Il ritorno dell’olivo sulle colline del Monferrato
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Tra i racconti sul tempo di guerra tramandati dagli anziani ricorreva spesso quello del viaggio in bicicletta o con altri mezzi precari a scavallare l’Appennino ligure-piemontese, per barattare olio d’oliva con farina di grano e viceversa, spinti dalla penuria alimentare e dal fatto che in Liguria l’olio era, se non abbondante, disponibile, mentre in Piemonte non esisteva. Eppure, l’olivicoltura nel Monferrato era stata una tradizione antica, attestata da toponimi come Olivola o San Marzano Oliveto, scomparsa poi in una fase climatica più rigida, la cosiddetta “Piccola era glaciale”, protrattasi fino alla metà dell’Ottocento, durante la quale dominatrice incontrastata delle colline è stata invece la vite.
Secondo l’Intergovernmental panel on climate change (IPCC), gran parte del riscaldamento osservato dopo il 1951 è stato causato da emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane. Il cambiamento climatico ha condizionato pesantemente l’agricoltura e ha una fortissima influenza sugli ecosistemi, determinando uno scivolamento verso Nord di alcune coltivazioni, come l’olivo, che dalla fine degli anni Novanta è tornato a diffondersi tra le colline del Basso Monferrato, e oggi sta vivendo una rinascita, con produzione di oli extravergini di qualità. Nello stesso tempo i frequenti eventi climatici estremi – temperature troppo elevate oppure pericolosamente basse, siccità o piogge eccessive – intaccano la quantità e la qualità dei raccolti, e di conseguenza anche la loro redditività.
La situazione nell’Alessandrino
Coldiretti attesta che in provincia di Alessandria ci sono attualmente 65 ettari di oliveti, con 325 quintali di olive prodotte e circa seimila litri di olio extravergine d’oliva (EVO) ricavati annualmente; i produttori aderiscono al Consorzio di tutela dell’olio EVO del Piemonte, che punta all’ottenimento di un marchio IGP (Indicazione geografica protetta). Resta comunque una produzione molto limitata, se paragonata a quella della Puglia, che è la regione in testa alla classifica con 98.544 tonnellate di olio prodotte, contro le venti tonnellate del Piemonte (dati SIAN - Sistema informativo agricolo nazionale).
Per valorizzare l’olio EVO monferrino è nata di recente un’alleanza di produttori, Ramolivo, cui aderiscono sette aziende del territorio a cavallo delle province di Alessandria e Asti.
La messa a dimora degli olivi è stata determinata dalla necessità di recuperare terreni incolti, in parte per piccole produzioni familiari, ma il ruolo più significativo l’ha svolto chi già aveva dei vigneti, come ad esempio il Castello di Razzano della famiglia Olearo (e già il cognome la dice lunga sulle antiche tradizioni) ad Alfiano Natta. La loro produzione nasce “per passione” con 1.500 olivi in una realtà che è insieme relais ed eno-olivoteca.
«In realtà, l’olivo è una pianta che sopporta bene il freddo. Nel 2012 siamo andati anche a 12 gradi sottozero, senza grossi danni», ha detto a L’Unica Augusto Olearo. «Non ci impensierisce nemmeno la siccità perché i nostri terreni mantengono l’umidità. La piccola glaciazione che c’è stata nell’Ottocento ha sicuramente contribuito alla scomparsa delle piante di olivo qui da noi, ma i contadini preferirono la viticoltura perché era più redditizia, c’era un grande mercato per il vino. Fino a cinquanta anni fa se ne consumavano 120 litri pro capite all’anno, e almeno un ulteriore 50 per cento non entrava nel conto perché commercializzato in nero. Adesso che la statistica è pressoché precisa, andiamo dai 24 ai 29 litri all’anno: una differenza abissale».
Augusto Olearo ci ha creduto talmente tanto che nel ’98 ha estirpato circa tre ettari di vigneto nella collina soleggiata di Cardona per piantare olivi, e oggi con la famiglia ne coltiva cinque ettari e mezzo e pensa di piantarne presto altri due. Si sono dotati di un frantoio interno, per preservare la qualità dell’olio: «Più si lavorano le olive a breve distanza dal momento della raccolta – ha spiegato – più l’acidità dell’olio sarà bassa e le sostanze pregiate mantenute».
