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L’epidemia francese che preoccupa gli allevatori

Alla fiera dell’Agricoltura di Parigi, per la prima volta, sono stati esclusi i bovini per evitare il contagio da dermatite nodulare. Nel Cuneese non ci sono casi, ma le associazioni chiedono la massima attenzione

Paola Nano

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L’epidemia francese che preoccupa gli allevatori
Foto: Unsplash

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Gli allevatori del Cuneese hanno una nuova preoccupazione. Si chiama LSD, Lumpy skin desease, dermatite nodulare bovina. È una malattia crudele: i primi sintomi sono febbre e noduli sulla pelle e sulle mucose, il 10 per cento dei contagiati muore, i sopravvissuti non guariscono del tutto, ma dimagriscono, soffrono di sterilità, sono soggetti ad aborti. 

È una patologia virale classificata di categoria A, la più grave nella normativa europea. Una valutazione che aggiunge dramma al dramma: se in un allevamento si manifesta un caso, si devono abbattere tutti gli animali, sani o malati che siano, inoltre si bloccano tutti gli spostamenti di animali in un’area che comprende una zona di protezione di 20 chilometri e una zona di sorveglianza di 50. Il virus, non trasmissibile all’uomo, si diffonde tra i bovini tramite gli insetti che si nutrono di sangue. Ed è risaputo che zecche e zanzare, nei mesi estivi, si moltiplicano e non conoscono frontiere. 

Le origini del virus

Endemica nell’Africa sub-sahariana, nel corso degli ultimi decenni la dermatite nodulare ha lentamente risalito le latitudini, fino a essere segnalata per la prima volta al di fuori dell’Africa nel 1989 in Israele, poi in Europa nei Balcani (2016-17) e infine, nel giugno 2025, in un allevamento estensivo di bovini in Sardegna. Dall’isola alcuni animali infetti sono arrivati in Lombardia, dove le misure adottate hanno circoscritto velocemente il focolaio.

Oltre che in Sardegna e Lombardia, casi di LSD si sono verificati la scorsa estate in Francia, specialmente nel Sud-Ovest e nella Savoia. Dai pascoli francesi di Albertville a quelli della Valle d’Aosta la distanza è breve. E infatti lì a luglio i dati ufficiali parlavano di 29 alpeggi interessati, con 107 allevamenti e 2.380 capi coinvolti.

Dalla fine del 2025 a oggi l’emergenza è rientrata, grazie ai vaccini e anche perché le stagioni fredde fanno scomparire gli insetti: le notizie ufficiali a gennaio 2026 indicavano che in Italia gli unici focolai attivi erano in Sardegna, e anche quelli sono stati dichiarati estinti poco dopo, con la rimozione delle zone di restrizione. 

La Francia è stata colpita più duramente, tanto che quest’anno per la prima volta in sessantadue anni al Salone dell’Agricoltura di Parigi per precauzione non c’erano bovini in esposizione. Pochi giorni prima, massicce proteste degli agricoltori avevano bloccato con i trattori il centro di Parigi e le autostrade. L’epidemia di LSD è stata l’elemento scatenante di un malcontento già diffuso per la firma del trattato Mercosur di libero scambio tra Unione europea e Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay; nonché per una crisi di redditività strutturale del settore. 

Molti allevatori contestavano l’abbattimento generalizzato degli animali in presenza di un focolaio, evento percepito come troppo radicale, sintomo di una mancanza totale di empatia verso creature senzienti. Di fronte alle proteste, lo Stato francese aveva optato – obtorto collo – per la vaccinazione dei bovini. Il problema è che la vaccinazione rende più difficile l’esportazione: il Codice terrestre dell’Organizzazione mondiale per la salute animale – il documento che definisce gli standard internazionali per la sanità pubblica veterinaria – conferisce la qualifica di Paese o zona indenne da LSD soltanto se non si sono mai verificati casi, oppure se sono trascorsi dai due ai tre anni dopo la fine delle vaccinazioni. Un bel danno.

La situazione locale

Il Piemonte ha nell’allevamento bovino uno dei suoi punti di forza, rappresentato anche dalla presenza di 161.200 capi di razza piemontese. In particolare, nella provincia di Cuneo si concentrano il 54 per cento dei bovini e il 38 per cento degli allevatori di tutto il Piemonte, circa 4.200 aziende e 415 mila capi.

Pur non essendoci stati focolai, l’attenzione è alta. Secondo gli uffici tecnici della Regione Piemonte, interpellati da L’Unica, «l’attuale quadro epidemiologico riduce drasticamente il rischio di introdurre bovini infetti dalla Francia e quindi di diffondere la malattia sul territorio piemontese; restano alte le misure di controllo adottate, tra le quali obbligo di trattamenti antiparassitari sui bovini francesi destinati in Italia e controlli clinici all’arrivo nei nostri allevamenti per accertare la presenza di eventuali lesioni riferibili a LSD».

In accordo con le associazioni di categoria la Regione, alla luce del numero di focolai presenti in Francia a fine del 2025, aveva richiesto al Ministero della Salute l’autorizzazione all’acquisto del vaccino per la vaccinazione di massa dei bovini piemontesi. «La Commissione europea, alla quale il ministero ha trasmesso per competenza la richiesta di parere, ha negato l’autorizzazione, ritenendo basso il rischio e quindi non giustificato l’impatto di un piano di vaccinazione», hanno aggiunto dagli uffici tecnici. «Nel caso di un peggioramento del quadro epidemiologico con la ripresa di nuovi focolai in Francia, la Regione è pronta a riproporre la richiesta e dispone di un piano per la vaccinazione di tutti i capi degli allevamenti piemontesi».

