L'Unica Genova

Il paradosso dei rifiuti pericolosi

Il porto di Genova è uno degli snodi internazionali del traffico illecito di RAEE, ma le norme di legge finiscono spesso per colpire le persone che lo fanno per sopravvivere

Annissa Defilippi

5 min read
Il paradosso dei rifiuti pericolosi
Foto: Unsplash

L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.

Abbiamo altre quattro edizioni: Alessandria, Asti, Cuneo e Torino.

Per riceverla, clicca qui

Spuntano tra le file di auto in attesa dell’imbarco come formiche cariche di briciole troppo grandi per loro. Sono per lo più marocchini e magrebini che impilano sulle proprie station wagon rifiuti elettronici e meccanici: schede madri, compressori, cavi, pezzi di ricambio. Non è un bagaglio per le vacanze, è un carico di speranza.

Oggetti che sembrano scarti senza valore, ma per loro sono ancora utilizzabili: da smontare, riparare, rivendere pezzo per pezzo nelle botteghe africane. Una storia che tende a ripetersi con frequenza impressionante e che porta a processi giudiziari sulla base della normativa di riferimento per la gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), recepita in Italia da un decreto legislativo di marzo 2014.

Il Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite (il rapporto ufficiale che analizza la produzione, la raccolta e la gestione dei rifiuti elettronici RAEE nel mondo), nell’edizione più recente, fotografa un fenomeno fuori controllo: nel 2022 sono state generate 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici nel mondo, una montagna destinata a diventare 82 milioni di tonnellate entro il 2030. La produzione cresce cinque volte più velocemente dei sistemi ufficiali di raccolta e riciclaggio. Il tasso globale di recupero documentato è già sceso al 22,3 per cento e secondo le proiezioni arriverà al 20 per cento nel 2030.

Nel mezzo di questo fiume di rifiuti, il porto di Genova – e in particolare il terminal container di Pra’ – è da anni uno degli hub più sorvegliati d’Italia. Le forze dell’ordine lo classificano come uno dei principali punti di partenza per il traffico illecito di RAEE verso l’Africa: Ghana, Egitto, Senegal, Burkina Faso. Già nel 2020 l’Agenzia delle Dogane aveva effettuato numerosi interventi, con sequestri e denunce per ricettazione e violazioni del Testo Unico Ambientale.

Le leggi internazionali

La normativa europea e internazionale – a partire dalla Convenzione di Basilea, il trattato del 1989 sul trasporto di rifiuti pericolosi – è chiarissima sulla carta: certi materiali non possono essere spediti così, soprattutto verso Paesi che spesso non hanno gli impianti per trattarli in sicurezza. Ma distinguere tra rifiuto “normale” e rifiuto “speciale”, compilare le dichiarazioni doganali corrette, rispettare le procedure di bonifica è un labirinto burocratico quasi incomprensibile per chi vive in condizioni di estrema povertà e un campo fertile per chi, invece, vuole delinquere.

Per aggirare l’ostacolo, non è raro che vengano rilasciate dichiarazioni non corrispondenti al vero: compressori “usati” invece che pericolosi, materiali “recuperabili” invece che tossici ed è proprio qui che si innesta il malaffare organizzato. Mentre i singoli “formichieri” caricano auto e furgoni rischiando di perdere tutto alla dogana, ditte più strutturate giocano su scala ben diversa.

Dal porto di Genova è partita, nel febbraio 2023, l’indagine della DDA di Brescia che oggi vede indagate sedici persone e dodici società attive nella gestione, nel trasporto e nell’intermediazione dei rifiuti. Due misure cautelari personali, quattordici perquisizioni e il sequestro di un impianto di trattamento. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico stanno ricostruendo il sistema del “giro-bolla”: rifiuti che sulla carta passavano da impianti autorizzati, ma in realtà partivano direttamente verso il destinatario finale, spesso oltre confine.

L’applicazione paradossale della norma

È un contrasto brutale. Da una parte padri di famiglia che, spesso non capendo le norme, caricano copertoni usati, frigoriferi smontati e circuiti stampati nella speranza di guadagnare qualche centinaio di euro. Dall’altra, una filiera più raffinata che trasforma il rifiuto – merce che ha ancora un valore economico – in business illecito su scala industriale.

Il porto, con le sue gru, i container impilati e il viavai incessante, diventa così lo specchio di un’ingiustizia globale: norme scritte nei Paesi ricchi che faticano ad arrivare a chi, per sopravvivere, è disposto a sfidarle.

