L'Unica Torino

Case di quartiere, quando l’aggregazione nasce dal basso

Nate in autonomia nel primo decennio del Duemila, a Torino sono otto, distribuite in sei diverse circoscrizioni

Alice Dominese

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Case di quartiere, quando l’aggregazione nasce dal basso
Foto: profilo Facebook di Casa del quartiere di San Salvario

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A Torino gli sviluppi intorno alla chiusura del Comala, il centro per il protagonismo giovanile torinese che ha perso l’assegnazione del bando per il rinnovo della gestione dell’ex caserma La Marmora, hanno sollevato discussioni sull’importanza e sulla diffusione di spazi di aggregazione sociale in città. 

I centri per il protagonismo giovanile sono definiti «spazi di socializzazione nati all’interno di immobili dell’amministrazione, nati con l’obiettivo di far incontrare giovani per sperimentare liberamente le proprie passioni creative e artistiche». In luoghi come questi, la partecipazione attiva della comunità che vive e frequenta il territorio è centrale e in molti casi serve a rispondere a bisogni e interessi dei cittadini attraverso servizi dedicati, spesso gratuiti o a costi accessibili.

Otto case in sei circoscrizioni

Lo sanno bene le Case di quartiere, tra le prime realtà cittadine a rappresentare un modello di esperienza comunitaria di questo tipo. Distribuite su sei circoscrizioni e aperte a cittadine e cittadini di ogni età, le Case di quartiere a Torino sono otto: i Bagni pubblici di Via Agliè a Barriera di Milano, Barrito a Nizza Millefonti, Casa del quartiere a San Salvario, Officine Caos a Vallette, Casa nel Parco a Mirafiori Sud, Cascina Roccafranca a Mirafiori Nord, Cecchi Point in Aurora e Più SpazioQuattro a San Donato.

«A differenza di come avvenuto in altre città, queste sono esperienze nate in autonomia dalla collettività, non su iniziativa dell’amministrazione comunale, ma in collaborazione con essa. Ognuna si è sviluppata secondo percorsi differenti, per esempio due in origine erano esclusivamente servizi di bagni pubblici, poi gli enti gestori hanno messo a disposizione ulteriori spazi e progetti trasformandoli in centri di partecipazione», ha detto a L’Unica Roberto Arnaudo, direttore della Rete delle Case del quartiere e coordinatore della Casa del quartiere di San Salvario.

Per contattare la Rete delle Case del quartiere puoi scrivere a info@retecasedelquartiere.org. La sede è in via Morgari 14, a Torino.

Le Case si sono costituite nel corso del primo decennio degli anni Duemila e oggi fanno parte di una rete comune che collabora con la Città di Torino, con il sostegno della Fondazione compagnia di san Paolo. «L’idea alla base è di offrire risorse, opportunità, attività educative e spazi aggregativi a più persone possibili. Gli enti del no profit che gestiscono le Case intercettano esigenze diffuse della popolazione locale e al contempo questi luoghi possono essere usati per sostenere iniziative di cittadinanza attiva, venendo messi a disposizione di gruppi informali, associazioni e altre realtà che condividono la programmazione della Casa», ha spiegato Arnaudo.

Secondo l’ultima valutazione di impatto sociale presentata a novembre 2025, le Case coinvolgono territori con 315.779 residenti, il 36,8 per cento della popolazione torinese. Tra settembre 2023 e agosto 2024 le attività realizzate sono aumentate del 20 per cento rispetto al 2022, per un totale di 2.188 iniziative, 199.340 partecipanti e 580.483 persone che hanno frequentato gli spazi nello stesso periodo. Le attività riguardano soprattutto l’inclusione sociale, l’educazione e l’ambiente, poi ci sono gli eventi culturali e i laboratori artistici. Il tutto viene portato avanti con la partecipazione di 1.017 partner, tra associazioni e gruppi informali di cittadini attivi, di cui il 94 per cento ha sede nel quartiere o comunque nella città di Torino.

Storie diverse con lo stesso obiettivo

Ogni Casa ha una propria storia, fortemente intrecciata a quella del territorio in cui sorge e alle persone che la attraversano. Come ha raccontato Arnaudo, le iniziative che prendono forma in questi luoghi sono variegate. Spesso lo svago si mescola ad attività di sostegno sociale. «A San Salvario per fronteggiare situazioni di fragilità collaboriamo con la rete Torino Solidale con attività di sostegno alimentare, sociale e di facilitazione digitale. Qui come a Barriera, si cerca anche di fare azioni di prevenzione in tema di spaccio e dipendenze. Ci sono poi iniziative di supporto alla genitorialità e agli adolescenti, doposcuola, estate ragazzi, ginnastica dolce per anziani, raccolta farmaci, consulenze giuridiche gratuite e servizi consolari per fare i documenti, fino all’esperienza della scuola popolare di musica, realizzata in collaborazione con il teatro Baretti».

