I vini alessandrini cercano una strategia

Il settore sta attraversando una fase di crisi. Localizzazione e promozione dei vigneti locali potrebbero essere la chiave per superarla

I vini alessandrini cercano una strategia
Foto: Pexels

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Che in tutta Italia – e in generale in Europa – il settore del vino sia in una fase problematica è un dato acclarato. Secondo Unione italiana vini (UIV), dopo l’ultima vendemmia gli stock in cantina indicano una forte eccedenza per i vini comuni/varietali (+11,3 per cento rispetto allo scorso anno) e per i bianchi IGT (Indicazione geografica tipica). Più contenuto il trend delle giacenze legate ai vini DOP, a +3,6 per cento (31,7 milioni di ettolitri).

I rappresentanti delle organizzazioni di produttori del Piemonte, sentiti a febbraio scorso in audizione nella terza commissione della Regione, hanno parlato di «uno scenario allarmante, caratterizzato da un calo generalizzato degli scambi sia in quantità che in valore». Nonostante una riduzione della produzione del 4 per cento rispetto alla media degli ultimi cinque anni, le giacenze in cantina sono aumentate, superando i 61 milioni di ettolitri a livello nazionale (+6 per cento rispetto all’anno precedente).

Il dato più drammatico riguarda il crollo dei prezzi delle uve, con flessioni che variano tra il -15 e il -30 per cento. Le denominazioni più colpite includono: Barbaresco (-27 per cento sul prezzo al chilogrammo rispetto al 2024); Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo (rispettivamente -22 e -28 per cento); la Barbera d’Asti (con cali fino al 30 per cento per le uve diradate e selezionate); Arneis e Dolcetto (con riduzioni tra il 14 e il 21 per cento).

Sembra quindi delinearsi un quadro di crisi ben più esteso di quando, come raccontato da L’Unica a luglio scorso, il grido di allarme lanciato dai due consorzi astigiani dell’Asti DOCG e della Barbera era stato minimizzato dall’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Paolo Bongioanni.

La situazione nell’Alessandrino

La provincia di Alessandria è sede di cinque Consorzi di tutela. Vigneti del territorio, inoltre, partecipano alla produzione di alcune denominazioni più vaste, come il Barbera d’Asti o l’Alta Langa. Lo scenario locale, quindi, non è semplice da interpretare.

Ermanno Accornero, vicepresidente del Consorzio colline del Monferrato Casalese associazione che riunisce 62 produttori e tre cantine sociali – ha detto a L’Unica che «la situazione non è così drammatica, gli alti e bassi ci sono sempre stati». Riconosce tuttavia che le sanzioni alla Russia in conseguenza della guerra con l’Ucraina hanno colpito duro, perché quello era un mercato anche più favorevole degli Stati Uniti. L’altra forte riduzione c’è stata nella vendita ai ristoranti, per molti produttori il canale di vendita principale. Qui ha giocato evidentemente l’inasprimento delle sanzioni per il tasso alcolemico di chi guida, che frena gli ordini al tavolo, e anche un aumento del ricarico dei prezzi a bottiglia che molti giudicano eccessivo. L’altro elemento è l’aspetto salutistico: «Sicuramente l’abuso di alcol fa male – ha detto ancora Accornero –. Ma non si può demonizzare il vino, che ormai è un consumo culturale, agito con moderazione, e metterlo sullo stesso piano dei superalcolici da sballo. Chi cerca le ubriacature non si rivolge più al vino». E poi punta il dito sulla tendenza dei vitivinicoltori a seguire i trend di successo, esagerando nella produzione di particolari tipologie, come per esempio le cosiddette “bollicine”, finché il mercato si satura.

Davide Ferrarese, agronomo consulente in viticoltura – in particolare si occupa di formazione per la potatura della vite – è autore del libro “Una vita di vigna” (Edizioni Epoca, 2024). La sua società ha sede a Gavi, e il suo lavoro riguarda principalmente vitigni autoctoni come Barbera, Cortese, Dolcetto, Nebbiolo e Timorasso. Basandosi sulla conoscenza delle molte aziende con cui lavora, ha spiegato a L’Unica che «la crisi è palese, ed è dovuta in parte ai problemi geopolitici, in parte al dibattito salutistico e all’approccio sanzionatorio per chi deve guidare. Questi cambiamenti comportamentali sono di per sé corretti, ma hanno un forte impatto dal punto di vista del calo dei consumi. Poi c’è un diverso approccio dei giovani per quanto riguarda le bevande alcoliche, che si orientano su altri vini, meno strutturati, meno alcolici, più pronti alla beva».