Il tema del frantoio è uno dei punti fondamentali della filiera: la maggior parte dei produttori monferrini che non ne possiede uno proprio porta le olive a Trino Vercellese, a una distanza di circa trenta chilometri. I titolari dei frantoi di Trino sono a loro volta proprietari di appezzamenti di olivi su circa dieci ettari di colline tra Ozzano Monferrato, Val Cerrina e Moncalvo e producono olio EVO biologico con il marchio “Agorà”.
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Un prodotto che (per ora) interessa soprattutto i turisti
«Quando si intraprende una coltura nuova bisogna pensare anche alla commercializzazione. Si dovrebbe avere una rete di distribuzione, che a oggi è inesistente», ha detto ancora Olearo. «E poi c’è il nodo del prezzo: i nostri oli non possono certo essere comparati con quelli del supermercato. Bisogna creare una cultura del prodotto, che porti le persone a considerare l’olio non solo un condimento, ma un prodotto nutraceutico contenente più di trecento sostanze benefiche per la salute. E come tale va pagato».
Oggi i consumatori dell’olio monferrino sono soprattutto turisti, molti dei quali non italiani, i ristoranti di alta gamma della zona e qualche raro amatore locale. Il Castello di Razzano, per esempio, vende il 90 per cento del proprio olio direttamente in azienda. E così anche Anita Casamento Aquilino, che ha iniziato in modo amatoriale piantando olivi vicino alla sua casa di campagna di Olivola, persuasa che un tale toponimo dovesse essere di buon auspicio. Oggi ha 2.500 piante di undici varietà diverse, localizzate in due appezzamenti coltivati in biologico. «Voglio che trovino nella terra, e non nella chimica, la forza per svilupparsi e dare frutti – ha detto a L’Unica –. Quest’anno ha piovuto molto quando gli olivi erano in fiore e ho avuto una raccolta pessima, meno del 50 per cento dell’anno precedente. Se piove nel momento sbagliato non si ha più la possibilità di recuperare, perché la fioritura avviene una volta sola. Quindi siamo costretti a subire le variabili del clima e a volte si produce in perdita. Per questo il nostro è sostanzialmente un prodotto d’élite».
Secondo l’agronomo Giancarlo Durando, insegnante oggi in pensione dell’Istituto tecnico agrario di Rosignano, per rendere l’olio monferrino più accessibile bisognerebbe agire sull’economia di scala. «Chi ha l’opportunità di fare accoglienza turistica riesce a vendere l’olio abbastanza bene. Gli hobbisti che hanno messo a dimora tra le 50 e le 100 piante producono per amici e familiari, non necessitano di avere un canale commerciale», ha detto a L’Unica. Secondo l’agronomo però per uscire dalla dimensione di nicchia servirebbe una coltivazione super intensiva: «Vorrebbe dire meccanizzare sia la potatura sia la raccolta, per ridurre in modo significativo i costi di produzione. Sto seguendo un progetto che prevede la messa a dimora di olivi con questo sistema. Sarebbero impianti simili a quelli dei meleti industriali, con piante basse e più fitte che potrebbero avere una rete a copertura che ripari il raccolto dalle intemperie. Ovviamente necessitano di investimenti economici di un certo spessore, e la maggior produzione dovrebbe poi essere compensata dalla vendita. “Agorà”, per esempio, sarebbe un buon candidato per questa sperimentazione: aveva già in carico circa quattromila piante circa, adesso ne ha prese altre quattromila perché si sta espandendo, ha una rete commerciale e vuole aumentare la quantità di olio disponibile».
Anni Novanta, il ritorno degli olivi nel Monferrato
Durando può essere considerato l’artefice della coltivazione dell’olivo in Monferrato. «All’inizio degli anni Novanta lavoravo in collaborazione con l’Università di Milano e avevo disposizione dati climatici, somme termiche e quant’altro. Ho notato che, in conseguenza del riscaldamento del pianeta, avevamo situazioni climatiche molto simili a quelle dell’Appennino centrale. Allora, abbiamo cominciato a promuovere la messa a dimora di olivi, dando assistenza a chi aderiva alla sperimentazione e in sede a Rosignano abbiamo anche installato un piccolo frantoio», ha raccontato. Nel giro di tre o quattro anni hanno quindi fatto arrivare da Pescia, in Toscana, 60 mila piante. «Possiamo dire che la scommessa è riuscita. Certo, le forti piogge della scorsa annata, concentrate nel momento della fioritura in cui bisognerebbe impollinare, hanno causato un calo di produzione terribile qui in Piemonte. Ma anche in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e parte della Toscana».
