Come eravamo prima del boom
In un romanzo di Elena Varvello Alba torna nel passato, quando nel centro storico vivevano «i pezzenti» e la Ferrero era una pasticceria in via Maestra
Lorenzo Germano
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Prima della città diventata capitale internazionale del turismo enogastronomico, c’era un’Alba povera, attraversata dalle tensioni del ventennio fascista e dalle scelte della Resistenza. È quella città che Elena Varvello restituisce nel suo romanzo “La vita sempre” (Guanda, 2026), un viaggio nelle radici di un territorio e nelle storie private che ne hanno costruito l’identità. Al centro del lavoro della scrittrice torinese, vincitrice del premio Mondello e finalista al Campiello, ci sono le esistenze dei nonni, due giovani cresciuti a cavallo tra le guerre mondiali.
Lui, Francesco, viene da una famiglia benestante – il padre è macellaio nella centrale via Cavour –, cresce con una madre anaffettiva, frequenta l’università a Torino ma in città preferisce passare il tempo a giocare a carte e a inseguire le donne. Lei, Teresa, nasce in una «via di pezzenti», via Macrino, una zona che oggi è invece compresa nel centro storico, con prezzi tutt’altro che popolari. La madre fa la sarta, il fratello Giuseppe è disabile e il padre è tornato dalla Prima guerra mondiale mutilato nel corpo e distrutto nell’anima.
Attraverso il loro incontro e le loro vicende – che li porteranno prima a diventare una coppia, nonostante le difficoltà familiari ed economiche, poi a separarsi e ad affrontare un epilogo drammatico – Varvello racconta non soltanto una storia d’amore e di formazione, ma anche il ritratto di una generazione travolta dalla storia nel momento in cui si affacciava alla vita adulta.
Mettere su carta emozioni, dubbi e fragilità di due ragazzi costretti a diventare grandi in fretta è anche il tentativo di ricucire uno strappo aperto da oltre settant’anni, attraverso la letteratura, per ridare vita a ciò che si è interrotto troppo bruscamente. Allo stesso tempo, il romanzo è un monito a non dimenticare ciò che è accaduto, per non perdere un tratto profondo dell’identità delle Langhe e dell’intero Cuneese.