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La leggenda reale del settimino di Cessole

La storia di Teodoro Negro, l’erborista che non voleva essere chiamato “guaritore”, e dell’amaro Toccasana, il liquore che mantiene vivo il suo ricordo

Claudia Patrone

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La leggenda reale del settimino di Cessole
Foto: Claudia Patrone

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Quasi tutti gli abitanti della valle Bormida hanno ricordi di famiglia legati al Setmein, il “settimino”. Teodoro Negro – l’erborista di Cessole – è una figura di grande significato per questi luoghi e proprio da lui è iniziata la lunga storia del Toccasana, il liquore distillato con trentasette erbe diventato marchio commerciale quando già da tempo era riconosciuto come rimedio naturale per curare malesseri digestivi ma, spesso, anche per confortare quando gli anni e i giorni di fatiche si facevano difficili da gestire.

L’indirizzo del Setmein è sempre stato in regione Sant’Alessandro, al di là del fiume Bormida. Oggi vi si arriva attraversando il ponte e percorrendo quella che prima si chiamava via Roma, ma nel frattempo è diventata via Commendator Teodoro Negro Erborista Setmein. Fin qui sono giunte generazioni di persone, moltissime con la corriera, la linea di autobus che consentiva di percorrere la distanza a chi non sapeva guidare o veniva da troppo lontano per spostarsi a piedi o in bicicletta.

Foto: Claudia Patrone

La fiducia dei contadini

Lì, in un ingresso che fungeva da anticamera dietro alle grandi vetrate, si radunava spesso una piccola folla fiduciosa, uomini, donne e bambini, in attesa che quell’ometto piccolo di statura si affacciasse con il suo sorriso dalla porta della bottega, indovinando quasi sempre al primo sguardo quale fosse il problema che li aveva portati da lui. «Qui non è cambiato quasi niente, perché abbiamo voluto conservare l’antica atmosfera dove io stessa sono cresciuta», ha detto la dottoressa Enrica Maria Marchioni, figlia di Piera Matilde Negro e nipote del Setmein, che L’Unica ha incontrato nel vecchio laboratorio.

Enrica ha ereditato un luogo ricco di memoria quasi magico – nel senso evocativo del termine – insieme a una predisposizione all’ascolto e al desiderio di aiutare gli altri a stare meglio. Lei è farmacista, ma pratica l’erboristeria proprio in una declinazione di cura a tutto tondo. La mamma era figlia unica, era la dottoressa di famiglia del paese, ma aveva subito unito alla disciplina scientifica i saperi benèfici del padre.

Fonte: Google Maps

Non ci sono dubbi che Teodoro Negro fosse depositario di un istinto e una percezione speciali, fin da giovanissimo. Nato il 22 febbraio 1910, fu settimino nel senso duplice: vide la luce prematuro al settimo mese di gestazione, ma era anche il settimo di dodici figli. Nel suo destino si rivelarono molto presto le doti che la tradizione popolare attribuiva a quelli come lui. Fra tutte, la capacità naturale di guarire molte malattie, ma anche di poter intervenire con la sua energia taumaturgica nell’allontanare il male sotto ogni forma: nello stato di salute degli individui, nel mantenere condizioni climatiche fondamentali per la vita contadina, nel salvare un animale da un pericolo drammatico per l’andamento della cascina, nell’affrontare le incertezze del lavoro durante la guerra, nel dare suggerimenti per chi perdeva il cane o non ritrovava più un anello prezioso, se la mucca non stava bene o a chi chiedeva una pietosa risposta su quanto tempo sarebbe sopravvissuto un familiare ammalato.

La ricerca sulle erbe

Era un uomo che “sentiva”. «Magari entrava uno nello studio e lui invece diceva che un altro, che ancora aspettava fuori, poteva avere più bisogno», ha raccontato la nipote. «Porgeva anche solo la mano alle persone ed era in grado di capirle». Studiò con una maestra di Roccaverano, quindi dai padri scolopi a Carcare, nell’entroterra savonese, per poi approdare all’Università di Pavia, dove fu tra i primi a ottenere il diploma in Erboristeria, che all’epoca era abbinato alla facoltà di Agraria. «Non era un “guaritore” e non amava questa parola», ha precisato Enrica Maria Marchioni. Ma era dotato di notevole sensibilità ed empatia, che gli permettevano di vedere la natura e le condizioni della gente nel complesso: oggi si definirebbe un approccio olistico.

