L'Unica Alessandria

Gli agricoltori alessandrini non vogliono essere dimenticati

Per Confagricoltura «la Regione non distribuisce in maniera equilibrata i finanziamenti nelle varie province». L’accusa velata è quella di favorire i cuneesi

Antonella Mariotti

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Gli agricoltori alessandrini non vogliono essere dimenticati
Foto: Unsplash

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Appena rieletta presidente di Confagricoltura Alessandria, Paola Sacco ha puntato l’obiettivo contro Alberto Cirio: «La Regione non distribuisce in maniera equilibrata i finanziamenti nelle varie province del Piemonte», ha detto a L’Unica. «Qui siamo sistematicamente penalizzati mentre i nostri imprenditori hanno bisogno di investire».

Nelle sale del Castello di Piovera, a pochi chilometri dalla città, Confagricoltura ha discusso di elezioni e rinnovo del direttivo, ma anche della crisi del settore, dovuta ai cambiamenti climatici e ai costi del carburante schizzati in alto per la chiusura dello stretto di Hormuz. Soprattutto ha rimarcato la sensazione di essere abbandonata dall’istituzione “madre”, la Regione. Le accuse in sala, raccolte da L’Unica da imprenditori agricoli che hanno chiesto l’anonimato, sono state precise e riassumibili in una sola frase: i soldi vanno sempre dalla stessa parte. Con un teorema preciso: presidente e assessore regionale parlano solo al loro elettorato, e i bandi sono strutturati per essere indirizzati verso il Cuneese.

La “diversità” alessandrina

«Le aziende agricole di Alessandria sono mediamente più grandi di quelle del resto del Piemonte», ha ribadito Sacco. «I bandi della Regione sono strutturati per un tipo di agricoltura diversa dalla nostra». Una soluzione? «Noi abbiamo parlato più volte con l’assessore e con tutti i referenti regionali della nostra provincia, e contiamo di insistere per avere dei parametri diversi da considerare quando si tratta di lavorare su temi così impattanti sulla gestione delle nostre aziende». Ma quali sono i parametri, i paletti insuperabili dalle aziende alessandrine per accedere ai finanziamenti? «I parametri sulla produzione standard assegnano punteggi penalizzanti per le aziende più grandi e strutturate, come se queste potessero farcela meglio e avessero meno bisogno. Poteva essere così un tempo, non certo oggi».

Paolo Bongioanni, assessore regionale all’Agricoltura, contattato da L’Unica per una replica, non ha al momento rilasciato dichiarazioni. Per Sacco, che nel 2022 è stata la prima donna a essere eletta al vertice del più antico sindacato agricolo italiano, non è comunque una questione di appartenenze politico-elettorali: «Questa cosa succede da tanto», ha spiegato a L’Unica. «La Regione Piemonte è lontana dalla nostra provincia sia fisicamente, sia perché la nostra agricoltura è molto più simile a quella delle province lombarde o emiliane confinanti come Pavia e Piacenza». Ma anche per le varietà colturali e per le dimensioni delle imprese: la “Tomato” di Pozzolo, ad esempio, è una delle più grandi produttrici nazionali di pomodori da industria. Puntare su innovazione, rinnovamento e competitività è la mission per i prossimi anni. Ma oggi, ha fatto notare Sacco, «senza interventi pubblici gli investimenti non si possono fare».

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Il cambiamento “obbligato”

Di fronte a grandi cambiamenti epocali come quelli che il pianeta sta attraversando, innovare è una scelta che non ammette alternative. «È ormai acclarato che l’aria subtropicale stia spingendo verso Nord l’aria mediterranea, più mite», ha confermato Federico Spanna, presidente dell’associazione italiana di agrometeorologia e funzionario del servizio agrometeorologico della Regione Piemonte. «Tutto ciò ha delle conseguenze sulla stagione vegetativa delle piante, che tende ad anticipare e a contrarsi e le sottopone a nuovi stress come le fitopatologie. A lungo termine potrebbe avere effetti anche sul suolo e sulla fertilità».

Quindi che facciamo? Cambiamo produzioni? «Un ripensamento culturale è già in atto», ha detto Spanna dal palco. «Introduciamo pure la palma da dattero, ma attenzione a sostituire: in passato è stato introdotto l’ulivo, ma poi arriva il vento da Nord e ci porta via tutto: nel 2011 e nel 2012 la temperatura è arrivata a meno 20». Cosa fare allora? «Oggi pensiamo che il rischio climatico sia dovuto solo al caldo eccessivo, ma non è così. Non dobbiamo cambiare tutto, perché qui abbiamo ancora le gelate e gli eccessi di precipitazioni. Siamo in presenza di estremi climatici di segno opposto: dobbiamo attuare una strategia di coltivazione, e soprattutto puntare sugli invasi come hanno fatto in Emilia-Romagna». Gli invasi sono le riserve d’acqua alle quali accedere nei periodi, sempre più numerosi, di siccità estrema anche in Piemonte, ricordiamo la lunga estate arida del 2022.

Il rapporto con la politica

Il punto focale per tutti gli esperti è la ricerca. Non a caso Guido Lingua, direttore del DISIT, il Dipartimento di scienze e innovazione tecnologica dell’Università del Piemonte orientale, ha annunciato la nascita del master di II livello sull’approccio One Health, “una sola salute” per le persone, gli animali e l’ambiente, al quale ha contribuito anche Confagricoltura Alessandria tramite la Onlus Senior - Età della Saggezza.

«Il mondo sta cambiando con una velocità alla quale non siamo abituati, non possiamo non considerare il contesto nel quale ci stiamo muovendo», ha detto Luca Brondelli di Brondello, vicepresidente nazionale di Confagricoltura e titolare della tenuta agricola Guazzora a Serralunga di Crea. «La Russia è il primo produttore al mondo di fertilizzanti e di grano, la Cina ha oltre il 50 per cento del mais e della soia nel mondo: quindi alcune catene di approvvigionamento sono state messe in discussione. Dopo i dazi abbiamo parzialmente recuperato aprendo ad altri mercati. Siamo di fronte a una policrisi, dal clima all’energia, e a una crisi demografica: abbiamo un problema di ricambio generazionale nelle nostre aziende». 

Per trovare manodopera si guarda sempre più spesso oltre confine: «Sono diverse migliaia, se non centinaia di migliaia, gli operai che verranno a mancare nei prossimi anni», ha detto ancora il vicepresidente. «Sono stato invitato in Uzbekistan per un progetto di formazione di operai agricoli che porteremo tra un mese circa a lavorare nelle nostre aziende. L’Uzbekistan vuole investire nella formazione dei giovani nell’agricoltura, ha un’età media di 38 anni, e cresce di un milione di abitanti all’anno». Concorrenza e accordi commerciali possono aiutare? «Non molto. E si stanno rivelando vere le perplessità sul Mercosur», l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il blocco economico sudamericano. «Carni dall’estero con elevate concentrazioni di ormoni e pollame a rischio salmonella sono stati distrutti».

Restano i rapporti con la politica locale. Se la presidente alessandrina Sacco aveva usato toni piuttosto accesi, anche Brondelli non risparmia gli affondi: «Cosa possiamo fare? Fare sistema e riorganizzarci. Non possiamo andare avanti come venti o trent’anni fa, il mondo sta cambiando e le imprese stanno cambiando. Per questo abbiamo organizzato una due giorni in partnership con la Bocconi che è solo la prima parte di un lavoro che durerà tre anni e che dovrebbe produrre finalmente un manifesto per un piano strutturale di riforma dell’agricoltura. Visto che la politica non lo fa, lo facciamo noi».

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