Il ritorno di Govi, maschera della genovesità come Fantozzi
Tullio Solenghi riporta in scena le commedie dialettali che la RAI degli anni Sessanta aveva fatto conoscere in tutta Italia
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C’è il porto, sullo sfondo. C’è lo scagno, l’ufficio, sempre nel porto. Ci sono moglie e famiglia tutta. E c’è lui il capitano o imprenditore, il milionario avaro, anzi no, parsimonioso: la maschera genovese della borghesia piccola e laboriosa. C’è Govi, insomma. Govi Gilberto, come direbbe lui, con una smorfia di contorno, lui che è protagonista di una trilogia di commedie in dialetto dai “Manezzi” a “Pignasecca e Pignaverde” a “Colpi di timone” in scena a partire da Genova per raggiungere la Sicilia e tornare fino alla Svizzera di Locarno e dintorni.
Il tutto affidato a chi ha avuto il coraggio, la determinazione, la bravura di rimettersi nei panni di Govi. Una sfida per capire se quel personaggio, diventato famoso e amato nei primissimi anni Sessanta, che ha portato il suo dialetto in tutta Italia, reggeva ancora questi tempi elettronici. Sfida vinta, grazie alla bravura di Tullio Solenghi, alla capacità dei suoi amici di avventura, alla decisione coraggiosa, dopo il primo successo, inaspettato, di portare ancora sul palcoscenico questa maschera non solo comica. Tutto grazie a un insolito one man show con al centro Govi, borghese che ha sempre il lavoro come protagonista di mente e cuore. Ma un lavoro amato, con il porto a far da sfondo, l’opposto di quanto capiterà, vent’anni dopo, a Fantozzi, altra maschera amata ovunque. Altro sigillo della genovesità nato a teatro.
Riflette Marco Salotti, prima docente di Storia del cinema e ora impegnato nel Museo dell’attore (unico in Italia), e spiega la sua analisi di questo capocomico. «Govi viene vissuto come il prototipo del genovese tipico, con pregi e difetti, una maschera che diventa l’archetipo della genovesità, nel bene e nel male», ha detto a L’Unica. Sorte che, toccherà anche a Fantozzi ma con parametri opposti: Govi ama il suo lavoro, Fantozzi lo disprezza, lo ridicolizza. Govi lo rispetta.
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Dal successo degli anni Sessanta alla rinascita
A Genova, in quei primi anni Sessanta, le sue repliche riempivano i teatri, ovunque, ma il successo si serviva di un altro potente vettore: la televisione che era in bianco e nero e muoveva i suoi primi passi importanti, ma, soprattutto, raggiungeva tutta Italia e diventava la nuova grande platea di Govi. Che usa i suoi “strumenti” preferiti: smorfie, battute, finti inganni. In molte scene usava il dialetto di Genova, ma a Napoli o Bari lo capivano benissimo. Era amato da chi andava teatro, ma anche dai bambini: loro sapevano che, grazie alle commedie di Govi, per una sera potevano restare alzati a guardarle.
L’oblio arriva con l’età, Gilberto e la moglie Rina si ritirano nella casa di piazza della Vittoria, nel centro di Genova. Una piazza d’armi monumentale segnata dal grande arco di trionfo, voluta dal duce per le sue parate e mai amata per questo dai genovesi che scelgono piazza De Ferrari. Si ribellano alla Govi, insomma. In silenzio ma con decisione.
Agli anni Duemila, alla rinascita di Govi, e del teatro dialettale di cui è il fondatore e l’unico mattatore si arriva per caso. In un pomeriggio pre-natalizio, in centro a Genova, nell’amata piazza De Ferrari, si raduna gente, in mezzo alla folla ci sono anche Tullio Solenghi e un amico, attore anche lui. La gente li individua li riconosce e li incalza. “Andate voi sul palco, vediamo come va con Govi”, è grosso modo il senso del discorso. Loro accettano la sfida e, come ai videogiochi, sbaragliano i diffidenti e non fanno rimpiangere i tempi antichi. Da quel momento incomincia la resurrezione del Commendatore, come Govi si faceva chiamare in una delle sue commedie. E incomincia anche lo studio “matto e disperatissimo” di Solenghi, perché, ha spiegato, «io l’ho clonato. Govi, infatti, è ormai una maschera ligure e allora se non ho problemi a rifare Arlecchino non debbo averne a riprendere Govi».
La maschera e gli stereotipi genovesi
Il trucco è eccellente, il dialetto accompagna senza problemi, un po’ per bravura di Solenghi un po’ per la sua capacità di imitare voci e personaggi. Si parte con il botto, con la più famosa commedia della trilogia: “I manezzi” ossia le manovre per sposare (bene) una figlia. Genova risponde entusiasta, Solenghi davvero sembra un clone del capocomico, il successo è lo stesso di quello andato in scena mezzo secolo fa. L’idea di andare avanti, di spingersi a tastare il polso degli italiani che amano anche questo genere di teatro, si fa strada, prende corpo e si moltiplica, come i teatri che accolgono questo nuovo Govi.
