Il grido d’allarme dei produttori di frutta

Il clima, la burocrazia, le norme troppo rigide: ecco i nuovi nemici che mettono a rischio la sostenibilità del settore

Il grido d’allarme dei produttori di frutta
Foto: Unsplash

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La frutticoltura rappresenta uno dei pilastri dell’agricoltura cuneese, con circa 4.500 aziende attive su oltre 12 mila ettari e un valore economico che, secondo le stime di Coldiretti, supera i 400 milioni di euro. Il settore sta attraversando una fase complessa, segnata – secondo l’organizzazione degli imprenditori agricoli – da un aumento significativo dei costi di produzione e da pressioni strutturali che colpiscono in particolare le realtà italiane, gravate da oneri burocratici e strutturali più elevati rispetto ad altri competitor.

Coldiretti: appello alle istituzioni

«Tengono le mele, in particolare alcune varietà a maggiore vocazione commerciale, mentre si registrano difficoltà su kiwi, pesche e pere, penalizzati da parassiti, eventi climatici estremi e costi di produzione elevati», ha spiegato a L’Unica Enrico Nada, presidente di Coldiretti Cuneo. «Il nodo centrale è la concorrenza sleale: produzioni estere con standard sanitari, ambientali e sociali meno stringenti che entrano sul mercato senza reciprocità di regole. A questo si aggiungono politiche a nostro avviso troppo ideologiche sui fitofarmaci e scarsa trasparenza sull’origine, che penalizzano il prodotto italiano pur essendo tra i più controllati al mondo». Da non dimenticare la mancanza di manodopera che «per noi resta una criticità strutturale. Nonostante alcuni miglioramenti normativi, le procedure sono ancora troppo lente e burocratiche rispetto ai tempi dell’agricoltura. Serve programmazione pluriennale dei flussi e maggiore semplificazione per garantire continuità produttiva».

Il cambiamento climatico si fa sentire con temperature sempre più alte e condizioni che permettono a nuove malattie di diffondersi. «L’aumento di eventi estremi (grandinate, gelate tardive, siccità, piogge concentrate) incide su quantità e qualità delle produzioni. Crescono i costi per difesa attiva (reti antigrandine, antinsetto, irrigazione efficiente) e assicurazioni. Il rischio climatico è oggi uno dei principali fattori di instabilità del reddito aziendale», ha detto ancora Nada. Il Cuneese risponde a queste situazioni con sperimentazioni continue e nuove soluzioni tecnologiche. Secondo Nada, «le aziende cuneesi sono tra le più avanzate: agricoltura di precisione, sensoristica, gestione digitale dell’irrigazione, nuove varietà più resistenti, meccanizzazione evoluta».

Nada lancia un appello alle istituzioni: «Coldiretti chiede interventi concreti e immediati a tutti i livelli. In ambito europeo è necessario rivedere l’impostazione sulle sostanze fitosanitarie con criteri scientifici e garantire uniformità tra gli Stati membri. In Italia e in Europa non devono entrare prodotti agroalimentari  che non rispettano le stesse regole ambientali, sanitarie ed etiche imposte ai nostri agricoltori: serve piena reciprocità negli accordi commerciali». Sarebbero necessari anche interventi a livello regionale, come «bandi mirati e risorse adeguate per sostenere investimenti in reti anti-grandine e anti-insetti, sistemi irrigui efficienti, assicurazioni agevolate, rinnovo degli impianti e del parco macchine. In parallelo è indispensabile una forte semplificazione burocratica e maggiore trasparenza sull’origine dei prodotti in etichetta. L’obiettivo è chiaro: difendere il reddito delle imprese e garantire competitività a un comparto strategico per l’economia cuneese».

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Migliorare la gestione del suolo

«La frutticoltura è in crisi da anni», ha detto a L’Unica Maurizio Ribotta, responsabile provinciale del Settore tecnici in campo di CIA Agricoltori italiani di Cuneo. «Dal 2007-2008 abbiamo avuto problemi fitosanitari legati al kiwi che è quasi scomparso sui nostri areali e diverse crisi di mercato per il pesco. Dall’altra parte questo ha favorito l’espansione del melo e, in parte, del pero, che un tempo era più tipico dell’Emilia-Romagna. In un ventennio il territorio si è un po’ riassestato».

L’annata 2025 ha infatti portato «buone produzioni, mentre in Italia a livello generale sono calate, e il mercato è stato discretamente positivo», anche se «le vendite di mele e kiwi sono ancora in corso». Il vero nodo resta però economico: «L’azienda agricola soffre molto sui costi di produzione, che sono raddoppiati dal post-Covid, non solo in agricoltura». A questo si aggiunge l’effetto del clima, che «negli ultimi 10-15 anni mette in difficoltà le coltivazioni, specialmente per le alte temperature estive, riducendo le quantità prodotte per le piante più in sofferenza. Con costi alti e meno produzione, la marginalità si assottiglia tanto. Manca il tornaconto all’imprenditore che permetta di fare nuovi investimenti».

