Una rete per salvare i boschi dell’Astigiano

Contro i tagli selvaggi un gruppo di associazioni compera i boschi per salvarli: «Non è una fabbrica di legname»

Una rete per salvare i boschi dell’Astigiano
Foto: Unsplash

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«Il bosco non è una merce. Non è una fabbrica di legname, non è una biorisorsa a cui possiamo accedere come ci pare. È un sistema vivente di altissima complessità, un regolatore, un ganglio vitale degli equilibri del territorio». Franco Correggia, botanico e presidente dell’Associazione terra, boschi, gente e memorie di Castelnuovo Don Bosco, ha presentato così a L’Unica le ragioni che a fine marzo hanno portato alla costituzione formale della “Rete dei boschi custoditi”: una rete diffusa di realtà che già da tempo – alcune fin dalla fine degli anni Novanta – acquistano boschi di particolare pregio nell’Astigiano e altrove per sottrarli al degrado e agli abbattimenti intensivi legati alla “ceduazione”, la tecnica che consiste nel tagliare gli alberi a livello del terreno per favorire la nascita di nuovi germogli.

La novità non è la pratica degli acquisti in sé, ma la sua aggregazione. «Pensavamo di essere in pochi», ha raccontato. «Poi abbiamo visto che eravamo in molti. E allora abbiamo deciso di fare massa critica, di unirci insieme: per parlare con una voce sola, e per dare più forza ai nostri progetti di conservazione». La Rete è nata ufficialmente il 28 marzo a Piovà Massaia, al termine di un convegno dal titolo lungo quanto il problema è urgente: “Il cruciale valore ecologico del bosco. La conservazione integrale degli ecosistemi forestali di qualità in un’ottica strettamente naturalistica e la costruzione di una rete di associazioni e cittadini orientata alla loro protezione concreta”. Un evento cogestito da 53 tra enti istituzionali, fondazioni, associazioni ambientali e istituti scientifici, tra cui Pro Natura e Legambiente.

La logica della Rete è volutamente orizzontale: nessuna verticalizzazione, nessun dirigismo, ognuna delle singole realtà aderenti (ad oggi poco più di una ventina) continua a operare secondo i propri metodi e le proprie filologie. Ma il fatto di essere connesse consente di condividere valori, affrontare con maggiore autorevolezza i soggetti istituzionali e ambire a obiettivi di conservazione più ambiziosi. A chiudere la sessione pomeridiana sarà un documento fondativo – un decalogo in dieci punti – che costituisce la carta della Rete stessa.

Il bosco non è una merce

Il punto di partenza, per Correggia, è rigorosamente scientifico. Non ideologico, non sentimentale. «Il bosco non è una merce, abbiamo detto. Eppure un vento tossico ha progressivamente ridotto questa complessità a una semplice voce di bilancio: interessi economici che si incuneano nelle categorie professionali, e da lì persino nei documenti accademici e istituzionali, dove si arriva ad affermare che gli alberi antichi “stanno lì a marcire” e che, trascorsi venti o venticinque anni, debbano essere tagliati. Scemenze dal punto di vista scientifico, che gettano alle ortiche cento, centocinquant’anni di ecologia teorica».

La questione non riguarda indistintamente tutti i boschi. Correggia traccia una distinzione fondamentale, basata su dati IPLA (Istituto per le piante da legno e l’ambiente) e altre fonti: nel Piemonte collinare, i boschi davvero preziosi – quelli formati da specie autoctone, maturi, ricchi di biodiversità, vicini a condizioni di equilibrio ecologico – rappresentano al massimo il 15-20 per cento della superficie forestale totale. Il resto è in larga parte composto da formazioni degradate, da boschi misti compromessi da specie alloctone e da ceduazioni severe. «Sono boschi dove è rimasta la superficie, ma non la qualità. Il bosco c’è, ma non è più bosco di qualità‎‎».

