Che cosa vuole chi scende in piazza per la sanità
Il 23 maggio 42 associazioni – dai sindacati agli Ordini di medici e farmacisti – manifestano “contro l’abbandono”. Era già successo nel 2023
Sara Strippoli
10 min read
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Tre anni dopo Torino torna in piazza a difesa della salute pubblica. Era il 27 maggio del 2023 quando le proteste erano salite fino al quarantesimo piano del grattacielo, la sede della Regione Piemonte al Lingotto. Era un sabato, il presidente della Regione Alberto Cirio (Forza Italia) non c’era, ma aveva orecchie lunghissime, pronto ad annotare ogni sintomo di dissenso. In quel caso ne aveva ben ragione: dodicimila piemontesi in marcia dalle Molinette a piazza Piemonte sotto la regia del neonato Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure erano un sintomo che non si poteva ignorare. Un successo al di sopra delle aspettative: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici, comuni cittadini, intellettuali e commercianti, associazioni di pazienti e del terzo settore, molti rappresentanti dell’opposizione in ordine sparso.
Mancava un anno, allora, alle elezioni regionali (che Cirio avrebbe vinto con il 56,1 per cento dei voti) e il governatore era intenzionato a incassare senza inciampi l’atout della gestione della pandemia, a suo dire vincente, controllata in prima persona come “commissario straordinario” dopo aver relegato nel ruolo di spalla l’assessore leghista Luigi Genesio Icardi. La protesta sortì il suo effetto e da lì nacque l’Osservatorio per le assunzioni in sanità.
Il 23 maggio, ancora un sabato, il Comitato tornerà sotto al grattacielo, che questa volta sarà punto di partenza (alle 14) e non di arrivo. La conta (per ora hanno aderito 42 organizzazioni) dirà se l’onda di protesta, cresciuta con l’indignazione per Gaza, rinnovata con la partecipazione al referendum sul lavoro e ancor più con quella sulla riforma della giustizia, raggiungerà la stessa intensità confermando così che la rivendicazione dei propri diritti, in particolare quello alla salute come vuole l’articolo 32 della Costituzione, è ormai entrata nel DNA della città e dei piemontesi.
Una differenza salta all’occhio: nel suo secondo mandato Cirio è scomparso dai radar del mondo sanitario e non certo perché l’assessore Federico Riboldi (Fratelli d’Italia) abbia dimostrato di aver migliorato la situazione: dal disastro del CUP, il Centro unico di prenotazione, ai conti in rosso profondo delle ASL, alla cacciata del commissario della Città della salute Thomas Schael, l’elenco dei problemi è chilometrico. Piuttosto, perché mettere in ombra il rappresentante del partito della presidente del Consiglio è una mossa che Cirio non può permettersi. Peraltro, la campagna elettorale per le elezioni politiche previste nel 2027 ha subìto un’accelerazione post-referendum, Forza Italia fibrilla e il presidente del Piemonte, vicepresidente di Forza Italia, è uno dei pochi nomi spendibili nel segno del rinnovamento centrista voluto da Arcore.
Così, per la regola dei vasi comunicanti, anche il quadro politico in Piemonte si sta facendo molto fluido, con le elezioni 2027 per il rinnovo dell’amministrazione comunale del capoluogo a giocare un ruolo niente affatto secondario, mentre in tutti i piani del grattacielo si scommette che il secondo mandato di Cirio si concluderà in ogni caso prima del termine del 2029 con la fuga dalle Langhe a Roma. Anche se, con la sconfitta del centrodestra al referendum per la giustizia, le variabili sugli sbocchi futuri del governatore si sono moltiplicate.