L’inclusività delle Case è garantita di fatto dall’accessibilità economica dei servizi: l’88 per cento delle attività (eventi, laboratori, sportelli, corsi) sono gratuite oppure offerte a tariffe molto contenute rispetto a quelle sul mercato. A sua volta la Rete delle Case del quartiere si sostiene tramite autofinanziamento e bandi (per oltre il 58 per cento), con il contributo della Fondazione compagnia di san Paolo e la vendita di beni e servizi a soggetti privati, per un totale di 2,9 milioni di euro di introiti nel 2023 (in aumento del 52 per cento sul 2021).

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Le iniziative legate al territorio

Molti corsi e attività, poi, nascono su iniziativa degli abitanti. «Per esempio l’associazione dei genitori della scuola media vicina segnalava che molti bambini e bambine non avevano modo di essere seguiti durante la pausa pranzo, che dovevano trascorrere fuori dall’istituto, così abbiamo coinvolto un’associazione che va a prendere gli studenti e li porta alla Casa del quartiere di San Salvario per fare doposcuola», ha aggiunto Arnaudo. In alcuni casi le collaborazioni sono anche estemporanee e finalizzate a rispondere a bisogni specifici. Ad esempio, «un’associazione ivoriana nei prossimi giorni utilizzerà gli spazi per fare autofinanziamento con lo scopo di rimpatriare la salma di un concittadino deceduto».

Nella Casa di Barriera, dove gli storici bagni pubblici rappresentano un servizio a bassa soglia ancora attivo a cui si rivolgono molte persone nel quartiere, sono nate iniziative per affiancare i residenti che vogliono affrontare questioni complesse come la sicurezza e lo spaccio attraverso interventi costruttivi. «Promuoviamo sensibilizzazione e dialogo nel rispetto di tutti, cercando di rapportarci con empatia e cura alle persone che hanno problemi di dipendenza e si rivolgono a questo luogo anche solo per fare una doccia. Anche loro hanno diritto a uno spazio in cui stare e all’accesso all’acqua pubblica», ha detto a L’Unica Erika Mattarella, coordinatrice dei Bagni pubblici di Via Agliè.

Foto: profilo Instagram dei Bagni pubblici di Via Agliè

In un contesto in cui la povertà materiale convive con la mancanza di spazi di aggregazione sociale, gli abitanti realizzano momenti di condivisione e attività culturali per le vie di Barriera. «Stare insieme su strada serve a dire che questo quartiere è di tutti creando dei presidi di cittadinanza attiva contro lo spaccio e la violenza – ha aggiunto Mattarella –. Per molti residenti è anche importante portare il bello tra i palazzi abbandonati e decadenti, così insieme organizziamo iniziative di musica e arte partecipate».

Spostandosi a ovest della città, le Officine Caos sono un crocevia di riferimento per la popolazione di Vallette. Nata nei primi anni Duemila nell’enorme seminterrato abbandonato della chiesa Santa Maria di Nazareth, la riqualificazione di questa Casa di quartiere è avvenuta grazie a risorse pubbliche e private che nel 2012 hanno permesso la riapertura di circa duemila metri quadrati di spazio rimasto abbandonato per vent’anni.

Come ha raccontato Stefano Bosco, coordinatore delle Officine Caos, questo luogo continua a conservare la dimensione artistica che lo ha caratterizzato fin dagli inizi. L’obiettivo è anche quello di arrivare a tipi di pubblico con minori opportunità di accesso all’offerta culturale della città. «Abbiamo cominciato facendo spettacoli dal vivo in un’ottica di inclusione sociale e continuiamo a fare comunità attraverso l’arte partecipata. È il fil rouge con cui portiamo avanti iniziative per la ricerca attiva del lavoro rivolte ai NEET», cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. «Ma anche per colmare il digital divide, e per la distribuzione di pacchi alimentari, tra le altre cose. Lavoriamo soprattutto con persone fragili, nell’ambito della salute mentale e con il vicino carcere Lorusso e Cutugno, ma anche con bambini e anziani».

La Casa di quartiere Vallette, oltre a ospitare una stagione teatrale di arti performative e due rassegne estive, è una residenza artistica che accoglie musicisti e teatranti da tutta Europa, favorendo l’interazione con il territorio. «Le realtà artistiche che arrivano qui si interfacciano in molti casi con la comunità, come nel caso di una compagnia di Marsiglia che ha costruito un percorso esperienziale con una classe elementare di una scuola del quartiere – ha spiegato Bosco –. In questo modo c’è scambio, co-progettazione e coinvolgimento degli abitanti, che a Vallette hanno un forte senso di appartenenza, ma anche una grande voglia di riscatto».

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