Una “scossa” per migliorare la memoria
Il progetto “Longennials” si occupa di prevenzione neuro-psicologica tra gli over 60, in collaborazione con l’Università della terza età
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«Una piccola “scossa” alla testa e sentivo che la memoria si rimetteva in moto». Giovanna Oliveri ha 62 anni, è pensionata, vedova dopo la morte del marito e per tutta la vita ha fatto la casalinga. È arrivata a partecipare al progetto “Longennials” tramite l’Università della terza età di Torino. «Quando hanno presentato il percorso ho pensato che potesse farmi bene», ha raccontato a L’Unica. «Mi sono resa subito disponibile. In quel periodo avevo bisogno di qualcosa che fosse solo mio».
Una volta alla settimana le applicavano sul cuoio capelluto delle piastre per quella che tecnicamente si definisce una “stimolazione magnetica transcranica” non invasiva. «Si percepiva una vibrazione leggera, niente di doloroso. All’inizio ero un po’ titubante, poi ho iniziato ad aspettare quell’appuntamento». Nel frattempo stava affrontando la ristrutturazione della nuova casa, una scelta importante che si era trasformata in fonte di stress continuo. «Non dormivo quasi più. Ero sempre preoccupata, dovevo decidere tutto io. Mi sentivo confusa, come se i pensieri si accavallassero».
Dopo alcune settimane qualcosa è cambiato. «Ho iniziato a riposare con maggiore tranquillità. Nei test mi dicevano che andavo sempre un po’ meglio. Non so spiegare come, ma mi sentivo più lucida. Anche più rassicurata. Avevo bisogno di uno stimolo, di un impegno che mi aiutasse a non chiudermi. Lì ho trovato sostegno, non soltanto tecnico ma umano». Nel suo racconto la memoria non è solo una funzione cognitiva: è stabilità, sicurezza, identità. È la possibilità di non sentirsi scivolare addosso il tempo.
Piccoli segnali che fanno paura
La sua è una delle quasi duecento esperienze raccolte finora all’interno di “Longennials”, progetto ideato e coordinato da Sara Palermo, professoressa associata di neuro-psicologia all’Università di Torino. «Il trattamento dura dodici settimane – ha spiegato la docente a L’Unica – e ha lo scopo di aumentare attenzione, memoria e regolazione emotiva. Al termine non solo vediamo un miglioramento ai test neuro-psicologici ma anche una sorta di “ringiovanimento” dell’eccitabilità corticale».
L’iniziativa è nata due anni fa con un intento preciso: fare ricerca di tipo sociale sul territorio e, contemporaneamente, offrire un servizio gratuito di monitoraggio della salute cognitiva agli over 60. «Ci siamo accorti che la popolazione sa ancora troppo poco di prevenzione neuro-psicologica», ha detto la professoressa Palermo. «Molti arrivano con la paura che una dimenticanza sia il segnale di una malattia irreversibile. Noi lavoriamo prima che la paura diventi diagnosi».
Il progetto è costruito in collaborazione con l’Università della terza età, luogo di formazione permanente e di socialità. Qui è attivo uno sportello gratuito che garantisce una prima visita di circa un’ora e mezza. Non è soltanto una valutazione tecnica. «Raccogliamo i racconti di vita – ha aggiunto la docente –. Chiediamo come vivono il tempo che avanza, quali immagini associano alla parola invecchiamento, quali sono le loro paure. Valutiamo tono dell’umore, percezione di sé, eventuali segnali di ritiro sociale».
Solo dopo arrivano i test di screening psicologico e neuro-psicologico: prove di memoria, attenzione selettiva, linguaggio, ragionamento, capacità di pianificazione. Il disegno dell’orologio (numeri, lancette, orari) è uno dei compiti che più spesso mette in luce difficoltà inattese. «Posizionare correttamente le lancette richiede organizzazione spaziale, pianificazione, controllo esecutivo. Quando emergono errori, non significa automaticamente patologia, ma è un segnale da monitorare».
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La zona grigia
I numeri raccontano una realtà articolata. Il 12 per cento dei partecipanti presenta fragilità fisica e cognitiva; il 15 per cento un deterioramento cognitivo lieve, già intercettato dai medici di famiglia o dai servizi sanitari. «Esiste una fase intermedia in cui si registra una perdita di performance che crea un allarme», ha sottolineato Palermo. «Se si interviene in quel momento si può posticipare l’insorgenza di difficoltà più gravi o rallentarne l’evoluzione». “Longennials” si muove proprio in questa zona grigia, tra fisiologia e rischio. «Analizziamo una popolazione apparentemente in salute ma che soffre dell’impressione di aver perso funzionamento. Questa percezione può generare preoccupazione e incidere sull’umore».
L’invecchiamento cognitivo, spiegano i ricercatori, non è un processo uniforme. Alcune funzioni rallentano, altre restano stabili, altre ancora possono essere compensate dall’esperienza. La memoria episodica può diventare meno immediata, mentre quella semantica, il patrimonio di conoscenze accumulate, spesso resiste. «Il problema nasce quando la persona interpreta ogni esitazione come un segnale di declino irreversibile. La paura dell’alzheimer pesa molto nell’immaginario collettivo». Non a caso molte richieste di accesso arrivano con questa motivazione implicita.
