Venduto il palazzo fantasma dell’INPS in corso Italia. Nel futuro anche una residenza di lusso per anziani

Venduto il palazzo fantasma dell’INPS in corso Italia. Nel futuro anche una residenza di lusso per anziani
A sinistra il palazzo ex INPS. A destra, l’abbazia di San Giuliano – Foto: Roberto Orlando

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Chissà adesso che nome daranno i genovesi al palazzo di corso Italia 30 finora conosciuto come “ex INPS”. Un nomignolo anonimo, anzi burocratico, che l’elegantissimo edifico non si meriterebbe, a dire il vero, perché si trova in uno dei luoghi più apprezzati della città, con una vista strepitosa dal promontorio di Portofino fino a Capo Mele. E poi, proprio sotto quelle stesse finestre lato mare, domina dall’alto l’Abbazia di San Giuliano – la futura “Casa dei cantautori” – lambita dall’unica vera curva del lungomare più amato dai genovesi.

Ma perché dovrebbe cambiare nome? Perché il palazzo, ribattezzato “ex INPS”, in omaggio all’istituto che provvede alle pensioni degli italiani e che troppo a lungo è stato invano proprietario del prestigiosissimo immobile, ha cambiato padrone, al termine di una storia che ha più di un capitolo scritto ai confini della realtà.

La INVIMIT sgr, la società di gestione del risparmio interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che si occupa di valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico, il 16 ottobre scorso ha chiuso il bando lanciato nel precedente mese di agosto e – come ha potuto verificare L’Unica – il prestigiosissimo edificio è stato assegnato al miglior offerente per la cifra di 15 milioni e 870 mila euro, ventimila in più del prezzo di base d’asta. Le offerte, dopo una serie di sopralluoghi da parte di possibili acquirenti, sono state due e ha vinto la seconda. Non è stato reso noto il nome della società (o del privato?) che si è accaparrato l’immobile e prima di saperlo, almeno ufficialmente, dovranno trascorrere sei mesi, il tempo necessario al venditore per verificare una serie di documenti e accertare la regolarità dell’offerta. Sempre nell’agosto scorso, le ultime tre famiglie del palazzo si sono dovute presentare in tribunale per lo sfratto e hanno perso il primo round.

Ma come? In un palazzo di sei piani più un seminterrato, ventuno appartamenti per un totale di 6.704 metri quadrati di superficie calpestabile e due cortili interni abitano soltanto tre famiglie? Ebbene sì, ed è così da molti anni. Ma qui finisce la cronaca e comincia una lunga storia. Una storia, manco a dirlo, di complicazioni burocratiche, leggi fatte e disfatte, bilanci pubblici da far quadrare e costosi lavori di ristrutturazione e manutenzione.

Foto: Roberto Orlando

La storia del palazzo: la vendita dopo un suicidio

Ma le storie, si sa, è meglio raccontarle dall’inizio. Più o meno un secolo fa, Francesco Gorziglia, imprenditore che ha fatto fortuna con la manutenzione e la riparazione delle navi, decide di fare un investimento immobiliare importante e fa costruire l’elegantissimo palazzo di sei piani proprio alle spalle dell’Abbazia di San Giuliano. È lo stesso periodo in cui viene realizzato corso Italia. La famiglia Gorziglia si stabilisce all’ultimo piano, nella dimora più prestigiosa, circondata da un grande terrazzo. Gli altri appartamenti vengono invece affittati. Nel 1942 però gli affari di Gorziglia non sono più fiorenti come vent’anni prima: sull’orlo della bancarotta, l’imprenditore decide di togliersi la vita. I figli – come ha raccontato a Il Secolo XIX il nipote di Maurizio Gorziglia Achillini – decidono giocoforza di vendere il palazzo. L’acquirente è il senatore Gerolamo Gaslini, fondatore dell’ospedale per bambini che porta il nome della figlia Giannina.

La sua villa, firmata dall’architetto Gino Coppedé, sorgeva a poche decine di metri dal palazzo di Gorziglia e oggi è la sede della Fondazione Gaslini. La stessa Fondazione che sarà proprietaria del palazzo fino al 2001, quando l’immobile viene ceduto all’INPDAI (Istituto nazionale di previdenza per i dirigenti di aziende industriali), che affitta gli appartamenti ai suoi assistiti. L’Istituto soltanto due anni dopo confluirà nell’INPS. Prima però propone la vendita in blocco degli appartamenti ai suoi undici inquilini, i quali non si sottraggono di certo all’opportunità di poter entrare in possesso dei bellissimi appartamenti in cui vivono e cercano altri potenziali acquirenti con cui allearsi per concludere l’operazione. Alla fine, come ha spiegato uno di loro a Il Secolo XIX, gli inquilini mettono sul piatto un’offerta da 10 milioni di euro. L’INPDAI non risponderà mai alla proposta e il palazzo alla scadenza dei contratti d’affitto lentamente si è svuotato.