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Manca una strategia unitaria

I vini dell’Alessandrino in questo senso sono versatili, grazie alla presenza di vitigni a bacca rossa o a bacca bianca da cui si possono ottenere vini adatti ad assecondare le tendenze attuali. I produttori cercano di implementare la produzione dei vini bianchi, anche se non sembra esserci una strategia chiara e manca un programma sperimentale per capire quali possano essere più indicati o più graditi al mercato. Alcuni puntano ad esempio sul Viognier, vitigno originario della zona del Rodano, perché è abbastanza tollerante alla flavescenza dorata. Il Grignolino, vino rosso tannico ma delicato allo stesso tempo, forse per la sua peculiarità di vitigno autoctono, resiste sul mercato. E ci sono alcuni vignaioli che hanno recuperato la coltivazione di Slarina, pressoché abbandonata nella seconda metà del secolo scorso per la scarsa produttività: è un vitigno a bacca rossa resistente alle malattie che riesce ad avere una buona maturità fenolica senza un elevato contenuto di zuccheri, cosa che consente di mantenere una gradazione alcolica piuttosto bassa.

«Per quello che misuro io, i territori che erano già in crisi nel recente passato oggi l’hanno amplificata. Al contrario ci sono denominazioni come il Gavi o il Timorasso che subiscono delle flessioni ma non sono in crisi», ha detto Ferrarese a L’Unica. «Il Dolcetto di Ovada o quello di Acqui invece stentano da molto tempo perché non sono attuali, non sono promossi adeguatamente: le aziende che non sanno convertirsi in senso polifunzionale sono destinate a soffrire.  Oggi non si può fare solamente vino, si devono offrire servizi, empatia, una storia per essere riconosciuti. Le aziende che si sono fermate alla sola produzione della bottiglia, senza dedicarsi anche a degustazioni, eventi, a farsi conoscere, vanno in crisi prima delle altre».

L’identificazione con il territorio

Ma le buone prestazioni di Gavi e di Derthona (così si è deciso di chiamare il vino da vitigno Timorasso) potrebbero essere legate proprio a una chiara e precisa identificazione con il territorio: nella fattispecie la denominazione Gavi di Gavi indica che le uve sono coltivate nel solo territorio del comune di Gavi, mentre Derthona comprende la zona che si estende sulle colline attorno alla città di Tortona, il cui nome latino era appunto Dertona.

Secondo Maurizio Gily, agronomo, consulente e docente di viticoltura all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo-Bra, «la capacità di legare in modo biunivoco il vino e il territorio è quello che è mancato in tutto il resto della provincia». La DOC Monferrato, ha spiegato a L’Unica, «è di secondo livello, se non di terzo: dentro c’è un po’ di tutto, bianchi, rossi, rosati, vini frizzanti. Alla fine, non si identifica con nulla».

Le denominazioni di alcuni vini sono effettivamente difficili da inquadrare per un consumatore medio. Prendendo il caso della Barbera, abbiamo una Barbera d’Asti, una Barbera del Monferrato, un Piemonte Barbera. Considerando la sola provincia di Alessandria, si produce Barbera d’Asti in alcune aree, Barbera del Monferrato nell’Ovadese, nell’Acquese, nel Casalese. Sono tutti vini in difficoltà, benché la produzione sia diminuita negli ultimi cinquant’anni in modo significativo.

Per Gily si è sbagliato qualcosa anche in termini di target delle campagne promozionali: «La Barbera d’Asti dovrebbe essere maggiormente posizionata tra i vini di alta gamma», ha detto ancora a L’Unica. «Invece la si trova nei supermercati a prezzi bassi. Le campagne promozionali rivolte alla GDO avrebbero dovuto puntare invece sul Piemonte-Barbera, in modo da vendere una buona quantità di vino più economico, il che avrebbe consentito alla Barbera d’Asti e alla Barbera del Monferrato di posizionarsi su un livello superiore».