Una marcia “contro l’abbandono”
Con tutte le sue falle, nazionali e regionali, la sanità sarà protagonista della campagna elettorale per le elezioni dell’anno prossimo. Il fronte del Comitato torna dunque a lanciare la sfida e Torino punta a confermarsi teatro sperimentale di alleanze allargate in difesa del bistrattato Servizio sanitario nazionale. Con la CGIL (non ci sono CISL e UIL) scenderanno in piazza l’organizzazione dei Medici ospedalieri ANAAO, gli Ordini dei medici e degli odontoiatri di Torino, degli psicologi, delle professioni infermieristiche. Per la prima volta ci sarà anche la FIMMG, la Federazione dei medici di medicina generale che tre anni fa non c’era ma che ora è sul piede di guerra per la riforma che vuole trasformarli in dipendenti pubblici. E ci saranno le femministe di Rete+194 Voci e Se non ora quando, determinate a contrastare i progetti anti-aborto del vicepresidente della Regione Maurizio Marrone.
Alla protesta hanno aderito anche il Tribunale dei diritti del malato, Camminare insieme, Gruppo Abele, Volere la luna e il Comitato piemontese delle associazioni per la salute mentale. Pazienti e professionisti, e anche comitati di quartiere come quello nato contro la chiusura del poliambulatorio di via Le Chiuse. «In tre anni, dalla Regione non sono arrivate le risposte che aspettavamo. Tocca quindi di nuovo ai cittadini difendere la sanità pubblica», ha detto il segretario regionale CGIL Giorgio Airaudo alla conferenza stampa di presentazione, a cui L’Unica era presente. Lunedì hanno annunciato la loro presenza anche i sindaci del PD e hanno aderito anche Alleanza verdi-sinistra e Movimento cinque stelle: «La manifestazione vuole chiedere conto alla regione delle proprie responsabilità», ha dichiarato il segretario metropolitano del PD Marcello Mazzù.
“Quando tutto sarà privato saremo privati di tutto” era il claim della manifestazione del 2023, al quale quest’anno si è aggiunto lo slogan “Contro l’abbandono”: il filo rosso che accomuna tutte le voci della protesta.
Un abbandono dai molti volti. Quello dei 391 mila cittadini che – secondo la Fondazione GIMBE – nel 2024 hanno rinunciato a curarsi in Piemonte.
Quello di chi insegue inutilmente una visita e un esame e finisce per pagare di tasca propria nei centri privati, senza essere informato che esiste la possibilità di costringere il sistema pubblico a garantire le prestazioni. Quello delle 15 mila famiglie con parenti non autosufficienti senza sostegno e dei 9 mila che aspettano un posto in convenzione in RSA, tanto che a Torino sono comparse società che propongono assistenza legale per chi rischia di dilapidare il patrimonio in rette non dovute, mentre la Federconsumatori studia per avviare una class action. La gravità delle condizioni delle persone non autosufficienti «è il vero paradigma dell’abbandono e dell’impoverimento», ha detto Eleonora Artesio, ex assessora alla Sanità della giunta Bresso (2005-2010), una delle anime più attive del Comitato.
A questi si aggiungono i volti dei malati di salute mentale; delle donne che vorrebbero consultori quando ne mancano più di cento in Piemonte; degli stranieri con residenza elettiva a cui si chiedono fino a 2 mila euro per la quota di iscrizione al Servizio sanitario nazionale, una vergogna a cui finora non si è ancora trovato rimedio. «Una donna non ha potuto permettersi le cure necessarie dopo il trapianto di reni ed è tornata in dialisi», hanno raccontato gli attivisti del GRIS, il Gruppo regionale immigrati e salute che sarà al grattacielo.
Ma le facce del corteo saranno anche quelle degli operatori della sanità, quindi medici, infermieri, tecnici. I numeri diffusi dal Comitato sono impietosi: mancano oltre 10 mila professionisti. Dopo qualche buon risultato ottenuto dall’Osservatorio delle assunzioni nato proprio dopo la marcia del 2023 sotto la regia di Cirio, con la gestione Riboldi la frequenza degli incontri, e con questa i risultati, si sono ridotti drasticamente, «non più di tre o quattro appuntamenti in due anni», ha raccontato a L’Unica Massimo Esposto, segretario generale della Funzione pubblica della CGIL. «È evidente che all’assessore Riboldi non interessa affatto l’Osservatorio, uno strumento in cui invece aveva dimostrato di credere il suo presidente».