L'ingresso della Fondazione Gaslini e il palazzo ex INPS – Foto: Roberto Orlando

L’INPS subentra nella proprietà proprio nel periodo in cui parte il primo piano di cartolarizzazione denominato SCIP 1 (Società cartolarizzazione immobili pubblici), e l’immobile di corso Italia 30 finisce sul mercato. Quasi disabitato. Così resterà fino ai giorni nostri, perché la cartolarizzazione non consente di dare in locazione gli immobili in attesa della vendita. Anche se il canone non è una bazzecola: uno degli attuali occupanti del palazzo, un ingegnere ex dirigente d’azienda, ha dichiarato infatti a di pagare di affitto 1.500 euro al mese. E allora perché non affittare tutti i 21 immobili? Il motivo è presto detto: una casa affittata sul mercato immobiliare vale molto meno di una libera e questo ha un suo peso anche nel momento in cui all’INPS si devono compilare i bilanci. E se si vende, si vende in blocco, niente spezzatino. Vengono così respinte altre offerte di acquisto da parte degli inquilini e vengono umiliati anche i sogni dei discendenti del committente del palazzo, i quattro figli di Francesco Gorziglia ai quali, in memoria dei bei tempi andati, sarebbe piaciuto tornare in possesso di alcuni appartamenti, uno a testa. Ma niente da fare, nemmeno l’operazione Amarcord smuove le coscienze nell’istituto. Coscienze che resteranno granitiche per 25 anni, a rigor di legge.

La manutenzione carente

Interventi di manutenzione e restauro però devono essere eseguiti e sono costosi: diversi milioni di euro. Si comincia nel 2011, un anno e mezzo dopo i ponteggi in facciata vengono smontati. L’intonaco della facciata è ripristinato con garbo e appare bello come mai prima, il resto un po’ meno: alcuni vetri delle finestre sono sostituiti con pannelli di cartongesso, molte persiane restano sgangherate. Se si circumnaviga il palazzo passando da via San Giuliano, la creuza che si arrampica su per la collina omonima tra meravigliosi glicini, si può notare che sui versanti meno esposti al passaggio pubblico lo stato di abbandono è evidente: la vegetazione oltre il muro di cinta è incolta, mancano vetri alle finestre e alcune sono aperte, chissà da quanto tempo.

È stridente il contrasto con l’unica ala del palazzo rimasta abitata, dove i pochi inquilini rimasti, ora ottantenni, si prendono cura di valorizzare lo stile liberty dell’edificio con grandi vasi di fiori rossi, palme nane ed eleganti tende da sole a cupolino.

Con il passare del tempo il degrado cresce. Nel 2021, l’immobile entra a far parte delle disponibilità di i3 Dante, un fondo immobiliare chiuso, partecipato interamente da Poste Vita, che gestisce immobili “a prevalente destinazione residenziale”. Una definizione che potrebbe persino fornire un indizio utile a prevedere il destino del “palazzo ex INPS”, che qualcuno ancora oggi preferisce chiamare – e non a torto – “il palazzo fantasma di corso Italia”.  

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Il futuro dopo la vendita: le ipotesi

Dell’asta e dell’avvenuta vendita si è già detto e se le verifiche del venditore sulla regolarità della proposta del compratore daranno risultati positivi, presumibilmente nell’aprile prossimo si saprà anche con buona approssimazione quale sarà il futuro del palazzo. Per il momento si possono fare soltanto supposizioni, pur partendo da basi abbastanza solide. Come per esempio le dichiarazioni alla Camera dei deputati del presidente di INVIMIT, Mario Valducci: «Rigenerare gli immobili pubblici significa rilanciare le città, creare lavoro e attrarre investimenti, proseguendo la spinta propulsiva del PNRR», ha detto il 7 ottobre scorso. Come? Lo spiegano in parte i numeri dell’Istituto presentati nella stessa occasione: sono trentuno gli immobili finora messi sul mercato. Su ventidue di questi INVIMIT ha ricevuto offerte per la trasformazione in studentati, case di riposo “silver house” e residenze a canone calmierato. In dodici casi le proposte sono pervenute da società di gestione del risparmio (sgr) e negli altri dieci da imprese private.

Tra questi ventidue immobili compare inevitabilmente anche il palazzo genovese di corso Italia 30, per il quale non è pertanto azzardato pensare che le prospettive di destinazione d’uso siano all’interno del recinto disegnato da INVIMIT. Anche se, va detto, sull’edificio non esistono particolari vincoli urbanistici e nemmeno architettonici o artistici, se non per quanto riguarda il mantenimento della facciata lato mare. Quindi non si può escludere nulla, almeno in teoria. L’acquirente potrebbe mantenere la vocazione residenziale dell’immobile realizzando appartamenti di lusso, magari riducendo alcune metrature (alcune case ora misurano più di 200 metri quadrati), oppure trasformarlo in un albergo a cinque stelle o forse in un residence esclusivo. Si vedrà tra qualche mese.

Intanto gli ultimi inquilini resistono, come hanno annunciato a Primocanale: «Rischiamo di essere mandati via per una mera speculazione edilizia, in barba alle leggi che tutelano gli inquilini», ha accusato uno di loro. Ma il primo round giudiziario l’hanno perso: i locatari godono di buona salute e risultano benestanti, sembra pertanto complicato riuscire a evitare lo sfratto.

Però anche questo aspetto è ancora tutto da vedere. Certo, ci vorrà ancora tempo, ma in questa vicenda il tempo è l’unico ingrediente che non è mai mancato.    

Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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