I dati non tranquillizzano gli allevatori

Giorgio Arnaudo ha un allevamento a conduzione familiare a Demonte, in Valle Stura: cento capi all’anno macellati, alpeggio e pascolo dalla primavera all’autunno, cura dei prati per garantire una grande varietà di erbe, ciclo completo vacca-vitello, cioè bovini che nascono direttamente nella sua azienda. «L’anno scorso eravamo preoccupati per la situazione oltre confine, ma anche per la blue tongue», in italiano “lingua blu”, una malattia infettiva dei ruminanti trasmessa da moscerini, meno grave della LSD, ha raccontato a L’Unica. «Avevo focolai di questa infezione a poche centinaia di metri dalla mia azienda e ho scelto di vaccinare, ma ho dovuto farlo a mie spese e di mia iniziativa. Per la maggior parte di noi allevatori, la vaccinazione resta l’unica via efficace: di fronte a malattie così gravi, i benefici superano i problemi».

Il veterinario Sergio Capaldo, fondatore de “La Granda”, associazione che raggruppa oltre sessanta allevatori, uniti dall’adozione di un disciplinare di produzione rigoroso per quanto riguarda benessere animale e alimentazione, ha detto a L’Unica che «la questione della dermatite nodulare, come accade per molte altre malattie trasmesse fra animali, non è destinata a scomparire del tutto. In Italia il servizio sanitario veterinario è capillare, attento, e le stalle sono sottoposte a verifiche costanti e mirate. È un sistema che, pur non essendo perfetto, garantisce una sorveglianza continua».

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I rapporti internazionali

Il blocco delle esportazioni francesi ha avuto pesanti conseguenze sulla nostra filiera della carne, dato che dalla Francia arriva il 63,6 per cento del nostro fabbisogno di bovini, i cosiddetti broutards (vitelloni da ingrasso). Il nostro Paese è infatti importatore dalla Francia (secondo i dati ISMEA, a settembre 2025 oltre 637 mila capi) e in minor misura da Irlanda, Repubblica Ceca, Polonia. Nei primi otto mesi del 2025 le importazioni di bovini vivi avevano registrato un calo del 5,3 per cento. Capaldo ha ricordato che «il blocco dei movimenti di animali dalla Francia la scorsa estate ha causato una forte carenza di bovini. Data la crescente domanda di carne da parte di Paesi del Nord Africa – Tunisia, Marocco, Algeria, e anche Turchia – il mercato ne è stato abbastanza sconvolto».

Per la diffusione della LSD, Arnaudo ha chiamato in causa il commercio internazionale di bovini vivi su larga scala: «Com’è arrivata la malattia in zone isolate come la Savoia? Quella è una zona montuosa dove gli allevamenti tendono a esportare piuttosto che a importare e non ci sono grandi flussi di animali che possano giustificare l’arrivo di un vettore. Credo che la risposta stia nei mezzi di trasporto», ha detto. «Questo traffico intenso di navi e camion verso i Paesi arabi del Nord Africa che importano bovini vivi dall’Europa fa sì che i mezzi di trasporto – che frequentano zone dove queste malattie sono endemiche – viaggino con gli insetti portatori del virus, diffondendolo. In inverno scompaiono ma in estate proliferano e, complice il cambiamento climatico, colonizzano nuovi territori».

Tra l’Unione europea e il Marocco è in vigore dai primi anni 2000 un trattato di libero scambio che comprende prodotti agricoli e zootecnici. La loro domanda di vitelli e buoi è cresciuta in concorrenza con la nostra. Una tempesta perfetta per gli allevamenti piemontesi che si basano sull’acquisto di vitelli da ingrassare, con aumenti dei prezzi nello scorso luglio anche del 30 per cento. Se gli animali scarseggiano, i grandi allevamenti italiani si rivolgono all’Irlanda o all’Est Europa, senza guardare tanto per il sottile. Le piccole aziende, impossibilitate a reggere i costi, spariscono, sostituite da “industrie della carne” da 20 o 30 mila capi. Spesso dietro queste realtà non c’è cultura agricola, ma grandi capitali che hanno bisogno di essere movimentati. Questi colossi macellano e rimpiazzano centinaia di capi a settimana e non possono fermarsi, a prescindere dai rischi sanitari. 

Gli allevatori come Arnaudo, che praticano il ciclo chiuso con i vitelli che nascono e crescono in azienda e l’alimentazione a base di prati stabili e cereali, non solo garantiscono la qualità, ma svolgono una funzione di presidio del territorio utile alla collettività. Il pascolo ha conseguenze positive essenziali per il contenimento del dissesto idrogeologico, per il mantenimento della biodiversità. Gli allevamenti di piccola scala che seguono questo modello produttivo necessiterebbero quindi di essere sostenuti. La PAC (Politica Agricola Comune) dell’Unione europea prevede un sostegno alla riproduzione a ciclo chiuso indirizzata alle vacche nutrici, che si traduce in un’erogazione alle aziende piemontesi di circa 15 milioni di euro all’anno e rappresenta l’intervento più importante per la zootecnia da carne nella nostra Regione. Resta da capire quanto riescano a beneficiarne i piccoli allevamenti, spesso in difficoltà anche semplicemente nel portare avanti le pratiche burocratiche necessarie.

Per Arnaudo il futuro si presenta con un grande punto interrogativo: «Ho un figlio di vent’anni e un genero di venticinque che stanno iniziando ora a lavorare in questo settore. Sono preoccupato per loro: si troveranno a combattere in un mondo che va contro la logica, che li costringe a competere con allevamenti da 15 mila capi. Da una parte i consumatori chiedono “meno farmaci” e più benessere animale, dall’altra il mercato spinge verso un commercio globale che porta malattie e stress nelle grandi stalle, costringendo di fatto all’uso massiccio di medicinali».

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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