Poi il successo travolgente – 50 mila spettatori in Italia – lo ha convinto a tentare con “Pignasecca e Pignaverde” e il copione in platea non è cambiato. Alla tv Primo canale – mentre a Genova si susseguono le repliche della terza commedia “Colpi di timone” – ha spiegato cosi la fortuna del suo Govi: «Il pubblico in sala era quello di chi era bambino allora, nei primi anni Sessanta, e amava Govi perché era l’unica deroga a non mandarci a letto dopo Carosello».
Il ricordo iconico è l’applauso che sempre accoglieva Govi all’entrata in scena, il suo inchino e la sua immediata trasformazione nei personaggi. Con il viso che sembra di gomma, tanto si susseguono espressioni che anticipano le battute. E come Govi anche Solenghi può contare su una compagnia di livello a partire da Elisabetta Pozzi e Mauro Pirovano.
Goldoni per Venezia, De Filippo per Napoli
Nelle commedie di Govi c’è sempre un richiamo a qualche tema di rilievo, con stereotipi rivoluzionati o meglio spiegati al pubblico non ligure. Forse il più importante è quello dell’avarizia genovese. È un tema delicato che Govi rielabora: Pignasecca è attento alla sua roba perché conquistata con lavoro e fatica e poco c’entra l’avarizia. Soprattutto per uno come lui, attento a come spendere perché conosce il peso della fatica. I “manezzi” sono tentativi di buoni matrimoni e a Genova, ancora oggi, la borghesia più ricca non disdegna di frequentare amici dello stesso livello. Così come “Colpi di timone” riporta ai danni di una immaginaria malasanità.
Ma tra gli spettatori più severi c’è chi accusa il Commendatore di non aver permesso, per bravura e per eccesso di personalità teatrale, (e torniamo al “teatro del mattatore”) di far nascere una scuola. Ecco il dubbio: la bravura di Govi ha di fatto ammazzato, inibito, la crescita di una possibile grande scuola di teatro dialettale. Perché lui non ha lasciato allievi.
Il professor Salotti non è d’accordo. «Govi ha rispolverato la genovesità», ha spiegato. «Ha creato un pubblico che vuole andare a vedere il teatro attoriale, non di regia o di altri stili. Per questo, grazie a Govi e poi Fantozzi, ci conoscono e ci amano, e se lui è un capocomico, è vero che lo stesso accade in altri teatri. Gli spettatori, a Genova come a Palermo, hanno potuto apprezzare il teatro goviano proprio perché è un teatro da mattatori che rievoca l’Ottocento. E per Genova che non è come Venezia con il suo Goldoni o Napoli con De Filippo, è stato il modo di aprirsi, farsi conoscere».
Anche Govi interpreta ruoli precisi, legati al concetto, «all’idea scenica – ha sottolineato Salotti – di una maschera borghese caratterizzata dal lavoro». Quindi, se non ha creato una scuola, si deve comunque a Govi, la genovesità riconosciuta o scoperta da un pubblico che è borghese sì, ma anche operaio o creato da negozianti e piccoli artigiani. Da Nord a Sud, anche al di là dei confini. Là dove arriva il “manezzo” ben riuscito di Solenghi, che ha ridato a Govi il suo giusto posto in un teatro non solo attoriale ma in qualche modo discendente dalla commedia dell’arte.
Resta, per gli appassionati, l’interrogativo di fondo: Gilberto Govi poteva creare una scuola che proseguisse degnamente il suo lavoro? La risposta arriva anche da Tullio Solenghi, che ha deciso di vivere questa avventura professionale. Con successo. E lui è convinto che Govi sia unico per maestria di recitazione e i continui ammiccamenti con il pubblico che si lega subito ai suoi personaggi. A rispondere a quel dubbio intellettuale provvederà, quasi vent’anni dopo, Fantozzi-Villaggio, che tratteggia, ma con amarezza, l’immagine del travet diventato impiegato, succube, pavido. Un altro esempio di teatro attoriale, che, addirittura ci ha lasciato in eredità battute che fanno parte del nostro linguaggio: il «chi viene voi adesso» del professor Franz, o quella “boiata pazzesca” che è ormai di tutti noi.
Il dubbio, quindi per gli studiosi esperti di teatro è risolto: nessuna colpa a Govi per non avere allevato epigoni. In compenso ha dato ai genovesi la possibilità di essere riconosciuti e identificati e i luoghi comuni riportati sui corretti binari. E pazienza se qualcuno non è ancora convinto.
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