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Le cifre
Secondo gli organizzatori, in Piemonte mancano 800 medici ospedalieri, 450 medici di famiglia, 130 pediatri, oltre 6 mila infermieri e 2.600 tra operatori sanitari e amministrativi. «Le assunzioni fatte, salvo il turnover, non sono sufficienti», ha sottolineato ancora Airaudo. «Potete immaginare quale differenza, per un’azienda come la Città della salute, possa mai esserci con due infermieri in più in un anno. Eppure questi sono i numeri: fra il 2023 e il 2024 sono stati assunti trecento professionisti, appena ottanta infermieri per tutto il Piemonte, in media due per ciascuno dei trenta ospedali piemontesi». E ancora: solo nove tecnici di laboratorio e un tecnico di radiologia in più per tutta la regione. Carenze che hanno fatto lievitare le ore di straordinario. «Trecentomila ore accumulate in un anno solo alla Città della salute, con i fondi per le prestazioni aggiuntive già esauriti a febbraio, poi rifinanziati con 5 mila e fra qualche mese probabilmente di nuovo esauriti», ha previsto Esposto.
A queste cifre va aggiunto, fatto tutt’altro che secondario, il bilancio negativo degli ispettori dello SPRESAL, il Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro. «La prova che questa amministrazione ignora la cultura della prevenzione», ha accusato Airaudo.
«Grazie all’Osservatorio abbiamo avuto 630 medici in più», ha incalzato Chiara Rivetti, segretaria regionale dei medici ospedalieri ANAAO. «Ma non possono essere sufficienti: nel servizio pubblico mancano psichiatri, neurologi, radiologi, medici di pronto soccorso, medici di famiglia». Da una diversa angolatura analizza la carenza il presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri di Torino Guido Giustetto: «Secondo una recente indagine OCSE il numero dei medici in Italia è superiore alla media europea, ma non ci sono più sanitari disposti a lavorare in condizioni in cui non riescono a garantire la qualità della cura. Se ne vanno dal pubblico o non ci entrano neppure. Medici di pronto soccorso, ad esempio, e medici di famiglia, schiacciati da un carico burocratico eccessivo e da un numero di pazienti enorme già dall’inizio della carriera. In questo modo manca il tempo della cura».
La strada verso la privatizzazione
Per tutti, il nemico si chiama privatizzazione: un processo irreversibile che la politica, nazionale e regionale, non sa e non vuole arrestare. In questa direzione piazzare qui e là “cavalli di Troia” che facilitino l’arrivo dei privati resta un metodo efficace, seppure in modalità sabauda, più discreta e sotterranea di quella lombarda.
L’ultimo in ordine di tempo è il bando per l’affidamento global service (il committente pubblico o privato assegna a un unico operatore economico la gestione integrata di una pluralità di servizi) per aprire gli ospedali di comunità di Torino, venti posti ciascuno all’Amedeo di Savoia, al Valdese e nei due all’Astanteria Martini. Un contratto di ventiquattro mesi, prolungabile di sei, oltre 13 milioni. «Il modello è esattamente quello utilizzato negli anni Novanta per le RSA, le case di riposo», ha spiegato a L’Unica Massimo Esposto. «Manca il personale e si ricorre alle cooperative. Ma scordiamoci che una volta affidato il servizio alle cooperative si torni indietro. Il modello resterà quello ed è così, a piccoli passi, che i servizi territoriali, anello indispensabile del sistema pubblico, finiranno per essere gestiti dai privati».
