Vita precaria di un fotoreporter
Pochi euro per giornate di lavoro lunghe e rischiose: è questa la situazione professionale di molti giornalisti freelance, specie nell’informazione locale
Alice Dominese
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Dietro le foto pubblicate sulle testate locali e nazionali spesso c’è un fotoreporter precario pagato pochi euro per un lavoro durato ore.
A Torino, al corteo di protesta di gennaio 2026 contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il fotografo freelance Sebastiano Bacci ha raccolto diversi scatti per Zuma Press, una delle principali agenzie di stampa internazionali che fornisce servizi di fotografia editoriale in tutto il mondo.
In quella manifestazione, i fotografi si sono trovati ad affrontare vari rischi per la sicurezza personale, in molti casi senza tutele adeguate. «Durante il corteo, con un altro collega ci siamo ritrovati in una situazione in cui la polizia ha provato a colpire anche noi a manganellate perché stavamo riprendendo un ragazzo che veniva picchiato mentre tentava di scappare», ha raccontato a L’Unica. «Come sempre durante le manifestazioni, indossavo il casco con scritto Press e avevo con me il tesserino di un’agenzia giornalistica internazionale per identificarmi, ma oltre a questo non ero coperto da un’assicurazione legale o sanitaria». Da quella volta, Bacci indossa sempre una piccola telecamera sull’elmetto protettivo per documentare eventuali aggressioni.