“Il carcere è solo uno zoo”. In un libro le lettere delle detenute delle Vallette

“Il carcere è solo uno zoo”. In un libro le lettere delle detenute delle Vallette
Foto da Pixabay

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Cara lettrice, caro lettore,

L’Unica è presente in diverse province del Piemonte e, tra queste, c'è anche Cuneo. Proprio lì mercoledì 18 febbraio alle ore 18 L’Unica organizza un evento dal vivo. Ti va di incontrarci? Il programma prevede letture tratte dalle newsletter, dialogo con gli ospiti e un rinfresco.

Sul palco ci saranno Guido Tiberga (coordinatore editoriale L’Unica), Gimmi Basilotta (presidente Dispari teatro) e Mariano Laguzzi (presidente 1000miglia).

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«Cos’è il carcere? Uno zoo per esseri umani dove solo i bisogni primari animali vengono soddisfatti: cibo, acqua, riparo. Vige un’unica regola: sopravvivere al meglio. Sicuramente il carcere non è rieducativo né riabilitativo ma tu puoi rientrare in te stessa». Si apre così una delle prime lettere del libro “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”, che raccoglie le testimonianze anonime di una ventina di detenute del carcere femminile di Torino.

La raccolta è nata su iniziativa della scrittrice Brunella Lottero e dell’ex responsabile comunale della biblioteca del carcere Cinzia Morone, oggi responsabile culturale del Comune. Tra il 2022 e il 2023 hanno condotto un laboratorio di scrittura rivolto alle donne recluse nel padiglione F del “Lorusso e Cutugno”, il carcere torinese. «Il corso si faceva al pomeriggio: non c’era mai un orario fisso di inizio, le detenute scendevano quando potevano, quando e se era loro consentito. Poi si leggeva e si parlava del libro che avevamo scelto di mettere al centro, La Storia di Elsa Morante. La settimana successiva ci portavano ciò che avevano scritto e lo leggevamo insieme» ha raccontato a L’Unica Cinzia Morone.

L’idea di realizzare una raccolta collettiva è nata tra gli scaffali della biblioteca dove il gruppo si è incontrato per otto mesi. Quella del carcere delle Vallette (il nome ufficiale della struttura è "Lorusso e Cutugno") è l’unica biblioteca in Italia a essere gestita direttamente dalla città: una realtà importante di scambio tra l’esterno e l’interno dell’istituto penitenziario che fa parte a tutti gli effetti del circuito delle Biblioteche Civiche torinesi. In molti casi, si tratta anche di uno dei pochi spazi culturali messi a disposizione dal carcere, considerato che per le detenute non è previsto l’accesso al polo universitario, posizionato in uno dei padiglioni maschili.

Dal 1988 la biblioteca centrale, posta nello snodo centrale dell’istituto da cui si diramano i vari blocchi, è aperta a tutta la comunità carceraria, compreso il personale interno. Insieme agli altri quattro poli bibliotecari presenti nei padiglioni B, C, E e Femminile, questa ha permesso di portare tra i detenuti e le detenute eventi culturali e laboratori creativi. Durante il corso intitolato “Armatevi e scrivete!”, La Storia di Elsa Morante è servita come punto di contatto tra donne detenute e donne libere.

«Lo abbiamo letto in molte parti con l’obiettivo di scrivere, conoscersi e liberare le emozioni – ha spiegato Morone – Il libro parla di una donna fragile e forte insieme che durante la seconda guerra mondiale incarna il tema del resistere proteggendo i suoi figli. Questa figura vive i sensi di colpa e la disperazione, in questo assomiglia alle detenute, ma dalla negatività si rimette in gioco». Ed è soprattutto a partire dalle negatività delle esperienze vissute in carcere che si sviluppa la narrazione delle lettere.

Lettere senza censure

Se questo è stato possibile, racconta la coordinatrice del laboratorio, è stato grazie alla decisione della nuova direzione di mantenere i testi originali, senza censure. Così, accanto alla nostalgia per ciò che è rimasto fuori, nel libro emergono le angosce quotidiane, la fatica del tempo vuoto e la denuncia dei soprusi ricevuti, insieme al degrado della vita in cella. Le storie sono quelle di donne di ogni età, alcune in carcere da pochi mesi, altre da anni.