Le richieste di accesso sono tra tre e cinque a settimana, con periodi di maggiore affluenza. Le donne sono più numerose, ma ultimamente la partecipazione maschile è cresciuta. «Due anni fa erano pochissimi, oggi abbiamo circa una ventina di uomini. Molti vivono il pensionamento come una frattura identitaria. Erano professionisti competenti, abituati a prendere decisioni, e improvvisamente si trovano senza un ruolo definito». Il cambiamento può tradursi in difficoltà di adattamento, perdita di attenzione, fatica nel monitorare le proprie prestazioni. «Tra le avvisaglie che intercettiamo ci sono ritiro sociale, apatia, tendenza a evitare contesti pubblici per non mettersi in difficoltà». Chi vive solo rischia di essere intercettato più tardi.
Dal lavoro di screening è nata una seconda fase, che prenderà avvio nell’ottobre 2026. Prevede interventi specialistici di neuro-modulazione e una palestra cognitiva anche in ambito digitale. «In ambienti virtuali chiediamo ai partecipanti di affrontare situazioni quotidiane che possono diventare fonte di insicurezza», ha spiegato Palermo. «Devono prendere una metropolitana simulata, orientarsi in strada, fare la spesa. Mettiamo loro davanti una lista di oggetti che poi scompare e chiediamo di ricordarla. Devono trovare e ritrovare elementi, gestire distrattori». È un allenamento strutturato che stimola attenzione, memoria, linguaggio e funzioni esecutive. Per chi non ha competenze digitali restano le attività con carta e matita. «Non vogliamo escludere nessuno. L’obiettivo è offrire strumenti personalizzati».
Il corpo e la mente
Un dato interessante riguarda la relazione tra corpo e mente. «Abbiamo osservato che chi presenta difficoltà nel camminare o nella forza della mano tende ad avere maggiori problemi cognitivi – ha sottolineato la docente –. Intervenendo su un versante, spesso migliorano entrambe le dimensioni. Il cervello non è isolato dal resto del corpo».
Mauro Antonino, 71 anni, rappresenta l’altra faccia del progetto: la prevenzione consapevole. È in pensione dal 2016 dopo una lunga carriera in banca, dove si occupava di analisi di bilanci e piani finanziari per le imprese. È iscritto all’Università della Terza Età e lì ha sentito parlare di “Longennials”. «Quando ho saputo che c’era la possibilità di fare uno screening per invecchiare meglio, ho deciso di aderire. Preferisco prevenire piuttosto che intervenire quando il problema è già evidente».
Dopo il primo colloquio ha iniziato le sedute di neuro-stimolazione. «Mi applicano degli elettrodi che stimolano aree specifiche del cervello. È un trattamento non invasivo. Mi sono trovato molto bene, oltre le aspettative». Non parla di recuperi spettacolari. «Alla nostra età è difficile pensare di migliorare in modo clamoroso. L’importante è non peggiorare». L’ultimo test, sostenuto qualche mese fa, gli ha dato una risposta rassicurante. «Non ho perso nulla rispetto alla valutazione iniziale. Per me è già un successo».
Per Mauro il beneficio è anche psicologico. «Sentirsi parte di qualcosa di utile rafforza l’autostima. Non sei più spettatore passivo del tempo che passa. Ti senti attivo. So che la memoria non è quella di dieci anni fa. Proprio per questo è necessario fare qualcosa per conservarla il più possibile». Ora vorrebbe coinvolgere anche la moglie, 69 anni. «Se riusciamo entrambi a mantenere le nostre capacità, è un bene per tutta la famiglia».
Il ruolo della memoria
“Longennials” unisce nel nome “long” e “millennials”: una provocazione semantica che suggerisce una generazione longeva e dinamica. Non una stagione di attesa, ma un tempo di partecipazione. In un Paese che invecchia rapidamente, il progetto torinese prova a cambiare prospettiva: non inseguire la malattia, ma costruire salute prima che il declino si manifesti in modo evidente. La memoria, qui, non è solo una funzione da misurare con test standardizzati. È il filo che tiene insieme identità, relazioni, ruolo sociale. Intervenire in anticipo significa offrire strumenti, ma anche ridare fiducia.
Giovanna oggi racconta di sentirsi più stabile e meno spaventata. Mauro continua a esercitare la mente con disciplina. Intanto i dati raccolti alimentano una ricerca che intreccia scienza e comunità. Invecchiare non viene più descritto come una sottrazione inevitabile, ma come una trasformazione da accompagnare. E la prevenzione diventa un gesto di responsabilità verso sé stessi, verso chi ci sta accanto e verso una società che deve imparare a guardare alla longevità non come a un peso, ma come a una risorsa.
Non è un caso che un progetto come “Longennials” nasca proprio a Torino. La città sta vivendo una trasformazione demografica silenziosa ma profonda, che cambia la sua struttura sociale prima ancora che la sua skyline. Tra il 2009 e il 2024 l’età media dei torinesi è passata da 45,2 a 47,2 anni. I bambini e ragazzi fino ai 19 anni sono diminuiti da 145 mila a 131 mila, mentre gli ultraottantenni sono aumentati da 61 mila a 81 mila. In quindici anni Torino ha perso quasi quattordicimila giovani e guadagnato ventimila anziani.
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