico cuneese – nonostante gli alti e bassi che si sono succeduti negli anni – è rimasto indissolubile. Lo dimostrano gli ultimi dati: 3.200 spettatori in media nel girone di andata di Superlega per la squadra sponsorizzata da Acqua san Bernardo (contro una media nazionale di poco superiore a 2.900), per un incasso complessivo di 215.924 euro (circa 36 mila a partita) il più alto del campionato.
Un successo che si fonda su una storia condivisa, di grande pregio, rimasta per un trentennio nelle categorie inferiori e deflagrata negli anni Novanta sotto forma di un’ascesa clamorosa della squadra maschile. E pensare che all’inizio non c’era neppure un palazzetto: le prime partite in serie A1, conquistata nel 1989, si giocarono in quello che più o meno era il tendone di un circo adattato al volley, il mitico Palatenda di piazza d’Armi che accompagnò l’avventura cuneese per i primi tre anni. Un tendone condiviso con altre attività, e i giovani di allora ricordano ancora le polemiche di quando il Comune, per salvaguardare il parquet del campo di gioco, negò la struttura a un concerto di Renato Zero.
Nel 1992 la svolta, con l’inaugurazione dell’attuale e più accogliente palasport di San Rocco Castagnaretta. Qui la squadra – prima con lo sponsor Alpitour poi con quello BRE Banca Lannutti – cominciò a vincere in Italia e in Europa. E lo farà per più di un decennio, dalla Coppa Italia del 1996 allo scudetto del 2010, passando attraverso altri quattro successi in Coppa Italia, quattro in Supercoppa italiana, cinque in Coppa CEV (la seconda manifestazione europea per club), due in Super Coppa Europea. Trionfi che solo quattro anni dopo lo scudetto sembrarono precipitare in un’epoca finita per sempre.
«Il mio ciclo finisce qui». Era il 2 maggio 2014, quando Valter Lannutti, patron di un colosso internazionale dei trasporti e presidente del Cuneo volley da undici anni, pronunciò queste parole in una drammatica conferenza stampa. In città nessuno si fece avanti per rilevare la squadra, l’ipotesi di un trasferimento a Torino durò lo spazio di qualche settimana. Il 18 giugno, data ultima per le iscrizioni al campionato, Cuneo non era nella lista.
Tecnicamente non un fallimento, ma una rinuncia. Sottigliezze, per una piazza abituata a vincere e a riempire il palazzetto che si ritrovò d’improvviso senza squadra. Nomi come quelli degli allenatori Silvano Prandi e Alberto Giuliani, o di giocatori come Wout Wijsmans, Nikola Grbic e prima ancora Rafael Pasqual, Andrea Lucchetta, Ferdinando De Giorgi, Lubo Ganev finirono da un giorno all’altro nell’archivio di ricordi che rischiavano di non essere mai più rinnovati.
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Cuneo nel cuore
Ganev è il giocatore dei record, capace di segnare 75 punti in una sola partita, ma anche un ragazzo che a Cuneo ha saputo conquistare le persone e che non ha dimenticato la città. Alto due metri e dieci centimetri, schiacciatore, era arrivato in Italia dal CSKA Sofia, per 600 mila dollari. «Chiesi al presidente quanti spettatori c’erano in media – ha ricordato – Mille, millecento, disse lui. Con me saranno almeno tremila, risposi. Gli proposi una scommessa. Se non fossi riuscito a far arrivare il pubblico a quella cifra, per tutte le presenze inferiori ai tremila avrei pagato il biglietto di tasca mia. Viceversa, com’ero sicuro che sarebbe accaduto, per ogni spettatore in più rispetto ai tremila auspicati, lui avrebbe dato a me la differenza. Al termine di quella stagione, la presenza media di spettatori cuneesi fu di 3.550».
Oggi Ljubo è il presidente della Federazione bulgara, che l’estate scorsa a Manila ha portato la sua nazionale alla finale mondiale contro l’Italia del commissario tecnico De Giorgi, altro nome simbolico per Cuneo. Un anno fa, nel mezzo della cavalcata verso la Superlega, il vecchio campione è tornato in città: «Ho visto al palazzetto una delle partite decisive per la promozione – ha raccontato –. Ritrovare un grande entusiasmo è stato un piacere». L’ambiente, secondo Ganev, è rimasto quello di un tempo: «A Cuneo si sta sempre bene. Quando sono entrato al palazzetto mi sono venuti in mente tanti momenti bellissimi vissuti con la squadra e con i tifosi. Ma per me giocare a pallavolo è sempre stato un divertimento. E quando ti diverti tu che sei in campo, il pubblico lo sente».
