La rivolta dei prof: fermate la riforma di Valditara
La Rete cuneese degli istituti tecnici chiede la sospensione delle innovazioni previste per l’anno prossimo
Maurizio Bongioanni
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Settembre si avvicina e con esso l’entrata in vigore di un riordino che i docenti degli istituti tecnici della provincia di Cuneo giudicano, senza mezzi termini, un passo indietro. In un appello indirizzato al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la Rete cuneese degli istituti tecnici – 163 membri, 423 firme raccolte – chiede la sospensione dell’applicazione della riforma a partire dall’anno scolastico 2026/2027 e il rinvio al 2027/2028, con l’apertura di un confronto reale con la comunità scolastica. Un confronto che, denunciano i firmatari, non c’è mai stato. La Rete, nata in provincia di Cuneo, è nel frattempo confluita in una rete nazionale che conta oggi oltre duemila persone, a dimostrazione che il disagio non è un fenomeno locale.
La contestazione va ben oltre i docenti. «La protesta contro la riforma degli istituti tecnici è portata avanti e coinvolge studenti, genitori, persone alleate: un po’ tutti i componenti della comunità educativa», ha spiegato Marisa De Simone del sindacato FLC (Federazione Lavoratori della Conoscenza) CGIL di Cuneo, che segue da vicino la mobilitazione cuneese.
Due riforme, non una
Le riforme che riguardano gli istituti tecnici sono due. La prima è il “modello 4+2” che andrebbe a sostituire l’attuale modello basato su cinque annualità: avviato in via sperimentale circa due anni fa, prevede che gli istituti tecnici possano strutturare il percorso in un quadriennio seguito da un biennio superiore a carattere professionalizzante. Ma la normativa vigente non consente di ridurre il numero degli anni scolastici senza una sperimentazione deliberata dal collegio dei docenti: così il ministero ha invitato le scuole a votare l’adesione alla sperimentazione. In provincia di Cuneo, ha spiegato De Simone a L’Unica, «sono stati attivati alcuni 4+2, pochi, e alcuni non sono partiti per carenza di iscritti».
Il secondo intervento di riforma è il riordino dei percorsi quinquennali, ed è quello che ha generato la mobilitazione più intensa. A differenza del 4+2, questo non è stato oggetto di delibera volontaria: «Il ministero lo ha imposto con decreto alle scuole subito dopo il termine delle iscrizioni», ha detto ancora De Simone. «Il collegio dei docenti ha dovuto deliberare con le modalità e i criteri per gestire il numero delle ore, la flessibilità, le classi di concorso e così via». Una riforma calata dall’alto, con tempi strettissimi e con classi di concorso ancora non definite a pochi mesi dall’avvio.
Il riordino quinquennale prevede di accorpare, nel biennio iniziale, chimica, fisica, scienze e geografia in un’unica disciplina, riducendo il monte ore dedicato alle materie scientifiche. Nel triennio, tagli analoghi colpirebbero l’italiano e le lingue straniere, a favore di contenuti professionalizzanti modellati sulle esigenze delle imprese del territorio. A rischio è anche la compresenza tra docenti di teoria e docenti tecnico-pratici. «Uno strumento didattico che nell’istruzione tecnica non è un accessorio, ma una struttura portante. È nella dialettica tra sapere astratto e applicazione concreta che si costruisce la competenza tecnica autentica», ha concluso la rappresentante della CGIL.
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Una questione di modello educativo
I firmatari non si limitano a contestare i tagli orari. L’appello affronta una questione di fondo: quale idea di scuola emerge dalle recenti politiche del ministero? La riforma, scrivono, si inserisce in un disegno più ampio – nuove indicazioni nazionali, docente tutor, alternanza scuola-lavoro, spinta verso la “scuola digitale” – che tende a imporre come unica possibile una “scuola delle competenze” intesa in senso riduttivo: addestramento alla prestazione osservabile e immediatamente spendibile.
Contro questa visione, i docenti ne propongono un’altra: la competenza autentica non è il fare fine a sé stesso, ma l’esito di processi cognitivi complessi, fondati su conoscenze disciplinari solide e sulla capacità di pensare, interpretare e innovare. Ciò che va superato non è la scuola delle discipline, ma la didattica meccanica, l’apprendimento superficiale, la trasmissione dei saperi priva di senso. Le discipline, insegnate in modo significativo e integrato, rimangono la condizione necessaria per sviluppare autonomia intellettuale e pensiero critico.