Sul melo, Ribotta ricorda i numeri: «Avevamo certificato costi intorno ai 40 centesimi qualche anno fa. Negli ultimi anni il costo è salito a 50 centesimi al chilo. La liquidazione della mela si attesta più o meno lì: da una parte va bene coprire le spese, dall’altra manca qualcosa». Per il pero la situazione è ancora più complicata perché «fatichiamo moltissimo in tutta Italia a mantenere produzioni stabili di anno in anno e quantità remunerative, per care che vengano pagate».

Per contrastare il cambiamento climatico e le nuove minacce la strada passa dalla ricerca in tutto il Piemonte. «C’è tantissimo lavoro di sperimentazione coordinato dalla Fondazione AGRION», la Fondazione creata da Regione e Unioncamere Piemonte per promuovere l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura. «Non ci sono soluzioni univoche, ma l’approccio deve partire dalla gestione del suolo». Tra le misure in campo, secondo Ribotta, è fondamentale studiare l’ottimizzazione di quello che è a tutti gli effetti «un serbatoio di carbonio. Un suolo fertile dal punto di vista microbiologico trattiene meglio l’acqua. Poi lavoriamo sulle piante con prodotti schermanti contro le radiazioni solari, reti ombreggianti e irrigazione di precisione con sensori per non sprecare acqua. Usiamo anche droni per concimazioni mirate e la ricerca genetica per varietà più resistenti alla siccità, che è sempre in agguato».

Non mancano però le emergenze fitosanitarie. «Il cambiamento climatico e la globalizzazione portano all’ingresso accidentale di nuovi problemi. Oggi l’attenzione in Piemonte, anche se a Cuneo non abbiamo forti rischi, è sulla Popillia japonica. Questi insetti, come pure la cimice asiatica, arrivano da fuori, non hanno limitatori naturali e danneggiano l’ecosistema finché non si raggiunge un nuovo equilibrio soltanto dopo anni», ha concluso Ribotta.

La sostenibilità deve essere anche economica

Alessandro Gabutto, tecnico che lavora come libero professionista con Albifrutta – cooperativa nata nel 1977 e storicamente legata alla Tonda di Costigliole Saluzzo, varietà autoctona di albicocca – e con altre aziende cuneesi, traccia un quadro altrettanto complicato.

«La specie più presente a livello frutticolo è il melo. Poi ci sono il kiwi, il pesco, il susino, in certe zone l’albicocco pur con poca superficie, e il ciliegio, che di recente si sta espandendo. Il problema grosso è legato al prezzo di vendita», ha spiegato Gabutto. «Purtroppo c’è una differenza enorme tra il prezzo finale che si trova negli ipermercati e quello con cui vengono liquidati i produttori». Negli ultimi anni, salvo eccezioni per le pesche, che hanno avuto «un ritorno di prezzi interessanti per svariati motivi, come le brinate e il calo produttivo», la tendenza è negativa. «Continuano ad aumentare i costi. Se l’agricoltore ha un aumento continuo e un calo di produzione legato alle patologie da cui non riusciamo a difenderci, diventa complicato continuare a investire».

Le specie più in sofferenza sono il kiwi, il pesco e, infine, il melo. Sull’actinidia c’è stata una vera e propria ecatombe a causa degli inverni più miti e l’innalzamento delle temperature che favoriscono condizioni in cui proliferano batteri e malattie. «Prima la batteriosi ha debellato una serie immane di impianti, poi nel 2015 è arrivata la moria in Piemonte: da 5 mila ettari siamo passati a 3 mila». Molti hanno puntato sul melo, ma «la remunerazione non è sempre così elevata da permettere di investire». Senza utili, «non hanno più soldi per reinvestire» e questo ha un effetto concreto nella mancanza di addetti al settore.

Gabutto punta il dito sulle politiche europee: «C’è stato un accanimento eccessivo e un irrigidimento delle regole. C’è stata una riduzione dei principi attivi utilizzati e nel contempo un incremento delle patologie funginee e degli insetti, legato sicuramente al cambiamento climatico, contro i quali le aziende agricole non riescono a difendersi perché non hanno più armi». Secondo l’esperto, «è come tentare di abbattere un carro armato con le frecce».

Non mancano poi altre criticità strutturali, come «il problema della manodopera, sempre più difficile da reperire e meno specializzata. I costi sono notevoli, a cui si unisce la mancanza del ricambio generazionale. Con questi margini diventa complicato dire a un figlio di fermarsi in azienda». E poi l’età media dei lavoratori è sempre più alta con «poche certezze e tante incognite».

Per quanto riguarda l’albicocco, «in Piemonte ci sono circa 600 ettari di albicocco contro i circa 7 mila di melo. Ma va ricordato che parliamo di un prodotto di nicchia. La varietà Tonda di Costigliole è una varietà locale storica che dà utili interessanti perché c’è un imballaggio e un marchio che la rendono unica. Il mercato è limitato a Liguria, Lombardia e Piemonte».

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