Al Cardinal Massaia mancano settanta medici
Infermieri e specialisti lasciano il Sistema sanitario nazionale, ma il problema è strutturale: i neolaureati pronti a entrare nella sanità pubblica sono sempre meno. Asti è penultima in Italia per carenza di medici specialisti
Maurizio Bongioanni
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Al pronto soccorso dell’ospedale Cardinal Massaia di Asti i problemi diventano pesantissimi nei periodi festivi. Se l’ondata di caldo non sembra per il momento aver creato particolari disagi, molti ricordano ancora il caos del Natale scorso, quando dal 23 dicembre al 6 gennaio si contarono 2.694 accessi, una media di 180 pazienti al giorno nell’unico presidio della provincia attivo ventiquattr’ore su ventiquattro per urgenze ed emergenze, a copertura di un bacino d’utenza di 207 mila abitanti. A gestire quei flussi, un organico già provato da anni di emorragia silenziosa. Al Cardinal Massaia mancano 70 medici, coperti in parte ricorrendo ai cosiddetti gettonisti – professionisti ingaggiati a contratto temporaneo – impiegati principalmente in anestesia, pronto soccorso e radiologia.
Il fenomeno non è nuovo, ma ha accelerato in modo preoccupante. «Il personale che resta porta sulle spalle un carico sempre più insostenibile: turni massacranti, ferie non godute, impossibilità di garantire la piena sicurezza assistenziale», ha detto a L’Unica Enrico Mirisola, segretario provinciale di Nursing up ad Asti. Secondo il sindacalista, il divario economico tra pubblico e privato è al cuore del problema: i gettonisti che coprono i buchi dell’organico pubblico guadagnano significativamente di più rispetto a un dipendente ASL a parità di competenze.
«Non riconoscere la professione dal punto di vista retributivo rappresenta un ulteriore smacco per chi lavora ogni giorno sotto pressione», ha aggiunto Mirisola, che invita a non ridurre il problema alla sola fuga verso il privato. C’è una crisi parallela, altrettanto grave, che si consuma a monte: la continua riduzione dell’accesso ai corsi di laurea in infermieristica ha ristretto il bacino di neolaureati pronti a entrare nella sanità pubblica. Il risultato è un rapporto oggi insostenibile: ogni mille uscite dal sistema, si contano appena trecento nuovi ingressi. «È una carenza strutturale ormai destinata ad aumentare se non si prendono seri provvedimenti a livello nazionale», ha avvertito il sindacalista. «È necessario rendere attrattiva la professione, oggi più che mai».
I numeri dell’ASL di Asti tra il marzo 2025 e il marzo 2026 fotografano l’entità del problema: a fronte di 57 nuove assunzioni – 49 delle quali a tempo indeterminato – si contano 40 cessazioni per dimissioni o trasferimenti. Un saldo che, pur positivo sulla carta, non basta a invertire la tendenza né a colmare il vuoto accumulato negli anni precedenti.
Una crisi nazionale
Il quadro locale riflette una crisi sistemica che attraversa l’intero Paese. Nei soli primi nove mesi del 2024, oltre 20 mila infermieri hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale (SSN), con un incremento del 170 per cento rispetto all’anno precedente. Negli ultimi quattro anni la sanità pubblica italiana ha perso 43 mila infermieri e 7 mila medici. Uno studio della UIL proietta che tra il 2026 e il 2030 andranno in pensione oltre 66 mila infermieri e 35.600 medici, con un saldo annuo negativo che nessun piano di assunzioni attuale è in grado di colmare.
Le cause sono strutturali. L’aziendalizzazione del sistema sanitario ha prodotto decenni di contenimento della spesa sul personale: stipendi fermi, carichi di lavoro crescenti, rischio di burnout elevato. Uno stipendio lordo di circa 1.800 euro mensili per un infermiere ospedaliero, a fronte di responsabilità enormi e di un’escalation di aggressioni, aumentate del 37 per cento nel solo primo trimestre del 2025. Il risultato è che lavorare nel SSN è diventato, per molti, insostenibile.