La polemica sui contributi europei

Lo scorso febbraio è stato annunciato che per il 2026 il comparto vitivinicolo piemontese potrà contare su 18,79 milioni di euro di risorse OCM Vino. L’acronimo significa Organizzazione comune del mercato vitivinicolo, e definisce la regolamentazione dell’Unione europea sia per quanto riguarda le norme di produzione sia per i contributi a fondo perduto assegnati alle aziende. I finanziamenti sono assegnati dal Ministero dell’Agricoltura,
della Sovranità alimentare e delle Foreste e dagli assessorati all’agricoltura delle singole regioni e provincie autonome. I contributi possono essere richiesti da consorzi o da privati e sono suddivisi in tre aree di intervento che quest’anno andranno a finanziare la promozione nei Paesi extra UE, gli investimenti in cantina e la ristrutturazione o riconversione dei vigneti.

Quest’ultimo obiettivo d’investimento, cui sono destinati in Piemonte 4 milioni di euro, suscita qualche dubbio, perché in una fase in cui c’è sovrapproduzione e i consumi di vino calano si dovrebbe favorire una diminuzione del vigneto. «Ristrutturare un vigneto vuol dire che puoi espiantare una vigna vecchia e piantare un nuovo vigneto, magari in un posto più favorevole alla lavorazione meccanica, senza aumentare la superficie del vigneto», ha detto ancora Accornero. «In fasi come questa che si prospettano di lungo periodo, bisognerebbe però concentrarsi sul produrre quantità minori ma di maggior qualità».

Ferrarese ha usato toni ancora più decisi: «Questi contributi, con la situazione di mercato attuale, incentivano a estirpare le vigne vecchie e le spostano in pianura, quindi c’è una perdita del patrimonio viticolo, anche dal punto di vista paesaggistico. Dico una cosa impopolare, ma sarebbe il momento di fermarsi. La politica dovrebbe fare un’analisi della situazione e concludere che, se si vogliono piantare delle vigne, è una scelta d’impresa, che non deve essere supportata dalla collettività. Il denaro pubblico deve andare sulla modernizzazione delle aziende e soprattutto sulla possibilità di inserire i giovani. Se i prezzi del vino sono bassi, gli incentivi sono fini a sé stessi. Se invece il prodotto finale ha un prezzo di mercato riconosciuto, a quel punto il viticoltore investe personalmente nella sostenibilità del vigneto o della cantina. Bisognerebbe mettere un limite alla quantità di vino prodotto e all’impianto di nuovi vigneti».

«I contributi per la ristrutturazione dei vigneti sono stati erogati a pioggia, sulla base di motivazioni futili come il cambio di varietà o di forma di allevamento», aveva affermato Gily quando, in occasione dell’ultima vendemmia, la crisi del vino era tornata protagonista del dibattito tra addetti ai lavori (e non solo). Secondo Gily non si era fatta «alcuna valutazione degli sbocchi di mercato, e lo stesso vale per gli impianti “in deroga” rispetto al blocco dei nuovi impianti. Inoltre, il blocco parziale dei nuovi impianti non ha impedito la perdita di vigneti di qualità e poco produttivi in collina e la loro sostituzione con vigneti di pianura irrigui e altamente produttivi. Per questo, pur essendosi fortemente ridotta la superfice vitata, la produzione nazionale non è calata nella stessa misura». Come ha spiegato Gily, «molti hanno piantato solo perché “c’era il contributo”. Tra l’altro con regole assurde come l’obbligo di comprare tutti i materiali nuovi, senza la possibilità di riciclare i pali ancora buoni dei vigneti estirpati, in spregio a qualunque logica di economia circolare e di risparmio di denaro pubblico».

Il ruolo del turismo

Il mantenimento del paesaggio agrario tipico delle zone collinari dell’Alessandrino, in cui il vigneto gioca un ruolo importante, è un elemento essenziale anche allo sviluppo del turismo, che è il fattore sul quale i produttori di vino possono scommettere per trovare altri canali di vendita rispetto a quelli tradizionali. Se il turismo in provincia di Alessandria è in crescita, l’offerta enogastronomica da usufruire in termini esperienziali è un elemento vincente per chi è disposto ad aprirsi ai visitatori, a organizzare degustazioni ed eventi.

I produttori di vino si trovano forse davanti a una sfida difficile da realizzare: il governo del limite e la rigenerazione intelligente delle comunità sul territorio. Ma i segnali per essere ottimisti non mancano, e arrivano da una nuova generazione di vitivinicoltori, disposti a fare squadra, attenti all’ambiente e accoglienti nei riguardi dei visitatori, come raccontato da L’Unica.

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Il ritorno dei giovani nei vigneti dell’Alessandrino

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