Storie di nuovi rapper genovesi
Il laboratorio “RapLap”, nato tre anni fa nel centro storico della città, è diventato uno spazio di libera espressione per ragazze e ragazzi in situazioni difficili
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«Il rap mi ha salvato la vita», ha raccontato a L’Unica Vincenzo, nato a Palermo, a Genova da quando aveva undici anni. «Letteralmente. Altrimenti sarei finito in altri giri. Invece ascoltare qualcuno che mi diceva qualcosa, che mi faceva capire cosa fosse giusto o sbagliato, per me è stato fondamentale. Personalmente è uno sfogo, un modo per esorcizzare quello che hai dentro, imprimerlo su un foglio, sfogare la rabbia».
C’è uno spazio, nel centro storico di Genova, nella piazzetta dedicata a don Andrea Gallo, dove il dolore e il peso delle storie provano a trovare una sintesi – e un senso – su carta. Nelle rime, nel ritmo scandito dalle “barre”. Ma questa sala con studio di registrazione nei vicoli è soprattutto un modo per tornare a essere i soggetti della storia, e non una categoria problematica da analizzare: un’occasione di riconoscersi ed essere riconosciuti adolescenti che hanno alle spalle percorsi difficili. «Benvenuti in Italia benvenuto amico mio – rappa un giovane migrante –. Cercavamo tutti quanti la felicità / Ma poi abbiamo trovato un’altra verità». «La mia vita è fatta solo di danni – canta una ragazza – mando affanculo questi affanni».
RapLab è un laboratorio di scrittura e performance hip hop promosso da Defence for children, finanziato da Fondazione alta mane Italia e con una collaborazione con Genova hip hop festival. Negli ultimi tre anni è diventato uno spazio di libera espressione per ragazze e ragazzi in situazioni di difficoltà, spesso coinvolti in percorsi di riscatto sociale, di accoglienza o di giustizia. Qui, accompagnati dai professionisti del mondo hip hop, parlano di sé. «Ho imparato a scrivere la musica. Prima scrivevo senza sapere come farlo, ora vorrei che questo diventasse il mio futuro», ha raccontato a L’Unica un ragazzo. Da questa esperienza sono nati un podcast, “Rap4Rights”, e un’etichetta musicale, con la quale sono state pubblicate su Spotify alcune canzoni realizzate attraverso il laboratorio.
Una mappa sonora di vite
«Si parte dalle storie dei ragazzi, dalle storie di vita che hanno vissuto, la narrazione autobiografica è un punto di partenza: la loro storia è un capitale», ha detto Pippo Costella, direttore di Defence for children. «E i ragazzi, attraverso la scrittura, riflettono sul loro percorso e sul sistema che li circonda. Il laboratorio poi offre competenze anche più tecniche: scrittura, rima, canto, fino alla registrazione in uno studio professionale. Il risultato non sono solo canzoni, ma testimonianze potenti che compongono una mappa sonora dell’esperienza dei ragazzi».
RapLab promuove il concetto di child-friendly justice come indicato dalle linee guida del Consiglio d’Europa: ovvero, un sistema che ascolta, accoglie e rispetta i minorenni come protagonisti. Il metodo integra narrazione autobiografica, scrittura creativa e produzione musicale: strumenti attraverso i quali ragazzi e ragazze riflettono sulla propria storia, esprimono emozioni e punti di vista e acquisiscono consapevolezza dei propri diritti.
«Questo non è un semplice corso di musica, è una metodologia precisa», ha commentato con L’Unica Gabriella Gallizia, vicedirettrice di Defence for children e responsabile di RapLab. «L’idea del laboratorio ha infatti radici profonde. Cosa c’entra con i diritti delle ragazze e dei ragazzi? La risposta non è casuale: abbiamo fortemente voluto il laboratorio dopo anni di esperienza in alcuni ambiti legati alla giustizia minorile. È un metodo di lavoro basato sui diritti».