In Piemonte il saldo è impietoso. Secondo i dati diffusi dal Partito democratico, dal 2021 al 2023 si sono registrate 1.156 cessazioni; le 96 assunzioni del 2024 non bastano a colmare il vuoto. Oltre il 58 per cento dei medici che lascia il sistema pubblico regionale lo fa per dimissioni volontarie, non per pensionamento. Il sindacato Nursind ha stimato che in Piemonte manchino all’appello circa 6 mila infermieri, e che nel 2024 sia stato raggiunto solo il 30 per cento dell’obiettivo di nuove assunzioni fissato dalla Regione.
Asti paga un prezzo particolarmente salato. Nella classifica annuale de Il sole 24 ore sulla qualità della vita del 2026, la provincia astigiana si colloca alla penultima posizione in Italia per dotazione di medici specialisti: 106esima su 107 province esaminate, con 20,2 specialisti ogni diecimila abitanti contro una media nazionale di 29,5. Il presidente dell’Ordine dei medici di Asti, Claudio Lucia, ha stimato che all’interno dell’ASL di Asti manchino più di un centinaio di specialisti.
Una carenza che si traduce in liste di attesa sempre più lunghe e in soluzioni emergenziali sempre più creative: nell’estate del 2025, per garantire le visite ambulatoriali di dermatologia al Cardinal Massaia, l’ASL ha dovuto reclutare un primario da Alessandria per due giorni a settimana, l’ex primario locale in pensione per le urgenze e una specialista di origini astigiane in servizio a Palermo, disposta a tornare in città per una o due settimane al mese. «Abbiamo attivato tutte le soluzioni possibili per superare la grave carenza di personale», ha commentato il direttore generale dell’ASL AT, Giovanni Gorgoni. Ma per Mirisola si tratta di rattoppi che non affrontano il problema alla radice: «Finché non si interverrà in modo strutturale sulle retribuzioni e sull’organizzazione del lavoro, continueremo a perdere professionisti», ha detto a L’Unica. «E chi resta lo fa a scapito della propria salute».
Mirisola ha segnalato un altro nodo critico spesso ignorato dal dibattito pubblico: quello delle Rsa. Sul territorio astigiano sono presenti 64 residenze sanitarie assistenziali per anziani, la cui tenuta dipende in parte dal contributo di infermieri del pubblico che svolgono attività in libera professione al di fuori del loro orario istituzionale. «La collaborazione degli infermieri che hanno messo a disposizione la propria esperienza è stata fondamentale per garantire assistenza qualificata agli anziani ospiti, contribuendo anche a ridurre i ricoveri ospedalieri non necessari», ha spiegato il sindacalista. Una sinergia che, se venisse meno per effetto di norme restrittive sull’esclusività del rapporto di lavoro, priverebbe le strutture per anziani di un presidio difficilmente sostituibile.
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La rinuncia alle cure
Le conseguenze di questa crisi ricadono sui cittadini in modo diretto. Nel 2024 sono stati 392 mila i piemontesi che hanno rinunciato a curarsi, con un aumento superiore al 40 per cento rispetto agli anni precedenti. Le liste di attesa per visite specialistiche si estendono in alcuni casi oltre i 18 mesi. Chi può permetterselo, si rivolge al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia. Le liste di attesa smettono così di essere un disservizio episodico e diventano uno strumento di selezione silenziosa, che trasforma un diritto costituzionale in un privilegio di mercato.
A denunciarlo sono quasi cinquanta associazioni, sindacati, ordini professionali e comitati civici che, a maggio 2026, sono tornati in piazza a Torino per chiedere un cambio di rotta alla Regione Piemonte, mettendo al centro le liste di attesa, la carenza di personale e il rischio di una progressiva privatizzazione strisciante della sanità pubblica. «L’incremento di professionisti che valutano l’uscita dal sistema è un campanello d’allarme serio per la tenuta dell’assistenza», ha ribadito Mirisola. «Per questo continuiamo a chiedere alla Regione scelte strutturali che restituiscano dignità, prospettive e valore al nostro personale».
La crisi della sanità astigiana non è un’anomalia locale. È il punto di arrivo di scelte politiche nazionali e regionali che per anni hanno trattato la salute come una voce di costo da comprimere, anziché come un investimento e un diritto. E finché il numero di chi entra nella professione resterà una frazione di chi la abbandona, e finché le condizioni di lavoro nel pubblico non miglioreranno, medici e infermieri continueranno a scegliere un’altra strada, lasciando i reparti e i pazienti sempre più soli.
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