La battaglia si combatte anche in tribunale, dove decine e decine di fascicoli arrivano sulle scrivanie dei pubblici ministeri. Sono persone che finiscono sotto indagine, coinvolte in processi penali che costano migliaia di euro perché raccolgono e portano a casa quello che scartiamo. Come detto, per noi si tratta di rifiuti da buttare, per loro sono invece risorse preziose: oggetti, materiali e beni ancora utilizzabili che permettono di sopravvivere, riparare, rivendere o riutilizzare.

Si crea così un paradosso: chi, per necessità, pratica un riuso spontaneo viene trattato come un trasgressore della legge, con conseguenze giudiziarie pesanti e dispendiose. «Va detto che le nostre normative sui rifiuti sono molto stringenti e non sempre facili da interpretare da parte di persone per le quali i nostri scarti sono invece beni ancora fruibili», ha spiegato a L’Unica l’avvocato Roberto Olivieri, che a ottobre assisterà a processo un cittadino senegalese accusato di aver organizzato una spedizione di rifiuti dal porto di Genova destinata alla Nigeria, realizzando così una “spedizione illegale” di rifiuti ai sensi della normativa europea e italiana. Queste norme, pensate per gestire grandi flussi di rifiuti industriali e urbani, risultano spesso rigide e complesse quando si applicano a comportamenti di mera sussistenza. Ciò che per il nostro ordinamento configura un’illecita gestione di rifiuti, per queste persone rappresenta un modo di non sprecare ciò che la società considera ormai privo di valore. In questo modo il sistema finisce per criminalizzare la povertà e l’ingegno della sopravvivenza, anziché distinguere chiaramente tra chi inquina per profitto e chi recupera scarti per necessità.

Riparare diventa un diritto

Un segnale di svolta arriva dall’Europa dove, dal 31 luglio, è scattato il “diritto alla riparazione”. I produttori dovranno garantire riparazioni e cambi, per evitare lo smaltimento prematuro di prodotti riparabili e incentivare il riuso. In base alle nuove regole europee viene introdotto l’obbligo in capo ai produttori di riparare, anche fuori dal periodo di garanzia legale, un bene rotto o difettoso ma tecnicamente riparabile. È previsto un modulo europeo che il riparatore dovrà consegnare al consumatore prima di iniziare l’intervento con tutte le informazioni sulla riparazione: tipologia degli interventi, tempo necessario a completare il lavoro, prezzi, eventuale prodotto sostitutivo.

La riforma nasce con un duplice obiettivo: limitare lo smaltimento di prodotti che possono ancora avere una seconda vita e contrastare il fenomeno dell’obsolescenza programmata, incentivando la progettazione di beni destinati a durare più a lungo, evitando che diventino rifiuti. I prodotti coinvolti comprendono smartphone, tablet e grandi elettrodomestici, come lavatrici, lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, asciugatrici, aspirapolvere, server, apparecchiature di saldatura, dispositivi per il riscaldamento e veicoli leggeri dotati di batterie.

Secondo Assoutenti, l’associazione che tutela i diritti dei consumatori, ogni anno in Europa l’eliminazione prematura di prodotti riparabili genera circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti, con un impatto significativo sia sul piano ambientale sia su quello economico. L’Italia ha predisposto uno schema di decreto legislativo per aggiornare il Codice del Consumo, ma l’esame parlamentare è attualmente in itinere. La gestione dei RAEE è il vero paradosso della civiltà digitale. Un vecchio smartphone contiene sia l’oro per il futuro tecnologico, sia i veleni che rischiano di distruggerlo.

Questa ambivalenza definisce il nostro rapporto con lo scarto, ricordandoci con il sociologo Zygmunt Bauman che i «rifiuti sono al tempo stesso divini e satanici. Sono la levatrice di ogni creazione, e il più temibile ostacolo ad essa. I rifiuti sono sublimi: una miscela impareggiabile di attrazione e repulsione, che suscita un misto altrettanto ineguagliabile di ammirazione e timore» (Vite di scarto, 2007). Trovare un equilibrio tra questi due estremi è tra le sfide ecologiche e umane più urgenti del nostro secolo.

Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

Ti consigliamo anche:

🍅 Francesco Cirio, un “napoletano” nato a Nizza Monferrato (da L’Unica Asti)

🥵 Meno asfalto contro il caldo (da L’Unica Genova)

❓ Il fact-checking dell’intervista di Meloni a Milano Finanza (da Pagella Politica)

Leggi altro