Nelle Filippine, la Bulgaria uscì sconfitta dall’Italia. Ora Ganev sogna un altro incrocio con gli azzurri: «Per vincere dobbiamo imparare a giocare palla dopo palla, vivere ogni azione come se fosse l’ultima. E continuare a essere una famiglia, non solo una squadra. È così che si cresce». Un po’ come era quella Cuneo vincente, forte in campo e speciale fuori. Il gigante bulgaro ricorda ancora le serate trascorse con i compagni da Pizza Express, il locale del cuore: «Non era solo per la pizza: dell’Italia mi mancano l’atmosfera, la cordialità, la leggerezza. Anche se torno spesso, ogni volta è un piacere». Di Cuneo Ganev ricorda «la passione della gente. Quei tifosi che riempivano il palazzetto e vivevano ogni partita con noi».
L’eredità rinnovata
La nuova avventura del Cuneo volley nasce da quella eredità, ma con un’impostazione diversa. La priorità non era tornare subito in alto, ma costruire una società sostenibile e radicata nel territorio, ha spiegato più volte il giovane presidente Gabriele Costamagna, sottolineando il valore del lavoro sui giovani e sulla filiera locale. Un progetto che ha puntato su una crescita graduale, senza spese fuori controllo, coinvolgendo sponsor e istituzioni. Il percorso è stato lungo: dalla Serie B alla A3, poi la A2 e infine la promozione. In questi anni il club ha ricostruito anche il rapporto con il pubblico. Le presenze al palazzetto sono cresciute stagione dopo stagione, segno che la città non aveva mai smesso di credere nel volley.
Il modello scelto guarda consapevolmente alla stabilità. Budget controllati, attenzione ai giovani e una struttura organizzativa più solida rispetto al passato. La promozione in Superlega rappresenta un punto di partenza. L’obiettivo era restare nella massima serie senza stravolgere la filosofia che ha riportato il club in alto. Senza rinunciare a guardare avanti, con la collaborazione reale del territorio: «Oggi il nostro movimento muove folle, crea valore, coinvolge migliaia di persone, genera economia, diffonde valori autentici», ha scritto Costamagna in un polemico intervento su La Stampa. «Eppure, troppo spesso, tutto questo sembra non bastare. Sembra che manchi la capacità reale di fare rete, di trasformare le parole in fatti, di passare dalle buone intenzioni all’azione concreta. Lo sport non è un passatempo. È cultura, è educazione, è economia, è impresa, è appartenenza. È ciò che unisce le persone, ciò che insegna il sacrificio, la lealtà, il rispetto».
Il team femminile
Sarebbe magnifico consolidare il rapporto con la pallavolo femminile. Ma per ora si tratta di due realtà distinte: peccato perché la sinergia potrebbe essere preziosa. I conti però vengono prima di tutto e non concedono volti pindarici. Così Honda Cuneo Granda volley, il nome ufficiale del team femminile, segue un’altra strada. Da anni lotta non senza brividi (e un titolo ricomprato per cancellare una retrocessione) in quella Serie A1 che – sulla scia delle vittorie olimpiche e mondiali della nazionale – è considerata da molti come “il campionato di volley più bello del mondo”. Anche in questo caso le ambizioni non mancano. Dopo l’ultima folle stagione, vissuta in altalena, tra sconfitte amare e allenatori licenziati, serve un programma chiaro e consapevole, con una strategia basata su talenti emergenti e un forte legame con il settore giovanile.
Con una certezza: Cuneo è tornata ad avere due squadre nella pallavolo che conta. È un risultato non scontato per una provincia lontana dai grandi centri e che proprio nello sport ha costruito parte della propria identità. La vera sfida sarà ora la continuità, ma se il passato insegna qualcosa, qui il volley è sempre stato una storia collettiva capace di rigenerarsi, stagione dopo stagione.
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