Per la Regione è una strada obbligata. Lo stesso direttore regionale della sanità Antonino Sottile, durante un incontro recente a cui era presente anche l’assessore Riboldi, ha dichiarato che «case e ospedali di comunità devono essere aperti. Con chi, è irrilevante». A Cuneo la gestione sarà probabilmente di AMOS, società a totale partecipazione pubblica, con un fatturato di 70 milioni di euro e 1.800 dipendenti, che fornisce servizi tecnico-amministrativi e di supporto alle aziende sanitarie. Applica in diversi casi contratti di diritto privato, un aspetto che negli ultimi anni ha sollevato molte critiche come L’Unica ha raccontato a marzo.
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Il direttore regionale non ha alcun imbarazzo a confermare. «Certamente non ho difficoltà a ribadire che le case e gli ospedali di comunità devono essere aperti a qualsiasi condizione», ha confermato a L’Unica. «Posso anche non essere un fan di AMOS ma se il personale non c’è, da qualche parte devo trovarlo».
Ci sarebbero molti altri indicatori, a partire dall’aumento delle assicurazioni sanitarie integrative che, più sono diffuse, più aumentano le franchigie. «Una pessima deriva, perché si allarga sempre di più la forbice tra chi può permettersi le cure e chi no», ha sottolineato Rivetti. Da tempo, nel mondo sanitario piemontese, si parla poi di un incremento significativo di autorizzazioni all’apertura di strutture private, cliniche, poliambulatori, per non parlare delle RSA. L’Unica ha chiesto i numeri alla direzione regionale, che in oltre due settimane non è riuscita a fornire i dati. «Sono le ASL a concedere le autorizzazioni – ha risposto Sottile –. Difficile fare una comparazione, ci stiamo lavorando». Non resta che attendere fiduciosi.
Le case della comunità
Sulle 82 previste, soltanto 69 case della comunità – le nuove strutture socio-sanitarie territoriali che offrono assistenza di prossimità gratuita – saranno completate entro la data utile per ottenere i contributi, a fine maggio. E meno della metà, secondo il Comitato, saranno realmente operative. Dovrebbero essere strutture aperte sette giorni su sette, 24 ore su 24, ma il quadro attuale prevede un orario dalle 8 alle 20 dal lunedì al venerdì: solo una per distretto sarà aperta h24 nei giorni festivi. E anche in questo caso il problema è il personale. «Per aprirle si stanno spostando infermieri da altri servizi, in particolare dall’assistenza domiciliare indispensabile per le persone fragili», ha denunciato il sindacato. E sugli ospedali di comunità solo 17 su 27 saranno pronti entro fine maggio.
Del ruolo dei medici di medicina generale all’interno delle case di comunità ha parlato nella conferenza stampa Aldo Mozzone, consigliere dell’Ordine dei medici di Torino, iscritto alla FIMMG. «Abbiamo l’opportunità di potenziare la risposta di cure sul territorio. Ma deve essere ben chiaro cosa i medici sono chiamati a fare e finora non lo sappiamo», ha detto. Su questo punto, ha aggiunto Giustetto, «l’assenza di governance da parte della politica è totale».
Claudio Delli Carri è il segretario regionale del sindacato Nursing up, (5 mila iscritti fra infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici) che quest’anno non sarà in piazza con il resto del Comitato. «Condividiamo tutti i punti della protesta», ha detto a L’Unica. «Ma questa volta non siamo nelle condizioni di partecipare». Punti di vista diversi, evidentemente, ma il giudizio sulla sanità piemontese non è meno severo: «Mai vista una situazione così grave, neppure negli anni del “commissariamento” [il Piemonte è entrato in piano di rientro il 20 luglio 2010 e ne è uscito ufficialmente il 21 marzo del 2017, ndr]. La carenza di infermieri ha raggiunto livelli drammatici e siamo piuttosto certi che alcune case di comunità garantiranno solo poche ore di apertura. Altro che h24».
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