I numeri che pesano
A sostenere le preoccupazioni dei docenti ci sono dati che riguardano l’intero sistema universitario italiano. Le analisi di Massimo Attanasio, professore ordinario di Scienze economiche, aziendali e statistiche all’Università di Palermo, e di Mariano Porcu, professore ordinario di Statistica sociale all’Università di Cagliari, pubblicate su la Repubblica, mostrano che nel periodo 2015-2020 il 32 per cento degli immatricolati alle lauree triennali e magistrali a ciclo unico proveniva da istituti tecnici o professionali: circa 260 mila nuovi iscritti all’anno alle lauree triennali, più 37 mila a quelle magistrali a ciclo unico.
Ma gli stessi dati rivelano una disparità strutturale: la probabilità di iscriversi all’università è oggi pari a circa il 90 per cento per i diplomati dei licei classici e scientifici, scende al 50 per gli studenti degli istituti tecnici e degli altri licei, si ferma al 17 per chi proviene dai percorsi professionali. Una riforma che comprime ulteriormente la formazione di base rischierebbe, secondo i firmatari dell’appello, di allargare questo divario, in contraddizione con gli obiettivi del Piano orientamento universitario 2022-2025, finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che punta proprio ad aumentare il numero di studenti universitari intervenendo sulle fasce più fragili. Inoltre, la scelta del percorso secondario avviene a quattordici anni ed è fortemente influenzata dal contesto socioeconomico di provenienza: cristallizzare le traiettorie formative a quell’età significa, nei fatti, cristallizzare le disuguaglianze.
La via crucis dei precari
C’è di più. La riforma del quinquennio rischia di innescare un’ulteriore crisi nel mondo del precariato scolastico. Chi lavora nella scuola pubblica lo sa: abilitarsi e riuscire a entrare in un istituto – o semplicemente tenersi stretto un rapporto di lavoro – è sempre più difficile, frutto di scelte politiche fallimentari che si sono stratificate nel tempo.
E c’è chi questa via crucis la sta documentando episodio per episodio: Chiara Rapalino, docente precaria cuneese, ha lanciato un podcast intitolato “Crucis - la scuola italiana in 14 stazioni”. Il titolo non ha bisogno di spiegazioni: il percorso di reclutamento dei docenti italiani – concorsi dai tempi biblici, graduatorie provinciali stratificate, algoritmi, punteggi acquistabili – è, per chi lo vive dall’interno, una “passione” nel senso più letterale del termine.
Nel suo secondo episodio, Rapalino si sofferma sul sistema dei punteggi e su come la riforma degli istituti tecnici rischi di aggravarlo. Meno ore in cattedra significano meno posizioni disponibili, più concorrenza tra precari, e quindi pressione crescente ad accumulare punti nelle graduatorie per non perdere la sede. A marzo 2026, racconta, le è arrivata una newsletter di un noto centro di formazione universitario telematico che sfruttava esplicitamente l’annuncio della riforma per vendere corsi: «Quando le ore diminuiscono, le scuole devono tagliare e lo fanno in base al punteggio. Arrivare con pochi punti: rischio concreto. Arrivare con più punti: margine di sicurezza».
Il meccanismo, ha denunciato Rapalino, non è una semplice distorsione burocratica. «L’aspetto antropologico più inquietante è la creazione di una gerarchia basata sul censo, non sul merito»: chi dispone di due o tremila euro da investire in certificazioni – linguistiche, informatiche, master annuali – comprate attraverso enti di formazione con esami a crocette e soluzioni già pronte, scavalca chi, con anni di servizio in classe e una preparazione pedagogica solida, non può permettersi quell’acquisto.
Come ha documentato un’inchiesta della redazione di Fanpage nel gennaio 2025, con un investimento di circa 3.600 euro è possibile ottenere in poco tempo 22 punti in graduatoria, equivalenti a due anni di supplenze svolte tra i banchi. La conclusione di Rapalino è netta: «Finché il punteggio sarà una merce acquistabile su un sito web, la nostra scuola non sarà mai un luogo di merito. Sarà solo un mercato».
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