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Il centrosinistra vuole cambiare il Palio

Il candidato sindaco Miravalle ha un progetto: due giorni di corsa, con le batterie il sabato, e un ente Palio autonomo per gestire l’evento. Ma i rettori hanno già detto no

Enzo Armando

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Il centrosinistra vuole cambiare il Palio
Foto: Unsplash

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Cambiare tutto perché nulla cambi. Il mantra de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ben si presta per il Palio di Asti. Una roccaforte insormontabile per chiunque si avventuri nell’idea di modernizzarlo, apportando modifiche alla sua struttura monolitica che, tranne rare eccezioni – come l’anticipo della data o lo spostamento della corsa da piazza Campo del Palio a piazza Alfieri, avvenuta nel 1988 – è rimasta inalterata dal 1967 a oggi.

Di cambiamenti da fare ha già parlato Michele Miravalle, candidato del centrosinistra alle prossime elezioni, che già pensa a che cosa potrebbe cambiare se l’anno prossimo dovesse diventare sindaco di Asti, assumendo in automatico – come previsto dall’articolo 8 del Regolamento – la carica di presidente del Consiglio del Palio.

Figlio di Sergio, giornalista de La Stampa e attuale direttore di Astigiani – la rivista di storia e storie locali – Miravalle ha 39 anni ed è professore di Filosofia e Sociologia del diritto al dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Sposato con Giulia Destefanis, giornalista de la Repubblica, e papà di Giacomo e Gioia, è consigliere comunale di Asti dal 2022. Sabato 10 ottobre è stato presentato ufficialmente al circolo della Way Assauto come candidato della coalizione progressista.

Miravalle si definisce grandissimo appassionato della manifestazione storica: «All’inizio degli anni Novanta, quando ero bambino, invece di guardare i cartoni animati passavo le giornate a consumare due videocassette VHS», ha raccontato a L’Unica. «Una conteneva tutte le registrazioni del Palio di Asti e l’altra oltre quarant’anni del Palio di Siena; le guardavo letteralmente in loop. Non ho mai perso un’edizione: ricordo in modo particolare che quando avevo sedici anni mi trovavo in Australia per un anno di studio e ho seguito l’intera corsa al telefono, raccontata minuto per minuto dai miei genitori attraverso una costosissima chiamata intercontinentale».

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