Il paradosso è che i dati ufficiali sulla superficie forestale italiana raccontano una storia in apparenza rassicurante: dal dopoguerra a oggi i boschi sono quasi raddoppiati. «I dati sono veri», ha ammesso Correggia. «Ma il punto non è quanta superficie è aumentata. È che tipo di bosco è aumentato: un bosco degradato, povero, banale, con un sottobosco floristicamente impoverito. I boschi antichi, quelli di qualità, continuano a diminuire». Querceti di rovere, querco-carpineti, orno-querceti, acero-tiglio-frassineti, alno-saliceti: eccellenze che andrebbero conservate con la stessa cura con cui si tutela il patrimonio storico-artistico, e che invece rischiano di finire sotto le motoseghe senza che nessun vincolo istituzionale le protegga.

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Comprare per conservare

Di fronte alla mancanza di politiche pubbliche efficaci, la risposta che le realtà aderenti alla Rete hanno scelto è disarmante nella sua semplicità: l’acquisto diretto. «La proprietà non può essere contestata da nessuno», ha spiegato Correggia. «Se un’associazione compera un bosco, può decidere di conservarlo in modo integrale. Senza vincoli imposti, senza dire a nessuno cosa fare: lo compriamo, e ne facciamo un uso conservativo».

La gestione è ridotta al minimo – eliminazione delle specie alloctone, qualche reintroduzione di specie autoctone, uno-due giorni di lavoro l’anno per ettaro di superficie – perché l’obiettivo è la conservazione, non l’intervento. L’Associazione terra, boschi, gente e memorie ha così messo al sicuro, nel solo Nord Astigiano, circa 110 ettari tra boschi acquistati, comodati gratuiti e gestioni pluridecennali: il querco-carpineto di Vota Granda a Passerano, il querceto di Valpinzolo a Castelnuovo, parti dei boschi di Muscandia a Pino d’Asti, l’alneto di Lago Freddo a Piovà, i boschi umidi della Bialera Viva di Villanova, la cerreta di Moncucco.

Tra le realtà che hanno partecipato al convegno di Piovà Massaia figura anche “Langa Silvatica”, una delle realtà più giovani della Rete. È nata ad Alba da un gruppo di cittadine e cittadini che assistevano giorno dopo giorno a quello che il loro manifesto descrive senza mezzi termini: la progressiva scomparsa di aree boschive e di altre formazioni naturali dalle colline di Langa, determinata da un disinteresse crescente nei confronti di questi ambienti. Di fronte a ceduazioni sempre più aggressive e a estirpazioni che coinvolgono anche boschi storici, qualcuno ha deciso che osservare non bastava più.

Quello che si sta perdendo, avvertono i fondatori, è un rapporto millenario di mutua collaborazione e rispetto con i boschi: gli stessi boschi che per secoli hanno fornito legname, cibo, materiali da costruzione, e che oggi ospitano, tra l’altro, il prezioso tartufo bianco d’Alba. Il progetto simbolo è l’Oasi delle terrazze: quattro ettari di bosco terrazzato nel comune di Lequio Berria, non lontano dal Santuario della Madonna della neve, dove roverelle, pini silvestri, ornielli e carpini neri crescono indisturbati su un suolo ricco di funghi micorrizici e orchidee, circondati su tutti i lati da noccioleti. L’obiettivo di Langa Silvatica, dichiarano i suoi fondatori, è che le Langhe possano diventare un modello, un esempio virtuoso di gestione e valorizzazione boschiva in armonia con le attività agricole.

Una semplicità disarmante

La visione di Correggia non è contro il bosco produttivo in quanto tale. «Chi va nel suo bosco di robinia a farsi la legna per l’inverno, ben venga. Non c’entra nulla», ha spiegato. Il problema è che, in assenza di politiche di tutela, non si salva nemmeno ciò che merita di essere salvato. E allora, «agiamo in modo diretto. È una cosa di una semplicità disarmante, che capisce anche un bambino. Basta avere una minima alfabetizzazione ecologica per capire la differenza tra un ecosistema forestale maturo, formato da specie arboree autoctone, e un’area completamente degradata». La Rete dei boschi custoditi parte da qui: da questa semplicità, e dalla convinzione che agire in modo concreto – ettaro per ettaro, bosco per bosco – sia più efficace di qualunque discorso.

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