L’essenza della sua esperienza erano le erbe: era ancora adolescente quando aveva scoperto quella passione, percorrendo in lungo e in largo le colline delle Langhe astigiane per conoscerle, raccoglierle e catalogarle. Aveva terreni che coltivava con piante officinali ed era anche un rabdomante che fece scavare decine di pozzi artesiani nei punti dove percepiva energie e vibrazioni. Ed è inutile sottolineare quanto questo potere fosse determinante nell’aiutare famiglie e contadini.

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Soprattutto, Teodoro non era da solo. «La nonna con le erbe creava i quadri che impreziosivano le pareti dello studio e collaborava con un’integrazione fondamentale a supporto dell’attività», ha evidenziato Marchioni. Nel retrobottega, fra i cimeli del passato, è ancora un oggetto di valore e studio l’erbario a valigetta del Setmein, con il quale era solito svolgere le sue lezioni itineranti nelle scuole e in tutta la provincia. Il legame con la natura era la chiave. La natura vegetale, animale e umana.

«Le sue mani erano un ponte con qualcosa di universale, è difficile da spiegare», ha detto la nipote farmacista, che nel suo percorso scientifico è riuscita a esprimere gli stessi effetti medicamentosi che eroga a chi entra in erboristeria. «Sono due mondi molto uniti e il nonno l’ha sempre sostenuto. È enorme il cambiamento della società rispetto ai suoi anni, ma non è diverso il malessere delle persone. Guardarle e parlare con loro è il primo passo, adesso come ieri. Non tutti hanno problemi, qui arrivano anche i turisti. Il mio impegno è cercare di capire: che cosa si aspettano quando entrano? Le tisane sono personalizzate e sono miscelate per rispondere a quella domanda».

Zona di passaggio storico o luogo evocativo, l’Erboristeria Negro vive di una forza tradizionale che non si è spenta. Qui si sono verificati piccoli grandi miracoli di umanità che hanno alimentato una sorta di devozione per nonno Teodoro, che resiste ancora oggi in tanti ricordi di famiglia.

La nascita del “Toccasana”

Molte volte lui sapeva, capiva senza parlare. «Sentiva anche le necessità di qualcuno che non era fisicamente qui – ha raccontato ancora la nipote –. Un familiare o un conoscente portavano un oggetto di sua proprietà, una maglietta, poi tornavano a casa con un’idea di come poteva essere risolta la situazione che gli avevano sottoposto». Un decotto o un infuso specifico per ogni problema veniva preparato con quelle erbe selezionate e avvolte in un pacchetto di carta marrone, che quando si usciva di qui erano la promessa di una soluzione sicura.

Il Toccasana Negro nacque così: «Furono i clienti a dargli il nome: quelli che mettevano le erbe dalle proprietà digestive a macerare nel vino bianco secco, in modo che diventasse un liquore». La base era il marrubio, «una pianta perenne aromatica amarissima», ha spiegato Marchioni. Nessuno dubitava che quel sapore fosse troppo forte o potesse non funzionare. Nel tempo, il prodotto commerciale venne realizzato dai parenti di Cessole che vendevano vino: costruirono l’opificio, dove divenne il liquore famoso di oggi. Successivamente passò di mano aziendale e ora è un marchio del gruppo Toso di Cossano Belbo, nel tratto cuneese della valle omonima ma solo una collina più in là: si chiama tuttora Toccasana Teodoro Negro.

«È suo e di tutti», ha sintetizzato l’attuale titolare dell’erboristeria. Che ha ereditato un mestiere antico trovando il modo di declinarlo in un linguaggio contemporaneo: «Bisogna interpretare i tempi, oltre alle persone: una tisana troppo amara non incontrerebbe più il gusto di questi nostri giorni, in cui se vogliamo trovare le risposte le cerchiamo su Google. Ma sono sicura che, insieme al mio sapere farmaceutico, ci sono ingredienti che da sempre sono indispensabili; l’ascolto, il dialogo, il tempo speso senza fretta».

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