«Mi manca la mia famiglia e mia figlia l’ho vista soltanto appena nata fino ai suoi tre mesi di vita. Non ci siamo ancora viste, praticamente non l’ho ancora cresciuta», ha scritto M. «Da quando sono qui in carcere mi sono sentita umiliata, calpestata, giudicata in tante occasioni. Nonostante tutto, ho cercato di mantenere la mia dignità ma dentro di me c’è una lotta continua con il mio orgoglio» ha aggiunto A. «Detesto la sensazione di essere sempre controllata su ogni comportamento, su ogni risata e su ogni pianto. Provo l’impossibilità di avere vicino chi vorrei, chi avrei voglia e bisogno di avere accanto. Vorrei potermi togliere almeno per un secondo gli occhi che ho sempre puntati addosso» ha raccontato E. «Tutto tace, ore 7:30 del mattino. Una voce improvvisa urla fortissimo: colazione!!!! poi di nuovo il silenzio. Ore 8:45 si sente urlare di nuovo: terapia! Tutto prosegue, una giornata triste e desolata. Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là» si legge in un’altra lettera.

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«Il fatto che le donne abbiano condiviso le proprie emozioni scrivendo è stato importante, ma dicevano: “non importerà a nessuno” – ha ricorda Morone – La scelta di pubblicare il libro e portarlo fuori è stato un altro passaggio fondamentale per creare un ponte con l’esterno e dare valore a quello che era stato scritto». La raccolta è stata pubblicata due anni dopo, nel 2025, a cinquant’anni dalla riforma dell’ordinamento penitenziario che avviava, tra le altre cose, un’apertura del carcere alla società in un’ottica di inclusione. Nello stesso anno il libro ha vinto il premio letterario Internazionale Città di Sarzana.

«Attraverso pagine che mescolano confessione e lucidità, fragilità e coraggio, queste voci restituiscono al lettore un carcere che di solito resta invisibile, isolato non solo nello spazio, ma nel pensiero collettivo [...]. Il merito dell’opera sta nell’aver trasformato un’esperienza di reclusione in un coro narrativo capace di parlare al mondo esterno senza chiedere compassione, ma attenzione», ha scritto la giuria del premio tra le motivazioni del riconoscimento.

I problemi irrisolti

Dopo quel laboratorio Morone non ha più rivisto le sue allieve, ma sa che le associazioni di volontariato che operano nel carcere hanno trasmesso la notizia della pubblicazione del libro e del premio che ne è seguito. Anche a distanza di anni, il legame con le detenute prosegue: «Dalla nostra conoscenza sono nati stima e affetto, è stato inevitabile. Di tutto questo e di molto altro che abbiamo cercato di raccontare, facciamo e faremo sempre tesoro anche senza sapere quasi nulla delle loro vite precedenti. Non lo vogliamo sapere, non vogliamo, almeno noi, ancora una volta, giudicare. Il loro tempo, così lungo, così noioso, così vuoto, scandisce da solo la condanna ed esibisce il giudizio» hanno scritto le curatrici del libro.

Dalla pubblicazione di “Un giorno, tre autunni”, la sezione femminile può beneficiare dei proventi del libro, ma questi non bastano per risolvere i problemi strutturali dell’istituto. Secondo il rapporto Dell’associazione Antigone, al “Lorusso e Cutugno”, in tutte le celle tranne una le detenute non hanno accesso all’acqua calda, gli arredi sono fatiscenti e le finestre sono schermate. Nei bagni ci sono le blatte nonostante periodiche disinfestazioni e nei locali per le docce, dove il sistema idraulico è malfunzionante e genera periodicamente problemi di erogazione, le pareti hanno la muffa.

Il padiglione femminile inoltre subisce il sovraffollamento più di quello maschile. La capienza è al 112 per cento, a fronte di una popolazione carceraria femminile che a Torino rappresenta appena il 4,2 per cento del totale, un dato stabile da molti anni. Sebbene le detenute scontino soprattutto condanne per piccoli reati (in particolare per droga e per reati contro il patrimonio), la maggior parte di loro non ottiene la possibilità di scontare la pena in maniera alternativa, come previsto dalla legge 199 dell’11 novembre 2010, che consente i domiciliari fino a un anno, in base a condanne inferiori ai tre anni, se le detenute hanno una buona condotta.

Come raccontato una delle testimonianze presenti nel libro: «Molte sono le ragazze che qui dentro passano il loro tempo a lucidare la cella [...]. Da una cella linda potrebbe scaturire un rapporto di buona condotta. In teoria con la buona condotta hai diritto a uno sconto di pena. In teoria, perché qui c’è chi colleziona rapporti di buona condotta ma rimane fino a fine pena. E così le ragazze, o perlomeno la maggior parte di noi, passa il tempo inutilmente a lustrare le sbarre. Ti rendi conto dell’umiliazione?».

Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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