Il diritto a dire: io ci sono
«Il mio piano è iniziare a farmi conoscere, e farlo in italiano – ha raccontato un ragazzo –. Poi, se un giorno diventassi famoso, vorrei cantare in spagnolo, perché è una lingua più diffusa e più utile per espandersi in ambito globale».
Il diritto alla partecipazione, ha detto ancora Gallizia, «è alla base di tutto. Qui, con questo progetto, i ragazzi sperimentano due strumenti potentissimi: entrare in uno studio di registrazione e salire su un palco». Per molti mettere piede nello studio di piazza don Gallo è un momento di passaggio: quando i pensieri smettono di essere qualcosa di privato e diventano concreti. Parole potenti, da condividere con il mondo. «Lo studio è bellissimo: ascoltarti mentre parli, e alla fine sentire il tuo pezzo registrato, sono un’emozione fortissima», ha spiegato a L’Unica una ragazza. «Per me è stata la prima volta che registravo un pezzo – ha aggiunto un altro partecipante al laboratorio – è stata una sensazione quasi irreale».
Come ha spiegato Pippo Costella, «questo non è un semplice hobby, è un atto che per noi può essere considerato cittadinanza attiva. È il diritto alla partecipazione, a essere ascoltati. È la risposta a una domanda che i ragazzi spesso si pongono: a chi interessa cosa penso io? Il laboratorio, lo studio, il palco, rispondono a questa domanda: interessa a noi».
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Un pugno in faccia all’indifferenza
«Molti miei amici mi chiamano Popo. Ho quattordici anni, faccio rap per hobby ma vorrei anche trasformarlo in un futuro», ha raccontato una ragazza. I partecipanti ascoltano Baby Gang, Biggie, Ghali, qualcuno anche De André, «che è rap ma non so se l’hanno capito», e sognano spazi di espressione. «Mi chiamo Francesco, in arte Cicuta», ha detto a L’Unica un rapper. «Questa musica mi ha fatto scoprire che potevo scrivere, sfogarmi, cercare di costruire ponti tra le persone. Per me l’hip hop è un credo. E il rap, che è una delle sue discipline, per me è l’atto in cui metto in pratica il credo dell’hip hop».
La scelta del linguaggio hip hop per il laboratorio non è casuale: nato come espressione delle periferie e delle minoranze, è da sempre uno strumento di racconto diretto della realtà. Per parlare ai giovani senza mediazioni. Ad accompagnare il percorso di ragazze e ragazzi c’è fin dall’inizio Principe, nome d’arte del rapper torinese Massimiliano Cassaro. «Un aspetto bellissimo di questo percorso è la connessione che si è creata con tutto il territorio ed è stato importante vedere i ragazzi salire sul palco del Genova hip hop festival», ha raccontato a L’Unica. Il palco, infatti, è la sfida più grande: l’antitesi rispetto all’essere invisibili. «Ora sono molto meno timida – ha commentato una ragazza –. Dopo il primo live ero molto più tranquilla, rilassata. Ho imparato a fregarmene del giudizio degli altri». «All’inizio, prima del live, mi batteva il cuore, ero tentennante», ha aggiunto un altro. «Poi, dopo la prima barra, spegni il cervello. E vai».

«Parto sempre da una cosa semplicissima: il rap è una tecnica. Ma questo lo possono fare tutti. Invece il rap all’interno dell’hip hop è una cultura, una visione del mondo diversa. Nasce per resistere», ha spiegato ancora Cassaro. «Il nostro laboratorio è un pugno in faccia all’indifferenza e al razzismo: qui non importa da dove arrivi o chi sei, conta solo quello che hai da dire. Vogliamo mantenere vivo lo spirito autentico della strada e, oltre al piacere di stare insieme e all’amore per le rime, affermare con forza i valori della cultura hip hop: inclusione, giustizia e resistenza contro ogni forma di discriminazione. Prendere il microfono significa assumersi una responsabilità, e noi lo facciamo con determinazione, dando voce a chi ne ha bisogno e lottando per una cultura più giusta e inclusiva».
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