Per Gabriella D’Amico, delegata per Piemonte e Valle d’Aosta dell’associazione Donne dell’olio, «la caratteristica della nostra produzione è la sperimentazione. In mancanza di una tradizione come, per esempio, in Puglia o nelle regioni tradizionalmente vocate», ha spiegato a L’Unica. «Qui si sono impiantate varianti come il leccino o il leccio del corno che sapevamo essere più resistenti al freddo, e questo lo si è sperimentato appunto nel tempo, dall’inizio degli anni Novanta, grazie anche al lavoro dell’Istituto agrario di Rosignano e del professor Durando. Secondo gli agronomi, perché il freddo non sia letale per gli olivi non si devono superare le 48 ore di permanenza a otto gradi sottozero, situazione non molto probabile, perché magari meno otto li raggiungiamo, ma difficilmente una temperatura così bassa resta costante tanto a lungo».
D’Amico ha poi sottolineato un’ulteriore problematica legata al riscaldamento climatico, cioè tutta la fauna di parassiti che si diffonde tra gli olivi. La bestia nera degli olivicoltori è la mosca olearia, che con il caldo diventa più prolifica. L’insetto punge la superficie esterna dell’oliva, vi entra dentro creando una specie di cunicolo, depone le uova da cui si schiudono le larve che mangiano in maniera importante la polpa e poi se ne escono; a quel punto l’oliva è completamente distrutta. «Raccogliere precocemente le olive vuol dire sicuramente ripararle dall’aggressione della mosca e avere un buon contenuto di acido oleico e di fenoli, le sostanze antiossidanti per eccellenza dell’olio, che sono presenti maggiormente nell’oliva acerba. È chiaro che questa raccolta dell’oliva acerba, pur proteggendo dalla mosca e dando un olio più ricco di sostanze, va un po’ a scapito della quantità».
La mancanza di manodopera e i corsi di formazione
La vocazione di un’area collinare come quella del Basso Monferrato sembra rivolta a una produzione limitata di alta qualità, orientata verso un pubblico di appassionati e di turisti. Il problema resta però quello del prezzo alto, dovuto anche alla necessità di una manodopera specializzata, spesso introvabile. Per sensibilizzare le istituzioni sull’argomento, D’Amico con la sua associazione si è inventata “Cultivar insieme”, un progetto in collaborazione con l’ENAIP (Ente nazionale ACLI di istruzione professionale) che prevede per gli iscritti 400 ore di teoria e 500 di stage in uliveto.
«Ci siamo rivolte alle scuole di formazione professionale di Alessandria, quelle che insegnano ai ragazzi o alle ragazze i mestieri, in particolare la manutenzione del verde nei Comuni, dal taglio dell’erba alla sistemazione delle aiuole. Si tratta di mansioni che, se fossero arricchite di nozioni più specifiche legate per esempio alla potatura degli ulivi o dei vigneti, potrebbero essere un mezzo di inclusione anche rispetto ai tanti immigrati che arrivano nella nostra zona e potrebbero trovare lavoro grazie all’apprendimento di queste tecniche», ha detto ancora D’Amico.
Il progetto “Cultivar insieme” prevede la formazione per persone in possesso della licenza media, in gran parte richiedenti asilo, è appena partito e finora ha formato gratuitamente venti allievi. L’iniziativa più significativa è stata la messa a dimora di cento piante di olivo in piazza Matteotti (ex piazza Genova) ad Alessandria, disposte ai lati del settecentesco Arco di trionfo, con etichette e pannelli che descrivono le diverse varietà. Un giardino di olivi verde-argento che abbellisce la città e che vuole essere la concreta dimostrazione che l’olivo nell’Alessandrino è tornato per restarci.
Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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